Protagonisti. Intervista a...

Caterina Crepax: libertà, passione e vivacità artistica

Sono passati quasi sei anni dalla prima intervista apparsa su Industria della Carta, quando a parlarci era una giovane professionista che stava sperimentando la carta e le sue infinite possibilità come espressione del suo mondo interiore. Vediamo come in una manciata di anni è cambiato il suo lavoro ed è maturata la sua evoluzione di artista che vive «con e nell’arte».

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Anche questa volta l’abbiamo incontrata a Milano in occasione dell’esposizione di alcune sue opere, nello showroom di Lisa Corti, la designer di tessuti per l’arredamento per la quale ha espressamente realizzato un vestito di carta. La chiacchierata sorge spontanea e piacevole, come se ci fossimo salutate qualche giorno prima. È bello vedere come in pochi anni sia riuscita a realizzare alcune delle proprie aspirazioni giocando sul filo sottilissimo tessuto tra il sogno e la realtà: una crescita personale che ha influito molto sulla creatività nel suo lavoro di artista. Ed è lei stessa, Caterina Crepax – architetto e scenografa, figlia del noto disegnatore di fumetti Guido Crepax – a raccontarci come è cambiata negli anni, sia come persona sia come professionista.

Tante le attività, ma una in particolare ha segnato un punto di svolta, un bivio tra l’adolescenza professionale e la maturità: «In questi anni mi sono dedicata di più, insieme ai miei fratelli – con cui adesso lavoro a stretto contatto, dividendo responsabilità, gioie e dolori – alla gestione del lavoro di mio padre; in particolare la mostra realizzata nel 2008 su Valentina a Milano ha rappresentato, a livello personale, l’inizio di un cambio di rotta. Dopo anni di lavoro come architetto, in quella mostra – che ho curato e seguito personalmente – ho sentito di aver realizzato un lavoro completo: l’enorme casa di 1.200 mq, che raccontava la storia di Valentina, in cui ho inserito la mia passione per la carta, è stato un passaggio molto importante. Oltre alla soddisfazione per aver raggiunto un obiettivo complesso, da allora il mio lavoro di artista è cambiato, perché ho cominciato a mettere in campo le mie competenze da scenografa più che da scultrice». Infatti negli ultimi anni le opere di Caterina hanno cominciato a «parlare», a raccontare storie: mentre prima l’arte della carta si esprimeva un po’ di più nella realizzazione di oggetti a sé stanti, ora i suoi lavori sono fin dall’inizio pensati nello spazio che li circonda, e dai bellissimi vestiti di carta prendono vita delle storie che si animano in veri e propri personaggi.

Storie che abitano in «crisalidi svuotate»

L’enorme scenografia della casa di Valentina, una scenografia di carta – come aspirava Caterina nei suoi sogni di giovane artista – si realizza con la mostra allestita per celebrare il noto personaggio di Guido Crepax, ed entra a far parte di un nuovo modo di concepire il proprio lavoro con la carta: «prima lavoravo più per singola ispirazione e le mie mostre erano spesso un insieme di opere senza un preciso filo conduttore. Invece dopo la mostra di Valentina ho cominciato a ragionare più per temi, come se prendessero vita delle storie che legavano tutti i miei lavori». Ed è proprio così: eteree e leggerissime, le opere di Caterina evocano infatti la presenza di personaggi, visibili nell’abbozzo di un volto o di un braccio, concepiti su una nuova idea del racconto. Abiti come abitare, che si esprimono anche nell’elemento della luce che viene da dentro e che permette di percepire la lavorazione dei dettagli: «un’idea ereditata da mio padre di raccontare delle storie e di avere strani personaggi luminosi, un po’ come delle presenze». Abiti che abitano un po’ dappertutto, e che sono sempre in viaggio verso mostre ed esposizioni: «è difficile che i vestiti che ho realizzato siano tutti nello stesso luogo: a parte quelli inviati alle mostre, sono un po’ divisi tra un atelier che ho allestito a casa di mia madre, che era la casa di mio padre, e lo studio dell’archivio Crepax dove mi sono ritagliata degli spazi».

Donne ricorrenti (ma non solo)

Vestiti dunque che evocano il corpo che li indossa. Ma quali personaggi ricorrono quindi nelle opere di Caterina, e abitano nelle sue sculture?

«Vi sono delle figure ricorrenti che hanno nomi e storie, mi piace giocare con le parole, e negli ultimi anni ho anche affiancato un lavoro di scrittura di testi – realizzato in collaborazione con Nicoletta Cicalò – che raccontassero gli abiti col linguaggio. Per esempio, Argesh rappresenta il tema del fiume: è la storia romanzata di Dracula, una figura che ho amato molto, il vampiro visto come un uomo di cui ci si innamora, e che per amore diventa un personaggio terribile, la cui donna lo crede morto e si butta nel fiume. Un fiume, in rumeno Argesh, che si ritrova nei «fili» della principessa.

Nicoletta Cicalò e Caterina Crepax.
Nicoletta Cicalò e Caterina Crepax.

Oppure Metropolisa, una donna bella e ricca, fiera della sua bellezza, una figura a cui si attorciglia intorno una Favela, su tutto il corpo: «le donne e le persone che vivono nelle città del Brasile vengono dalle Favelas e non sono solo delinquenti, ma sono persone che tutti i giorni vanno a lavorare e poi tornano nella loro semplice casa. È la storia della fierezza di questa realtà diversa, e io come tanti artisti trovo bella anche la fotografia di una favela, anche se è una realtà molto dura».

Una tema femminile che predomina nei suoi lavori, ma che non esclude il personaggio maschile. «Ho realizzato anche un uomo, in cui ho voluto raccontare un po’ mio padre: un uomo molto elegante in carta e metallo, con la testa bianca davanti e dietro una testa di cavallo, realizzata in collaborazione con un’altra artista, Claudia Gramegna, che lavora con il filo di metallo. Un personaggio nato da un aneddoto di mio padre che raccontava che da bambino, a chi gli chiedesse cosa volesse fare da grande, rispondeva che avrebbe voluto fare il cavallo».

Fantasia a briglie sciolte

Ma da dove arriva l’ispirazione? «Da mille cose, io sono una grande osservatrice, guardo le persone e tutto può essere di ispirazione: il balcone di una casa, una foglia mangiata dagli animaletti che lasciano dei buchi decorativi. Anche delle cose sgradevoli possono diventare belle, in una vecchia casa per esempio osservo anche le macchie di umido sulla parete che a volte formano dei bellissimi disegni. Oppure ho un po’ la deformazione di vedere tutto sotto forma di corpo: osservo un’automobile, o un insetto, e li visualizzo con sembianze umane. E poi chi ha fantasia è sempre attratto dal mondo magico di sempre, favole, elfi, gnomi e fate che abitano costantemente le mie creazioni. Anche le miniature con la luce dentro, che paiono lucciole o fatine: vorrei presto realizzare una mostra dedicata, un giardino magico di vestitini appesi, un’invasione di piccolini». Fantasia in tutto, anche nella scelta dei materiali, come scontrini fiscali, documenti triturati, bordi forati dei tabulati dei computer o avanzi di lavori di tipografia, cartine di dolci plissettati che «tagliati e rimontati prendono un naturale andamento come spugne di mare».

Le mostre, i progetti, i contatti…

Tanti i lavori realizzati in questi anni e tanti i progetti futuri. Sono per citarne alcuni, nel 2010 si è tenuta a Genova, Livorno e anche Milano «De Bustibus», un’esposizione di 12 busti, in collaborazione con Nicoletta Cicalò, «un connubio tra storie e parole, alcune nascoste, scritte nei riccioli di carta, che incitavamo a srotolare per leggerne le frasi».

Nel 2013 Caterina ha partecipato a una mostra sulla carta a Zpfendorf (Amsterdam, Olanda), presso il Coda Museum, con artisti provenienti da tutto il mondo che fanno sculture o installazioni con la carta, giapponesi, nordici, americani. Sempre nel 2013 ha partecipato a una mostra collettiva sul tema del libro realizzata nell’abbazia sconsacrata di Chartre, dove Caterina ha partecipato con un bustino realizzato con i pezzi di un vecchio libro di fisica. E recentemente è stata anche contattata dalla Comunità Europea per partecipare a una grossa campagna di comunicazione sul riciclo. Ma non è finita. Con la Creative Academy Caterina è stata anche invitata a Parigi come premio su «talento e creatività» e molte sono anche le collaborazioni all’interno del mondo del lusso: per il salone del Mobile, per esempio, ha realizzato un abito con le carte da parati della linea home di Roberto Cavalli, e ha collaborato con il negozio di alta moda Larusmiani di via Montenapoleone per scenografie e vetrine con abiti di carta. Tanti sono i contatti che giungono sulla sua pagina Facebook, la maggior parte provengono soprattutto dall’estero, Francia, Germania e Brasile.

Le due vere novità di questi anni

Ma la vera novità di questi anni è l’insegnamento, allo Ied, alla Naba, alla Creative Academy (un corso post laurea legata al gruppo Richemont sponsorizzato dai marchi più famosi del lusso): «gli studenti – che poi lavoreranno nel settore del lusso come disegnatori di gioielli, di orologi – vengono dalle diverse parti del mondo, Iran, Singapore, Cina, Giappone, Francia, ed è interessante confrontarmi con paesi e realtà diverse. Abbiamo lavorato anche in collaborazione con Mont Blanc e i gioielli Van Cliff & Arpels, realizzando insieme agli studenti prototipi di carta e con risultati entusiasmanti per tutti: ai ragazzi dico sempre che l’ispirazione deve partire dal mondo che ci circonda e non dalle riviste di moda».

E a proposito di ragazzi, ecco la seconda novità: da due anni Caterina lavora con due assistenti – Emanuele Bestetti e Ilaria Berardi – che si sono formati come scenografi al Naba, conosciuti durante il corso di Costumi di carta per l’opera La Traviata. Di Caterina Emanuele dice: «Lavorare con Caterina è sempre una scoperta, ha la capacità di introdurti nella sua realtà fatta di carta, tra sogno e concreta realtà. Lascia molta libertà all’iniziativa artistica, ed è sempre pronta ad ascoltare e creare assieme qualcosa di unico. Come nelle sue sculture c’è una passione ardente, nel rapporto con lei c’è la stessa passione e vivacità artistica. La cosa più importante che mi ha trasmesso è la sua amicizia, e partendo da questo sentimento impari più che una professione, impari a vivere. A vivere con e nell’arte».

Dicono di lei…

«Un po’ di anni fa il mio studio si chiamava Paper Factory e si trovata in un seminterrato (a Milano si chiama loft) in un cortile di ringhiera del Naviglio pavese. Organizzavo attività intorno alla carta in quasi tutte le sue forme, dalla fabbricazione di fogli fatti a mano alle tecniche di decorazione a quelle di creazione oggetti. In particolare io mi occupavo di origami ma tanti artisti e artigiani contribuivano ad arricchire il programma dei corsi: cartapesta, aquiloni, kirigami, gioielli, lampade ecc. Un giorno vidi un meraviglioso abito in carta in una vetrina, e in un cartellino il nome dell’autrice, Caterina Crepax. La chiamai e le proposi di conoscerci e tenere un corso. Caterina accettò, il corso ebbe molto successo e poco dopo Caterina trasferì le sue innumerevoli carte in Paper Factory. Magicamente arrivarono richieste di lavoro in cui le nostre diverse competenze potevano interagire, iniziò così una collaborazione a quattro mani che spesso si moltiplicava nelle mani di chi passava a trovarci. Chiunque entrasse in studio veniva coinvolto a piegare, tagliare, arrotolare, incollare carta per le installazioni che andavamo creando. I nostri metodi di lavoro erano molto differenti e ci si scherzava prendendoci in giro. Caterina (architetto) affrontava in realtà il lavoro da artista, disegnava bellissimi bozzetti e poi cominciava il lavoro senza preoccuparsi di quanta carta ci volesse e soprattutto di quanto tempo occorresse a terminare il progetto; io invece (scenografa con mentalità da ingegnere) facevo subito lo schema del lavoro e il calcolo di quante migliaia di foglietti si dovessero usare. Nei lavori che invece ciascuna svolgeva individualmente spesso riuscivamo a interagire con consigli o aiuto pratico manuale ma curiosamente anche sfruttando gli scarti dei reciproci lavori. Caterina realizzò abiti incredibili utilizzando foglietti già piegati residui dei miei progetti. La sua capacità di riciclare in modo così esteticamente alto credo sia unica.

Dopo aver chiuso Paper Factory per un mio periodo sabbatico abbiamo collaborato ancora in qualche occasione sempre con grande piacere e divertimento».

Luisa Canovi, maestra di origami.

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