Biocompack CE – step 2: il mercato

Comunicare il packaging biocompatibile

Partiti dalla ricerca e dalla collaborazione tra i produttori di packaging è giunto il momento di coinvolgere anche gli utilizzatori e ascoltare la voce del mercato. L’obiettivo è capire come comunicare correttamente il valore di un imballaggio multimateriale. Se ne è discusso a Milano al secondo appuntamento del progetto europeo Biocompack CE.

Con il presupposto di ascoltare la voce degli utilizzatori del packaging, lo scorso aprile si è svolto a Milano, negli spazi di ADA Stecca degli Artigiani, il secondo workshop organizzato dai due partner italiani del progetto Biocompack CE www.interreg-central.eu, Innovhub www.innovhub-ssi.it e Legambiente www.legambiente.it, e dedicato a capire quali strategie adottare per favorire il mercato del bio-packaging in carta e plastica.

Il progetto, al cui kickoff meeting italiano avevamo dedicato un articolo su Industria della carta n. 1-2018, è certamente una sfida in termini di ricerca e di innovazione tecnica, ma non basta. È indispensabile infatti individuare le strategie di medio termine per favorire l’introduzione sul mercato di prodotti multimateriale, aumentarne la diffusione e migliorare la comunicazione, senza dimenticare la strutturazione di sistemi di raccolta adeguati ai nuovi imballaggi.

Il caso Leolandia

Posto che ai settori produttivi spetta la non facile risoluzione delle problematiche annesse alla composizione dei multimateriali e al loro riciclo o riutilizzo, ci si è chiesti quale fosse la reazione degli utilizzatori.

Cristina Gilardi e Nicoletta Nodari, rispettivamente consulente e responsabile marketing di Leolandia, hanno raccontato quanto sviluppato presso il parco giochi di Capriate San Gervasio (BG). Oltre all’adozione di una serie di attività eco sostenibili, il parco ha posto l’accento sulla comunicazione ai propri utenti, in particolare ai più piccoli fruitori delle sue attrazioni. Il progetto adottato, chiamato “Rifiutami con il cuore” e destinato alle strutture della ristorazione, si è basato su tre punti di forza, ha raccontato Gilardi: «la semplificazione della raccolta, la formazione del personale e una comunicazione chiara, con l’uso per esempio di colori diversi che identifichino tutti i materiali destinati al riciclo. In particolare abbiamo pensato a un “gesto unico” che si può fare gettando nel raccoglitore dell’umido bicchieri, piatti e posate che sono appositamente biodegradabili e compostabili, proprio grazie all’utilizzo di multimateriali come la carta accoppiata alla bioplastica». Certamente una scelta che ha comportato dei costi iniziali maggiori, ha spiegato Gilardi, ma che, se da un lato ha portato a un notevole aumento della frazione organica poi utilizzata nell’orto didattico del parco, passata dalle 6mila tonnellate circa del 2014 alle 25mila del 2017; dall’altro ha stimolato a studiare nuove soluzioni per riuscire a ridurre il numero di stoviglie utilizzate all’interno del parco.

Compost or not compost

Quello del parco bergamasco è un esempio lodevole che apre però a un’altra considerazione: l’importanza di una corretta e chiara comunicazione. Perché se all’interno del parco ogni stoviglia utilizzata è biodegradabile, il rischio all’esterno è che si inneschi una sorta di “effetto trascinamento”, spingendo il consumatore a inviare verso la frazione organica anche prodotti che non rientrino in realtà in quell’ambito, senza verificarne l’effettiva conformità. È necessario quindi esplicitare quali prodotti possano essere destinati al compostaggio. Ma non solo, occorre anche considerare la possibilità di recupero di tali materiali che, ricorda Massimo Ramunni, vice direttore di Assocarta, costituiscono una preziosa materia prima secondaria.

Rendere il multimateriale compostabile non è infatti l’unica questione da risolvere, bisogna stabilire anche quando e quanto di tale materiale si debba destinare al riciclo. Mentre i biopolimeri che formano le bioplastiche sono destinati alla compostabilità e non si parla nel loro caso di riutilizzo, per la carta la possibilità del riciclo organico deve restare secondaria rispetto al recupero in cartiera come materiale. «È necessario che il consumatore consideri innanzitutto il riciclo della carta e solo quando la fibra non sia più riciclabile la invii al compostaggio» ha dichiarato Ramunni. «In sostanza bisogna capire come conciliare il “gesto unico” del consumatore – citato dalle responsabili del parco Leolandia – al riciclo».

Una posizione che trova d’accordo anche i compostatori, «preferiamo che la carta finisca al riciclo, pur ricordando che è un materiale assolutamente compatibile con il compostaggio» ha detto Alberto Confalonieri, coordinatore del Comitato tecnico di CIC –Consorzio italiano compostatori– www.compost.it. Assocarta e CIC hanno poi ricordato anche il tema della qualità del rifiuto, il conferimento di materiale da riciclo non correttamente selezionato si trasforma infatti in costi di gestione anche rilevanti. Non solo, per le cartiere le impurezze contenute in tale materiale, una volta separate dalle fibre che sono reimmesse nel processo, finiscono poi per diventare rifiuti speciali. Proprio la loro gestione, ha ricordato Ramunni, «costituisce un gap importante rispetto alle cartiere del resto d’Europa che hanno trovato delle soluzioni per gestire questi scarti attraverso il recupero energetico, non ancora possibile, invece, in Italia».

Un mercato informato e consapevole

Mai come in questi casi, quindi, è necessario che la tecnologia sia associata alla comunicazione. È indispensabile che i consumatori siano bene informati su quali comportamenti adottare e sul valore dei propri consumi. Un esempio è dato dal recente obbligo al ricorso a buste biodegradabili e compostabili nei reparti ortofrutticoli dei supermercati (legge 123/2017), ultimo atto del recepimento della direttiva UNI EN 13432. Il divieto di utilizzo di shopper inplastica tradizionalein realtà era stato sancito già dalla Finanziaria 2007 (legge 296/2006), ha spiegato Francesco Ferrante, vice presidente di Kyoto Club. «Gli obiettivi già allora erano ridurre l’inquinamento e incentivare la decarbonizzazione, imporre un cambiamento nello stile di vita e promuovere l’innovazione di prodotto e di modelli di produzione in linea con la green economy».

Gli effetti della legge 123/2017 sono stati immediati, come ricordato da Marco Versari, presidente di Assobioplastiche. «I supermercati hanno confermato che i consumi dei sacchetti sono drasticamente crollati e che l’obbligo ha prodotto una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, incentivati così a evitare gli sprechi. Il pagamento del sacchetto, che per legge deve essere palese, aveva proprio lo scopo di aumentare la consapevolezza di chi acquista, oltre che un obiettivo ambientale».

Vanni Corbonese, dirigente di Iper, che ha dato voce alla GDO, ha sostanzialmente confermato le parole di Versari portando l’esempio della catena per la quale lavora. Racconta che al suo interno opera dal 1998 un gruppo di lavoro sul tema imballaggi, allo scopo di trovare soluzioni per la riduzione dell’uso di plastica nel packaging, che ha portato alla sostituzione delle plastiche tradizionali con PLA. «È stato un lavoro impegnativo e che ha richiesto grandi investimenti» ha dichiarato il dirigente. «Oggi il 60% degli imballaggi utilizzati nei nostri supermercati è biodegradabile e compostabile, mentre il rimanente 40% è costituito da imballaggi che è difficile rendere con tali soluzioni, a volte anche a causa di precise richieste del mercato – per esempio il packaging destinato a essere utilizzato in freezer o in forno – oppure perché al momento sarebbe molto costoso sostituirle con packaging biodegradabili»,  un esempio su tutti è dato dalle vaschette in polistirolo – che hanno, per inciso, un elevato impatto ambientale – le quali presentano ancora un costo fortemente competitivo rispetto a quelle realizzate con altri materiali e una resa non altrettanto paragonabile. «Stiamo continuando però a lavorare proprio al miglioramento di questi aspetti» ha concluso Corbonese.

Ristorazione sostenibile

L’alimentare e la ristorazione sono i settori più interessati all’applicazione di packaging compostabile. Un altro caso interessante è quello di Milano Ristorazione presentato da Fabrizio De Fabritiis, amministratore unico della società che si occupa del servizio di ristorazione per scuole, case di riposo, anziani con servizio a domicilio e centri di prima accoglienza del Comune di Milano. La scelta di utilizzare stoviglie in Mater-bi, bioplastiche completamente biodegradabili e compostabili, ha permesso all’azienda di risparmiare 720mila chili di plastica. Una decisione che ha anche un risvolto formativo, «l’eliminazione della plastica, se contestualizzata e spiegata a bambini e studenti, è un importante segnale di sensibilizzazione ambientale per i ragazzi» ha dichiarato De Fabritiis.

Tuttavia non è una scelta semplice. Il numero di fornitori in grado di soddisfare le caratteristiche tecniche richieste dall’azienda è ancora limitato, come i tempi di approvvigionamento della materia prima.

Tutto ciò dimostra come, per la diffusione di un packaging sostenibile, sia indispensabile agire su più fronti, anche sul mercato.

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