L’industria cartaria affronta la gestione dell’acqua tra innovazione tecnologica, vincoli normativi e sostenibilità. Il settore ha migliorato depurazione ed efficienza dei cicli idrici, ma resta complesso raggiungere una chiusura totale dei processi. Le questioni ancora aperte sono il disallineamento tra norme europee e nazionali, e la gestione di sostanze come PFAS e boro, tra riciclo, qualità delle acque e responsabilità ambientale.
L’industria cartaria è coinvolta sul tema del trattamento acque sotto più aspetti. In particolare, l’utilizzo della risorsa idrica, la chiusura dei cicli delle acque di processo e la gestione delle acque reflue sono alcuni tra gli aspetti che più interessano il settore. Negli ultimi anni l’industria cartaria ha investito molto nell’implementazione delle tecnologie di depurazione e nell’efficienza dei cicli produttivi, anche alla luce di un quadro normativo europeo che è in continua evoluzione e con il quale è necessario rapportarsi.
Ne scaturiscono quindi sempre nuove sfide che riguardano anche il tema di stringente attualità legato alla disponibilità di acqua.
Di tutto questo abbiamo parlato con Massimo Ramunni, vice direttore di Assocarta.
Parliamo di utilizzo della risorsa idrica e trattamento delle acque nel settore cartario: qual è lo stato dell’arte e quali sono le maggiori problematiche che, ancora oggi, si incontrano?
«Lo stato dell’arte è difficile da definire in maniera netta in quanto le tecnologie vanno adattate ai singoli processi produttivi; sicuramente si è assistito a un trend verso l’implementazione di tecnologie più avanzate e un progressivo miglioramento delle capacità di depurazione. Un punto di riferimento importante è rappresentato dal BREF (BAT reference document) del 2014 sulle migliori tecniche disponibili (BAT) per il settore cartario. Da allora si è assistito a ulteriori sviluppi, guidati anche dall’evoluzione della normativa europea e dall’introduzione delle nuove Autorizzazioni integrate ambientali (AIA), che hanno contribuito ad alzare gli standard ambientali complessivi.
Oggi gli impianti di depurazione rappresentano una consuetudine nell’industria cartaria, si parla di trattamenti primari e secondari sempre più complessi, con una crescita degli impianti anaerobici che, accanto al trattamento delle acque, consentono la produzione di biogas e biometano, interessanti anche in termini di recupero energetico. Negli ultimi anni, inoltre, si è verificato un livellamento delle performance ambientali tra le aziende, per cui tutte le realtà, anche le più piccole, hanno recuperato terreno.
Ora la maggiore sfida da affrontare sarà la revisione del documento europeo sulle migliori tecniche disponibili, il cui aggiornamento è previsto a partire dal 2027. Il documento aggiornato potrebbe introdurre nuovi obiettivi non soltanto sui limiti alle emissioni, ma anche sull’impiego di acqua, rendendo il quadro ancora più impegnativo per il settore».
L’industria cartaria studia da anni la chiusura dei cicli idrici, però sappiamo che una chiusura totale è complessa. È corretto?
«Sì, il problema è trovare il giusto equilibrio. La chiusura spinta dei cicli idrici è un obiettivo importante, ma non può essere perseguita considerando un solo parametro alla volta. Quando il legislatore concentra l’attenzione su un singolo indicatore, rischia di trascurare gli effetti collaterali. Cicli troppo chiusi, infatti, possono generare problemi di qualità del prodotto, aumentare gli scarti, rallentare la produzione o determinare maggiori consumi energetici e una maggiore produzione di rifiuti. È indispensabile quindi trovare il giusto equilibrio e farlo per ogni cartiera, perché non esiste una soluzione standard applicabile indistintamente a tutte le realtà. La normativa europea riconosce proprio questo principio, in quanto prevede che la progettazione integrata ambientale sia fatta su misura, in base alle possibilità tecnologiche e alle tipologie di materie prime e di prodotti impiegati e realizzati.
Il nostro principale freno deriva piuttosto dalla normativa nazionale, perché è ancora in vigore una disciplina risalente agli anni Settanta, concepita per un sistema industriale molto diverso dall’attuale. Se allora aveva senso un’impostazione più semplice e lineare, applicabile a tutti i settori industriali indistintamente, oggi non ha più ragion d’essere. Un esempio emblematico è il limite in concentrazione sulla presenza di boro negli scarichi: l’Italia è l’unico Paese europeo ad applicarlo, con effetti che possono diventare un ostacolo allo sviluppo del riciclo e alla chiusura dei cicli».
Non c’è quindi un pieno allineamento tra normativa europea e nazionale?
«La normativa europea stabilisce il quadro di riferimento generale, ma lascia in vigore le disposizioni nazionali preesistenti. Questo comporta che norme ormai datate continuino a essere applicate anche quando non risultano più coerenti con l’impostazione europea.
Il risultato è la creazione di vincoli che, paradossalmente, possono ostacolare miglioramenti ambientali, per esempio la riduzione dell’uso di acqua attraverso una maggiore chiusura dei cicli produttivi».
Come Assocarta state lavorando con le istituzioni per affrontare queste problematiche?
«Sì. In questo periodo il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica sta elaborando il decreto di recepimento della nuova direttiva europea sulle emissioni industriali, la cosiddetta IED 2.0 – Direttiva (UE) 2024/1785 – e noi, come associazione, stiamo partecipando al confronto istituzionale con l’obiettivo di portare a una maggiore coerenza tra il nuovo impianto europeo e l’impostazione normativa nazionale esistente».
Il 9 marzo è stato firmato da Utilitalia, Legambiente e Consumers’ Forum il Manifesto “Verso l’eliminazione dei PFAS”. Vi si sottoscrive l’impegno a eliminare i PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) e a sostituirli progressivamente con prodotti più sicuri. Qual è la posizione in merito dell’industria cartaria?
«Come sappiamo, i PFAS sono inquinanti definiti ubiquitario – cioè presenti ovunque – e in merito ai quali è necessario distinguere due livelli di analisi.
Il primo riguarda l’eliminazione dell’uso intenzionale di tali sostanze e in questo l’industria cartaria italiana è già molto avanti. Inoltre, in generale le applicazioni industriali che prevedono PFAS sono ormai limitate a pochissimi casi specifici, per i quali si stanno studiando soluzioni alternative. Non vediamo quindi un futuro per i PFAS se non per applicazioni che hanno particolare valore sociale – come alcuni dispositivi medicali, nel settore energetico o di sicurezza – e potrebbero rimanere un’eccezione, ma nel settore cartario non esistono utilizzi di questo tipo.
Il secondo livello riguarda, invece, la presenza involontaria dei PFAS. Le cartiere possono trovarli nelle acque in ingresso, a causa di contaminazioni derivanti da altri settori o dall’uso civile. In questi casi si tratta di presenze indirette e non controllabili dalle aziende, e per le quali non si può fare altro che auspicare che in tutti gli ambiti industriali e di consumo si trovino sostituti ai PFAS che consentano di ridurne la presenza, evitando di inquinare anche il settore cartario».
Come si applica in questo contesto il principio “chi inquina paga” citato sempre nel Manifesto?
«Il principio è ormai consolidato nella normativa europea ed è assolutamente condiviso dal settore. La questione centrale riguarda però l’individuazione del reale responsabile dell’inquinamento. Se i PFAS vengono rilevati nello scarico di una cartiera ma sono già presenti nelle acque in ingresso, l’azienda rischia di essere identificata come responsabile pur non essendo l’origine della contaminazione. Il principio, quindi, deve essere applicato risalendo alla fonte effettiva dell’immissione sul mercato. La soluzione più efficace al “chi inquina paga” resta quindi prevenire l’uso delle sostanze inquinanti di particolare preoccupazione come i PFAS oppure, nei casi in cui il loro utilizzo sia inevitabile, gestirne l’intero ciclo di vita, includendo anche il recupero e il trattamento a fine vita di queste sostanze, per evitare che si disperdano nell’ambiente».
Il manifesto parla esplicitamente anche della collaborazione con le industrie. Il settore cartario sarà coinvolto?
«Non c’è una collaborazione formale specifica, ma il confronto con alcune associazioni, come Legambiente, è costante e le posizioni del nostro settore sono spesso convergenti con le loro. L’obiettivo condiviso è evitare l’impiego di sostanze estremamente difficili da controllare e da abbattere, che tendono ad accumularsi nell’ambiente, anche a tutela della nostra industria e del nostro riciclo. Non solo, è importante anche che si effettuino adeguati controlli sui prodotti importati da Paesi extraeuropei. Il rischio è che materiali contenenti PFAS, non soggetti alle stesse restrizioni a cui sono sottoposte le nostre filiere, entrino nei flussi di riciclo europei contaminando acque e materie prime seconde».
Il Manifesto propone che le azioni da porre in atto siano inquadrate all’interno di una normativa stabile che possa anche indirizzare l’innovazione industriale. Qual è la posizione dell’industria cartaria italiana? E come si colloca nel quadro normativo europeo e internazionale?
«In questo momento il quadro normativo europeo rappresenta il riferimento principale. L’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) sta lavorando con la Commissione europea a possibili restrizioni sull’uso dei PFAS, con l’obiettivo di limitarli ai soli casi indispensabili. Ci aspettiamo quindi che dall’Unione europea arrivino indicazioni su impieghi accettabili, per i casi in cui i PFAS non sono sostituibili o la cui sostituzione creerebbe un impatto sociale ed economico non sostenibile.
Un altro elemento rilevante è il Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR – Reg. UE 2025/40), che introduce limiti alla presenza di PFAS negli imballaggi alimentari. Dalle prime analisi che abbiamo effettuato a livello europeo come Cepi – Confederation of European Paper Industries – è emerso che tali limiti non rappresentano una criticità per la carta e il cartone, poiché in generale non vi è uso intenzionale di queste sostanze nei nostri prodotti».
Vi sono altre problematiche legate all’acqua che l’industria cartaria e la filiera nel suo insieme devono affrontare?
«Il tema per noi più importante resta quello del boro in relazione al riciclo. Questa sostanza è naturalmente presente nella carta, in particolare nel cartone ondulato, e non viene rimossa dai sistemi di trattamento delle acque. Il problema nasce dal fatto che il limite italiano è espresso in concentrazione e la chiusura dei cicli idrici comporta inevitabilmente un aumento della concentrazione stessa, pur senza modificare la quantità complessiva scaricata. Questo crea difficoltà a mantenere il rispetto del limite in concentrazione, soprattutto per le cartiere che intendono ridurre ulteriormente l’impiego di acqua. Per fortuna ci sono stati interventi in merito: alcune amministrazioni regionali, come la Toscana, hanno già introdotto deroghe riconoscendo che la riduzione dei consumi idrici può avere un impatto ambientale complessivo più positivo rispetto all’osservanza rigida del parametro di concentrazione del boro.
A preoccupare il settore, accanto a questo tema, c’è quello della disponibilità e della qualità dell’acqua. È vero che l’industria cartaria necessita di importanti volumi idrici, ma possiede anche una grande capacità nel trattamento e nel riciclo delle acque, con impianti di depurazione complessi, oltre alle conoscenze nella gestione della risorsa idrica e proprio queste competenze potrebbero permetterle di fornire acqua trattata e di qualità ad altri processi e altre filiere industriali, operando in simbiosi con loro».
Il Manifesto per eliminare i PFAS
Presentato il 9 marzo 2026 al Senato da Utilitalia, Legambiente e Consumers’ Forum, il Manifesto “Verso l’eliminazione dei PFAS” – sostanze per- e polifluoroalchiliche – nasce con l’obiettivo di affrontare una delle principali emergenze ambientali e sanitarie legate alla diffusione degli “inquinanti eterni”. I PFAS sono un gruppo di oltre 10mila sostanze chimiche sintetiche utilizzate in numerosi prodotti di uso quotidiano, caratterizzate da un’elevata persistenza ambientale e difficoltà di degradazione.
Il documento propone un approccio fondato su evidenze e dati scientifici, e pone come centrale la collaborazione tra istituzioni, imprese e società civile, promuovendo la progressiva eliminazione dei PFAS e la loro sostituzione con alternative più sicure. Punto nevralgico del Manifesto è l’applicazione del principio “chi inquina paga”, insieme alla definizione di un quadro normativo stabile capace di orientare innovazione e investimenti industriali.
Tra le azioni indicate figurano il rafforzamento delle tecnologie di trattamento di acque e rifiuti, il sostegno alla ricerca di soluzioni alternative e l’armonizzazione delle norme europee nel quadro del regolamento Reach, con l’obiettivo di tutelare salute pubblica e ambiente attraverso una responsabilità condivisa tra tutti gli attori coinvolti.



