L’Energy manager assume un ruolo sempre più strategico in ambito di efficienza energetica e decarbonizzazione. Crescono le nomine volontarie, i Sistemi di gestione dell’energia e le certificazioni EGE, mentre emergono nuove competenze e le sfide legate a flessibilità, investimenti e competitività. Tutto nel rapporto di Fire “Gli Energy Manager in Italia – Nomine 2025”.
Nella transizione energetica, così come nella gestione quotidiana degli aspetti energetici di un’azienda, la figura di riferimento è l’Energy manager (EM). La sua presenza nell’organizzazione aziendale permette di perseguire una gestione strutturata dell’energia, elemento ormai essenziale in ogni attività industriale. Questa figura professionale si dimostra ancor più importante all’interno delle nuove sfide per la competitività industriale e per raggiungere uno degli obiettivi più sfidanti dei nostri anni: la decarbonizzazione.
In Italia intanto l’energy management continua a rafforzarsi. A dirlo sono i numeri di Fire – la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia – che ha recentemente pubblicato il Rapporto “Gli Energy Manager in Italia – Nomine 2025”.
Lo studio, realizzato nell’ambito della convenzione della Federazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), si è basato su 375 contributi raccolti tra professionisti del settore. Il documento finale è stato presentato nel corso di un webinar organizzato da Fire a fine giugno.
Record di nomine EG nel 2025
Secondo il rapporto della Federazione, il 2025 ha segnato un nuovo record per le nomine complessive degli EM, che hanno raggiunto quota 2.594, il valore più elevato degli ultimi vent’anni, come ha sottolineato durante il webinar Dario Di Santo, direttore di Fire.
Oltre ai numeri, dall’indagine emerge il cambiamento nel ruolo di questa figura professionale in un sistema energetico caratterizzato da una spiccata elettrificazione dei consumi, dalla diffusione delle fonti rinnovabili, dalla digitalizzazione, dall’adozione dei Sistemi di gestione dell’energia e dalla crescente attenzione alla competitività industriale.
Aumentate dell’1% rispetto al 2024 e del 23% rispetto a dieci anni prima, le nomine di EM riguardano per buona parte (1.765) soggetti obbligati ai sensi della Legge 10/1991, mentre la rimanente quota (829) proviene da organizzazioni non soggette all’obbligo normativo. Quest’ultimo dato rappresenta uno dei segnali più significativi dell’evoluzione dell’energy management nel Paese, in quanto indica come cresca il numero di imprese che scelgono di nominare volontariamente un EM. Riconoscono quindi nella gestione professionale dell’energia uno strumento capace di migliorare l’efficienza, ridurre i costi e rafforzare la competitività, andando ben oltre il semplice adempimento legislativo.
Il ruolo dell’Energy manager
L’efficienza energetica, nella politica europea così come nelle aziende, continua a dimostrare la propria efficacia nel ridurre consumi ed emissioni, senza compromettere la competitività delle imprese. I dati di Fire confermano come l’Italia, nello specifico, grazie alle politiche di efficienza energetica sviluppate negli ultimi anni, abbia evitato circa un quarto dei consumi finali che si sarebbero altrimenti registrati. Il beneficio stimato, sottolinea Di Santo, equivale a circa 29 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) risparmiati, con un impatto economico valutato tra 40 e 60 miliardi di euro di minori costi in bolletta. A questi risultati si aggiungono benefici indiretti, quali minori investimenti necessari per la realizzazione di nuovi impianti di generazione e reti energetiche, una riduzione delle importazioni di petrolio e gas, e un rafforzamento della filiera industriale nazionale.
Il direttore ricorda che la normativa italiana prevede l’obbligo di nomina di un EM per tutte le organizzazioni che superano determinate soglie di consumo energetico: 10.000 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) all’anno per il settore industriale e 1.000 tep per tutti gli altri comparti. La nomina deve essere effettuata annualmente, entro il 30 aprile. Negli ultimi anni, però, è cresciuto soprattutto il ricorso volontario, indice di una maggiore maturità del mercato e della crescente consapevolezza di come una gestione strutturata dell’energia possa incidere direttamente sulle performance economiche delle organizzazioni.
Il ruolo dell’EM quindi diventa determinante, perché rappresenta il professionista chiamato a tradurre gli obiettivi di efficienza in interventi concreti, monitorabili e misurabili.
Gli EM e i Sistemi di gestione dell’energia
L’indagine condotta da Fire ha preso in esame diversi elementi. La distribuzione delle nomine, per esempio, spiega Di Santo, indica il terziario come il settore ad oggi con il maggior numero di EM nominati tra i soggetti obbligati, con 569 incarichi; al secondo posto si colloca l’industria con 463 e al terzo i trasporti con 390. Seguono il comparto delle forniture e dei servizi energetici con 185 nomine, la Pubblica Amministrazione (PA) con 113 e l’agricoltura con 45.
Se si osservano però i consumi energetici gestiti dagli EM si ottiene una fotografia differente. L’industria continua a rappresentare il comparto con il maggior volume di energia gestita, pari a circa 35 Mtep, seguita dalle forniture e servizi energetici con 28,1 Mtep e dai trasporti con 22,2 Mtep. Più contenuti risultano invece i valori del terziario, pari a 6,3 Mtep, della PA con 0,8 Mtep e dell’agricoltura con 0,1 Mtep. Complessivamente, sottolinea il direttore, gli EM gestiscono circa 92 Mtep di consumi energetici; un’ulteriore conferma dell’importanza della loro attività.
Certamente i dati evidenziano come il comparto manifatturiero continui a rappresentare uno degli ambiti più rilevanti dell’energy management nazionale, con 441 nomine tra i soggetti obbligati e una copertura significativa dei consumi energetici italiani. Non solo, è proprio nell’industria che si concentra oltre la metà delle nomine volontarie, a conferma di una crescente attenzione verso la gestione efficiente dell’energia anche nelle realtà più piccole.
Parallelamente alla figura degli EM cresce anche la diffusione dei Sistemi di gestione dell’energia (SGE) certificati secondo la norma ISO 50001. Nel 2025, ricorda ancora Di Santo, le organizzazioni nominate che dispongono anche della certificazione sono salite a 490, con un incremento del 9% rispetto all’anno precedente e del 143% rispetto al 2017. Il dato assume particolare rilievo se confrontato con il numero complessivo delle organizzazioni certificate ISO 50001 presenti in Italia, pari a 1.254 a fine 2024, e circa il 36% dispone anche di un EM formalmente nominato.
Secondo le stime di Fire, questa tendenza è destinata ad accelerare nei prossimi anni. La Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica introduce l’obbligo di certificazione ISO 50001 per tutte le imprese con consumi medi superiori a circa 2.030 tep, corrispondenti a 85 TJ nei tre anni precedenti. Per molte organizzazioni il rafforzamento dei sistemi di gestione rappresenterà quindi un passaggio necessario, all’interno del quale la figura dell’EM assumerà un ruolo ancora più centrale.
Dall’EGE al ricambio generazionale
Altra figura professionale in crescita nelle aziende italiane è l’Esperto in gestione dell’energia (EGE). Secondo i dati a disposizione di Fire e aggiornati a giugno 2026, in Italia risultano attive oltre 4.200 certificazioni EGE. Tra gli EM che operano come consulenti esterni, quasi due terzi possiedono questa certificazione, mentre tra i professionisti interni la quota si ferma intorno al 17%. Complessivamente circa il 27% degli EM nominati possiede la certificazione EGE.
La diversa diffusione tra interni ed esterni dipende da vari fattori. Nelle organizzazioni in cui l’EM è un dipendente, la certificazione non sempre è ritenuta prioritaria oppure i compiti assegnati non consentono di soddisfare pienamente i requisiti previsti dalla norma UNI CEI 11339 – che definisce i requisiti professionali dell’EGE – spiega Di Santo. Per i consulenti esterni, invece, la certificazione rappresenta spesso un elemento distintivo della propria qualificazione professionale.
Il rapporto mette in evidenza anche l’elevata specializzazione della categoria. Circa il 90% degli EM possiede una laurea tecnica, prevalentemente in ingegneria, mentre il restante 10% dispone di un diploma tecnico-professionale. Sono molto rari i casi di percorsi formativi non tecnici. Dal punto di vista organizzativo, il 35% ricopre il ruolo di impiegato, il 32% quello di quadro e il 27% quello di dirigente o amministratore. Inoltre, il 79% degli EM è dipendente dell’organizzazione che lo nomina e il restante 21% svolge l’incarico come consulente esterno.
I dati mostrano tuttavia un forte divario di genere. Le donne rappresentano appena il 12% degli EM nominati, pari a 222 professioniste su 1.866 nominati complessivi. Anche sotto il profilo anagrafico il ricambio procede lentamente. Gli under 35 costituiscono solo il 7% della categoria, mentre circa tre quarti degli EM ha un’età compresa tra 35 e 60 anni. Un elemento, quest’ultimo, su cui Fire presta particolare attenzione, ritenendo prioritario favorire il ricambio generazionale e rendere più attrattive le professioni dell’energy management per i giovani.
Flessibilità e nuove esigenze
Un’altra tematica che emerge dallo studio di Fire riguarda l’evoluzione in corso nel settore, che richiede competenze sempre più ampie. La nuova edizione della norma UNI CEI 11339 e le trasformazioni del sistema energetico evidenziano come, accanto all’importanza di rafforzare le competenze tecniche tradizionali, vi è la necessità di implementare anche le cosiddette soft skill o competenze trasversali. Tra queste, le più urgenti sono la capacità di gestire percorsi di decarbonizzazione, la conoscenza dei temi della sostenibilità, l’utilizzo dell’AI generativa, la digitalizzazione dei processi e la gestione della flessibilità energetica.
L’attenzione di Fire si è concentrata proprio su quest’ultimo tema. La crescente diffusione delle fonti rinnovabili non programmabili, l’elettrificazione dei consumi e la trasformazione delle reti rendono necessario sviluppare sistemi capaci di adattare la domanda alla disponibilità di energia in modo dinamico, ovvero che siano – come spiega Yasaman Meshenchinezhad, energy efficiency specialist di Fire – flessibili.
Secondo lo studio di Fire le risorse di flessibilità oggi più diffuse sono gli impianti di generazione elettrica installati presso i siti produttivi, i carichi elettrici controllabili e i sistemi di gestione dell’energia già operativi. L’autoproduzione copre tra il 10% e il 30% della domanda annua di elettricità per circa il 38% dei 375 intervistati, segnale della crescente diffusione della generazione distribuita sia nell’industria sia nel terziario.
Tra i principali benefici della flessibilità, prosegue Meshenchinezhad, sono indicati il risparmio economico, la riduzione della dipendenza dalla rete elettrica e i vantaggi ambientali. Restano però anche numerose barriere, sia di natura tecnica sia economica. Le principali difficoltà operative riguardano il rischio di compromettere la qualità dei processi produttivi, i vincoli di sicurezza e continuità del servizio, e la mancanza di adeguati sistemi di automazione. Sul fronte degli investimenti prevalgono invece l’incertezza normativa, tempi di ritorno economico poco prevedibili e costi iniziali elevati.
Il messaggio che emerge è che la flessibilità non coincide semplicemente con l’introduzione di nuove tecnologie. Richiede piuttosto la capacità di coordinare sistemi di accumulo, impianti rinnovabili, pompe di calore, veicoli elettrici, Sistemi di gestione dell’energia e comunità energetiche all’interno di un quadro regolatorio stabile e di modelli di business adeguati. Per metà dei professionisti coinvolti nell’indagine, aggiunge l’esperta, la flessibilità quindi rappresenta già oggi un elemento essenziale per l’evoluzione del sistema energetico italiano.
Organizzazione e costi dell’energy management
Un altro tema che il rapporto pone in luce riguarda le difficoltà che gli EM incontrano nello svolgimento della propria attività. Daniele Forni, responsabile tecnico di Fire, nel presentare alcuni dati dell’indagine, evidenzia come il problema più citato dagli intervistati non sia strettamente tecnico, bensì organizzativo. In circa un terzo dei casi emerge una difficoltà di convincere il management aziendale a considerare l’efficienza energetica una leva strategica e non un semplice obbligo normativo. Molti EM segnalano di essere coinvolti soltanto nelle fasi finali delle decisioni, quando le scelte principali sono già state effettuate.
Accanto agli aspetti organizzativi persistono anche le difficoltà legate alla disponibilità di risorse economiche, particolarmente sentite nelle PMI e nella PA, dove gli investimenti in efficienza energetica faticano ancora a essere inseriti nella programmazione ordinaria. A ciò si aggiunge il tema della stabilità normativa: molti operatori ritengono che incentivi e strumenti di sostegno abbiano bisogno di un orizzonte temporale più lungo per consentire la pianificazione di investimenti con tempi di ritorno pluriennali.
Forni nota anche la particolare attenzione degli intervistati alla qualità dei dati energetici. La maggior parte è concorde nel ritenere che senza sistemi di monitoraggio affidabili sia difficile dimostrare i risparmi conseguiti, valutare l’efficacia degli interventi o accedere agli strumenti incentivanti. L’importanza della misurazione continua assume quindi un ruolo sempre più centrale nello sviluppo dell’energy management.
La decarbonizzazione
L’indagine di Fire si concentra, infine, sulle sfide e tra quelle emergenti figura naturalmente la decarbonizzazione, tema di cui tratta l’intervento di Diego Moretti, collaboratore tecnico di Fire. Come sottolinea l’esperto, le imprese segnalano come principali ostacoli alla decarbonizzazione gli elevati costi di adeguamento, l’instabilità della regolazione e le difficoltà di accesso ai finanziamenti. In particolare, i settori industriali cosiddetti hard-to-abate – tra cui vi è anche il settore cartario, dove peraltro il rapporto sottolinea il più marcato squilibrio tra i vettori elettrico e gas – evidenziano la necessità di strumenti capaci di accompagnare investimenti complessi attraverso meccanismi di finanziamento innovativi, revisione della fiscalità energetica, contratti per differenza, sviluppo di Power purchase agreement (PPA) anche in forma consortile e un maggiore coinvolgimento delle ESCo (energy service company) nel supporto tecnico e finanziario alle imprese.
Accanto a quello delle imprese rimane aperto il tema della PA che, pur registrando alcuni segnali positivi, con il tasso di adesione delle Città metropolitane che raggiunge l’87%, il livello complessivo di adempimento continua a essere inferiore alle potenzialità. Secondo Fire, una maggiore diffusione della figura dell’EM all’interno della PA potrebbe contribuire in maniera significativa al miglioramento dell’efficienza energetica del patrimonio pubblico e alla riduzione della spesa sostenuta dagli enti.
L’energy management oggi e domani
Il quadro delineato dal rapporto mostra quindi un settore in crescita, con un numero record di nomine, una progressiva diffusione dei Sistemi di gestione dell’energia e un livello di qualificazione professionale elevato. Allo stesso tempo, evidenzia come il pieno sviluppo dell’energy management richieda ancora un cambiamento culturale, organizzativo e normativo. L’efficienza energetica, sottolinea Di Santo, continua a rappresentare una delle politiche industriali più efficaci per rafforzare la competitività del sistema produttivo italiano, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e accompagnare il percorso di decarbonizzazione. In tutto ciò, l’EM si conferma una figura destinata ad assumere un ruolo sempre più strategico, chiamata non soltanto a gestire consumi e impianti, ma a contribuire alle decisioni che definiranno il futuro energetico delle organizzazioni pubbliche e private.




