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Raffaella Quadri

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Ecol Studio Lifeanalytics: competenze al centro del cambiamento

Il futuro delle competenze è uno dei temi più urgenti per chi si occupa di servizi alle imprese. «La qualità dei servizi che offriamo dipende in modo diretto dalla preparazione e dall’aggiornamento continuo delle nostre persone» dichiara in merito Marco Saltarelli, AD di Ecol Studio e CO-CEO, direttore generale di Lifeanalytics.

Non è il ricambio generazionale l’elemento più critico, ma la crescente mobilità professionale, con una domanda di profili qualificati superiore all’offerta, spiega. In questo scenario, le nuove tecnologie possono giocare un ruolo essenziale: «riteniamo che l’AI rappresenti un’importante opportunità per accelerare le attività più ripetitive e potrà supportare l’intelligenza naturale», ancora indispensabile nei processi ad alto valore aggiunto.

Sul piano operativo, anche il tema  energetico continua a incidere nella filiera cartaria. Pur non essendo un’azienda energivora, Ecol Studio Lifeanalytics ne percepisce il peso strategico: «siamo consapevoli che il costo dell’energia rappresenta e rappresenterà un fattore critico di successo anche per la nostra realtà» prosegue l’AD. Da qui, l’impegno nell’innovazione tecnologica per rendere più efficienti i processi interni e nel mettere a disposizione del settore cartario le proprie competenze, attraverso «attività consulenziali, analitiche e formative, per accompagnare le aziende verso l’adozione delle migliori prassi in ambito ambientale e di sostenibilità». Un’esperienza ormai quarantennale che supporta «una crescita responsabile e orientata a uno sviluppo sempre più sostenibile».

Questa visione si inserisce in una strategia aziendale che ha nella sostenibilità un cardine imprescindibile. «Crediamo che la sostenibilità sia l’unica via possibile per uno sviluppo responsabile» aggiunge l’AD, spiegando come l’azienda abbia pubblicato il Report di Sostenibilità, nominato un mobility manager per le sedi a maggiore densità di personale e avviato la produzione di energia solare. Uno sforzo che riguarda anche riduzione della carbon footprint delle attività e pratiche di recupero dei rifiuti.

Intanto Giacomo Belluomini, sales and operation manager B.U. product safety di Ecol Studio – Lifeanalytics, delinea le prospettive per il 2026, in un contesto di trasformazione profonda del settore. «Proponiamo un insieme completo di servizi dedicati alle esigenze del mercato cartario, oggi coinvolto in un profondo cambiamento» spiega. Un approccio sinergico che integra laboratorio, consulenza e formazione, con l’obiettivo di accompagnare le aziende dalla progettazione dell’imballaggio alla gestione del fine vita dei materiali. «Ci aspettiamo di continuare a lavorare a fianco dei clienti come partner di fiducia per trovare insieme soluzioni che garantiscano sicurezza, sostenibilità e performance».

Efficienza modulare per il tissue “made in Bolivia”

Un’azienda boliviana attiva dal 1996 nel settore della carta tissue, per incrementare del 25% la propria produzione, ha investito in una nuova linea tecnologica caratterizzata da modularità, sicurezza e funzionalità digitali avanzate. Il sistema è progettato per garantire flessibilità, consentendo future espansioni con componenti aggiuntivi. Tra i vantaggi principali ha una configurazione predefinita, che riduce tempi e costi di installazione, e una gestione semplificata della manutenzione grazie a quadri elettrici integrati. L’introduzione della nuova tecnologia, quindi, garantisce all’azienda una maggiore efficienza, consolidando il suo ruolo nel mercato.

Con una produzione di 50 milioni di rotoli al mese, Copelme (Compañía Papelera de Industria y Comercio Mendoza S.A.) è un’importante azienda boliviana dedicata al settore della carta tissue: carta igienica, tovaglioli e asciugamani di carta.

Fondata nel 1996 e parte del Grupo Mendoza de Inversiones, Copelme S.A. è specializzata nella produzione e commercializzazione di 42 diversi formati di carta tissue, dal rotolo alla piega, sia in grandi sia in piccoli formati. L’azienda, con oltre 650 dipendenti, offre quattro linee di prodotti: Hogar, Nacional, Excelsior e Institucional che servono i mercati del consumo, dell’industria e della sanità.

Il 45% dell’attuale produzione di Copelme è realizzato con carta riciclata. La produzione sostenibile dell’azienda è supportata infatti anche dall’operazione Recme (Recicladora Mendoza), che tratta carta e cartone usati per l’industria della carta tissue. Questo processo contribuisce in modo significativo alla conservazione delle risorse e alla riduzione dei rifiuti.

Una nuova linea

Con l’obiettivo di aumentare il volume di produzione mensile del 25%, portandolo da 50 milioni a circa 62-63 milioni di rotoli, Copelme ha investito in una nuova linea Perini MyGo di ValmetQuesto progetto permetterà di aumentare la capacità produttiva, attualmente al 95%, dello storico stabilimento di Cochabamba in Bolivia.

«Sulla base del successo ottenuto con l’avanzata tecnologia Perini Constellation di Valmet, Copelme continua a investire nelle soluzioni tecnologiche di Valmet per rafforzare la propria posizione competitiva nel settore» afferma Rafael Mendoza, vicepresidente di Copelme. «In particolare, la scelta di questa linea è dovuta alla sua modularità, sostenibilità e sicurezza, qualità che aggiungono un valore significativo per sostenere le ambizioni di crescita della nostra azienda».

L’impianto è specializzato nella produzione di rotoli di carta igienica e da cucina fino a 200 mm di diametro, con una velocità operativa di 600 m/min. Certificata CE o UL, la nuova linea è una soluzione plug & play preconfigurata secondo gli standard industriali, che garantisce la massima flessibilità.

Il plus della modularità

Tra i motivi che hanno spinto l’azienda boliviana ha scegliere questa nuova linea vi è la modularità; una delle caratteristiche distintive di Perini MyGo.

La configurazione della linea, dotata di quadri elettrici integrati e di protezioni perimetrali ancorate, può essere migliorata e ampliata con componenti aggiuntivi per soddisfare le diverse esigenze produttive. Questo approccio riduce al minimo i tempi e i costi di installazione, consentendo a Copelme di accelerare l’introduzione sul mercato di nuovi prodotti e di coglierne tempestivamente le opportunità.

In termini di sicurezza, i quadri elettrici posizionati sulle singole macchine hanno eliminato la necessità di scatole di giunzione e hanno riposizionato gli I/O del PLC nel quadro elettrico stesso, accessibile dall’esterno della linea per facilitare la manutenzione e la diagnostica.

Non solo, Perini MyGo si allinea ai valori di Copelme anche in materia di sostenibilità, incorporando tecnologie ecologiche come il sistema Aquabond, che sostituisce la colla con l’acqua nel processo di laminazione per ridurre l’impatto ambientale.

Ulteriori vantaggi sono la riduzione dei tempi di consegna, la rapidità di installazione e il monitoraggio dell’area di produzione senza l’intervento diretto dell’operatore.

I servizi digitali

La scelta della linea Perini MyGo ha permesso all’azienda boliviana di ottenere altri importanti benefici offerti dalla digitalizzazione. Grazie ai servizi digitali di Valmet, Copelme può accedere a report in tempo reale con dati sulla produttività e sul consumo energetico della linea, garantendo la massima efficienza. Questo ulteriore vantaggio è significativo per la proprietà, tanto che sta pensando di estendere lo stesso servizio anche ad altri impianti, per avere un accesso coerente ai dati.

La tecnologia da sola però non è tutto, «un vantaggio particolarmente rilevante per noi è la presenza di un team Valmet a Joinville, in Brasile, in grado di fornire tempi di risposta rapidi al nostro impianto» afferma ancora il vicepresidente di Copelme. «Inoltre, la sinergia tra i nostri team, guidata da un impegno comune per l’innovazione e da forti relazioni interpersonali basate su valori condivisi, è stata decisiva per la scelta della nuova tecnologia Perini MyGo».

In ultimo, Mendoza conclude sottolineando l’importanza di una collaborazione che dura nel tempo: «Valmet è un partner fondamentale per Copelme da molti anni e, con questo nuovo progetto, ribadiamo il nostro impegno a rendere questa partnership ancora più forte e duratura».

Pensata per il tissue converting

Progettata come una soluzione plug & play, la linea Perini MyGo di Valmet, preconfigurata con le impostazioni standard più richieste sul mercato, offre quella flessibilità che è in grado di soddisfare le diverse esigenze produttive. Questo approccio riduce costi e tempi di installazione e avviamento, consentendo alle cartiere clienti di diventare operative rapidamente. La significativa riduzione dei tempi di start-up, quindi, permette alle aziende di accelerare l’introduzione dei propri prodotti sul mercato, cogliendo rapidamente nuove opportunità.

Perini MyGo può includere anche una versatile plastificatrice goffratrice dotata di rulli in acciaio dal diametro di 409 mm e in grado di realizzare prodotti goffrati, decorati o a laminazione sincronizzata (Desl). Può utilizzare rulli con tecnologie di incisione avanzate, tra cui il sistema Ghost. Ciò consente un aumento significativo della massa, garantendo al contempo una notevole versatilità. Inoltre, i parametri di goffratura e perforazione possono essere facilmente regolati tramite l’interfaccia uomo-macchina (HMI – human-machine interface), fornendo un controllo preciso sul processo. Inoltre, MyGo integra sistemi di sicurezza avanzati, utilizzando moduli “fail-safe” nel PLC per ottimizzare la diagnostica e garantire il massimo livello di protezione.

Tissue “Made in Bolivia”

Copelme (Compañía Papelera de Industria y Comercio Mendoza S.A.) è un’azienda al 100% boliviana che, dal 1996, produce e commercializza carta tissue, carta igienica, tovaglioli e asciugamani di carta, con una tecnologia all’avanguardia.

Attualmente ha due stabilimenti industriali: il primo nel dipartimento di Cochabamba e il secondo nel dipartimento di Santa Cruz, situato nel Parco Industriale Latinoamericano (Pilat) di Warnes.

Copelme sviluppa tutti i propri processi produttivi all’interno di parametri di livello internazionale, con un’attenzione particolare a quelli di qualità: i suoi processi, quindi, sono stati regolamentati, consentendo di misurare la qualità del prodotto finito con una visione tecnica. Attualmente è in grado di offrire al mercato un’importante gamma di prodotti la cui caratteristica è il prezzo accessibile e, dopo quasi trent’anni di attività, è tra le maggiori aziende in Bolivia nella produzione di carta assorbente, garantendosi una quota consistente del mercato locale.

In partnership con le aziende

Valmet è un’azienda esperta a livello mondiale nello sviluppo e nella fornitura di tecnologie di processo, automazione e servizi per l’industria della cellulosa, della carta e dell’energia. Serve però una base ancora più ampia di industrie di processo, grazie ai suoi sistemi di automazione e alle sue soluzioni di controllo del flusso. Gli oltre 19mila professionisti in tutto il mondo lavorano a stretto contatto con le aziende clienti aiutandole a far progredire le loro attività e le loro prestazioni.

Con oltre 220 anni di storia industriale e una solida esperienza nel miglioramento e nel rinnovamento continuo, ha un fatturato netto che, nel 2023, è stato di circa 5,5 miliardi di euro.

L’italia del packaging in carta

L’Italia del packaging cellulosico si conferma ai vertici del mercato europeo grazie agli elevati standard di qualità, sostenibilità e riciclabilità dei prodotti. Per il 2025, il comparto punta a consolidare il proprio ruolo trainante del settore, adattandosi alle nuove normative europee e rafforzando il ruolo della carta come materiale sostenibile. Di queste sfide e delle prospettive future abbiamo discusso con Massimo Medugno (Assocarta e FCG).

Il comparto delle carte e cartoni per packaging rappresenta uno dei pilastri del settore cartario. Negli ultimi anni, a seguito di fenomeni come la crescita esponenziale dell’e-commerce ed eventi contingenti quali pandemia e lockdown, è ulteriormente cresciuto, diventando trainante nel settore cartario. Ma quali sono le prospettive e le sfide che dovrà affrontare nel nuovo anno? Lo abbiamo chiesto a Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta e membro del Comitato di coordinamento della Direzione della Federazione Carta e Grafica (FCG).

I numeri del packaging

Il comparto delle carte da imballo riporta dati con segno positivo. A fronte di una produzione generale di carta che gli ultimi dati disponibili del 2024 stimano a +7% rispetto all’anno precedente, le carte da involgere e imballo pare siano riuscite a chiudere l’anno attorno al +5%. Un risultato di moderato incremento che però è dovuto anche a dati del 2023 che sono rimasti su livelli piuttosto bassi. La produzione cartaria del 2024 si è comunque dimostrata soddisfacente, così come la domanda interna di carta e cartoni che, per quanto non eccezionale, risulta in crescita. I produttori italiani, tuttavia, non riescono a soddisfarla appieno; a comprovarlo sono i dati dell’import delle carte per imballaggio che sta crescendo. La domanda interna, quindi, è intercettata da produttori esteri per motivazioni che possono essere sia di natura qualitativa, in particolare per quanto riguarda certi tipi di carte, come quelle da fibre vergini che non sono un core business italiano, sia di natura quantitativa ovvero di prezzi più bassi dovuti a varianti competitive. Quello delle carte e cartoni da imballo resta un comparto che funziona, con un mercato positivo che si ipotizza rimanere sostanzialmente invariato nell’andamento anche per il 2025. Per i mesi a venire non si prevedono infatti grandi sconvolgimenti nella produzione industriale e nei consumi a cui il comparto del packaging è fortemente legato.

L’imballaggio italiano nel mondo

Il packaging italiano si posiziona bene anche nel mercato internazionale. Nonostante le difficoltà, dai problemi competitivi legati soprattutto al maggiore costo energetico per le imprese italiane ai problemi congiunturali, il Paese si conferma nelle prime tre piazze europee come produzione industriale di carta e sul podio anche come produzione industriale di carta per imballo e di imballaggio. L’Italia, del resto, è un Paese importante dal punto di vista manifatturiero – secondo in Europa solo alla Germania – e la carta da imballo e gli imballaggi prodotti in Italia servono per mantenere, proteggere, trasportare i prodotti nazionali e il “Made in Italy” esportato in tutti il mondo. Ragioni pratiche, quindi, fanno pensare a un 2025 in linea con l’andamento positivo del 2024 anche a livello internazionale. Al contempo ci si aspettano buone performance del packaging cartaceo dovute alla sostituzione di altri materiali di imballaggio con la carta, che sta prendendo piede nelle scelte di consumo. Le motivazioni principali sono legate ai valori ambientali di sostenibilità e riciclabilità che sono propri della carta e che costituiscono qualità importanti riconosciute e apprezzate. Basti pensare che ogni anno il mercato dell’imballaggio aumenta costantemente tra 1,5 e 2%.

Con il nostro interlocutore entriamo nel merito di questi aspetti per analizzare tendenze e criticità di questo comparto.

Si è detto del vantaggio della carta rispetto ad altri materiali, per tematiche ambientali e per caratteristiche intrinseche uniche: sostenibilità, riciclabilità, biodegradabilità. Però ci sono ancora sfide da affrontare, anche poste dalle normative europee. Quali sono?

«Il pensiero va subito alla revisione della normativa europea sugli imballaggi con il PPWR in cui, grazie allo sforzo di tutto il sistema Paese e delle organizzazioni europee, nell’iter si è riusciti a passare dall’ideologia del riutilizzo a tutti i costi al considerare anche il riciclo, introducendo il concetto che il riciclo è importante almeno quanto il riuso. Questo permetterà che il nuovo Regolamento porti alla valorizzazione dei sistemi di riciclo che oggi già esistono. È dimostrato, del resto, che in alcune situazioni il riciclo è persino più vantaggioso, in quanto un imballaggio in cartone, una volta riciclato, può servire a creare un imballaggio diverso.

Le sfide maggiori, quindi, riguardano proprio l’ottimizzazione del riciclaggio. La carta è il materiale più raccolto dopo i rifiuti organici ed è il materiale più riciclato, tanto che per il 2024 si parla del 92% di riciclo nell’imballaggio. In pratica, siamo stabilmente oltre l’85% che è il numero che avremmo dovuto raggiungere nel 2030. Questo ci dice che il sistema è ben strutturato e funziona; le sfide sono sostanzialmente di migliorare il riciclo di alcune tipologie di materiali. Occorre considerare che, per effetto della transizione da materiali fossili, si sta passando a imballaggi rinnovabili e alla carta; questo non avviene necessariamente con una sostituzione completa da parte della carta, spesso se ne usa una percentuale anche molto alta – fino al 90 o al 95% – mantenendo la presenza anche di un altro materiale. L’obiettivo quindi è riciclare e valorizzare sempre meglio tutta questa varietà di imballaggi compositi a prevalenza carta».

Cosa si sta facendo, dunque, per migliorare il sistema del riciclo degli imballaggi?

«Si stanno seguendo due approcci: il primo con l’introduzione degli standard Aticelca che valutano la riciclabilità degli imballaggi, lavorando anche sull’ecodesign; mentre il secondo riguarda il contributo Conai che, nel corso del 2025, andrà a differenziarsi in funzione della riciclabilità. Ritengo che questo sia un messaggio importante per il mercato e per i consumatori perché, da una parte, guida il mercato a che gli imballaggi siano sempre più riciclabili e, dall’altra, dice anche che il sistema si sta attrezzando per riciclare tutto ciò che è possibile riciclare, mettendo a disposizione le risorse necessarie e guidando una transizione verso un imballaggio e una riciclabilità migliori e sempre più efficaci. Si stanno già attrezzando i sistemi di raccolta e il Regolamento sui rifiuti di imballaggio rende questa necessità ancora più stringente e molto rilevante. Saranno introdotti inoltre standard europei sulla riciclabilità; in questo ci auguriamo che per l’Italia l’operazione risulti più agevole, avendo già fatto esperienza e avendo già in uso propri standard di riciclabilità».

Anche i dati di Comieco testimoniano un miglioramento costante delle attività di raccolta, per quanto la differenziata in genere resti più difficile nelle città, soprattutto in quelle più vissute e molto popolate. Si può intervenire anche su questo aspetto?

«Nella raccolta il Centro Nord Italia è più avanti, ma anche il Sud sta migliorando, tuttavia restano alcune aree geografiche e alcune grandi città in cui c’è ancora molto fare. Certamente nelle raccolte dei rifiuti urbani c’è ancora una frazione di carta, calcolata attorno a 700mila tonnellate, che bisogna intercettare. Una questione essenziale, però, è la qualità del materiale raccolto che occorre migliorare. Il tema della migliore qualità del materiale raccolto ha a che fare anche con quello dei rifiuti industriali: meno impurità si trovano nella carta da riciclare e meno rifiuti si produrranno come scarti industriali. Siamo abbastanza bravi a raccogliere, a riciclare, ma difettiamo nel gestire bene i rifiuti che vengono dai processi industriali, anche quelli da riciclo.

Senza considerare che i nostri rifiuti industriali da riciclo spesso, per ragioni di scarsa capacità del nostro sistema, finiscono oltreconfine, magari in qualche cartiera concorrente che può termovalorizzarli per produrre energia poi venduta anche in Italia. Finiamo quindi per pagare due volte una risorsa che è nostra e che ci ritorna indietro come un costo e un danno dato da una maggiore competitività del concorrente e da una minore competitività nostra».

Parlando di riciclo ci ricolleghiamo al tema dell’uso della materia prima seconda – la carta da riciclare – nella quale, come Paese, siamo tra i principali utilizzatori in Europa. Quali sono però le criticità e come l’industria della filiera può cercare di porvi rimedio?

«Partiamo da un numero: la raccolta di carta e cartone in Italia, inclusa quella differenziata urbana, è pari a circa 7 milioni di tonnellate; quella differenziata urbana, cioè quella su superficie pubblica, è di circa 3,7 milioni ed è una quantità probabilmente destinata a crescere. Ebbene di questi 7 milioni circa 5,3 milioni sono riciclati in Italia, quindi una parte consistente. Nel 2024, per effetto di mercati non particolarmente brillanti e a causa anche della competitività energetica che stenta, l’export ha raggiunto una quota tra 1,7 e 1,9 milioni di tonnellate di carta da riciclare. Questo fenomeno rischia di diventare un ulteriore ostacolo per la nostra industria. In realtà le capacità interne di riciclare ci sarebbero, ne abbiamo avuto la dimostrazione durante il 2021 e il 2022, quando la produzione industriale è ripartita dopo il Covid e si è assistito addirittura a un’accelerazione notevole. Però questa capacità di riciclo è influenzata da due fattori: i costi energetici, che sono il termometro della nostra competitività, e appunto l’esportazione delle materie prime.

A ciò si aggiunge il fatto che questo export avviene verso Paesi al di fuori del territorio europeo in cui, molto spesso, le condizioni di macchina, quelle sociali e ambientali sono nettamente diverse rispetto all’UE. In questo è fondamentale che l’Europa trovi un equilibrio: occorre imporre che i materiali che escono dal suo territorio siano collocati in Paesi con le stesse regole che ci sono in Europa».

Il rischio altrimenti è di distorcere il mercato e a noi europei restano giusto i costi di una rincorsa alla sostenibilità che poi, da altre parti, viene sfruttata a svantaggio nostro?

«Esattamente. Il tema della rilevanza strategica della carta da riciclare è emerso anche dal rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea. L’economia circolare è importante ma deve essere costruita per dare innanzitutto una prospettiva all’economia europea. Il problema di una gestione ecologicamente corretta dei materiali raccolti e delle materie prime secondarie che vada a verificare anche le destinazioni extra UE è, quindi, un altro dei temi caldi del settore insieme a quello energetico».

Come Assocarta e come Federazione Carta e Grafica, avete lavorato molto per far sì che la politica prendesse in considerazione le istanze della filiera. In ambito packaging, quali sono i progetti per il 2025 e su cosa andrete ancora a puntare?

«Ritengo che alla pubblicazione del regolamento PPWR in Gazzetta Ufficiale dovremo continuare a dare tutto il necessario supporto alle istituzioni, come abbiamo fatto in passato. Saranno necessari diversi provvedimenti attuativi in materia di riciclabilità e ci sarà una serie di atti delicati da dover approvare; è indispensabile che i nuovi standard vengano varati con la collaborazione e la consulenza dell’industria, proprio per evitare gli errori nei quali eravamo caduti già con la norma primaria, in cui si era adottata a prescindere la strada del riuso. Le norme certamente vanno in una direzione buona, ma credo che sia necessario proseguire sullo stesso percorso, lavorando alle attività di standardizzazione sulla riciclabilità in corso a livello sia nazionale sia europeo. Sono ambiti in cui dobbiamo operare all’interno della Federazione Carta e Grafica, coinvolgendo quindi tutta la filiera, dalla produzione di carta fino alla trasformazione. Ed è proprio qui che la piattaforma federativa può esprimere la massima efficacia, in quanto di per sé produce un coordinamento e una rappresentatività destinate a essere più incisive nei confronti dei diversi interlocutori, nazionali ed europei. Ci consente, quindi, di rappresentare al meglio la realtà della nostra industria, fornendo una buona sintesi delle nostre aspettative, richieste, istanze.

A livello nazionale, in particolare, uno dei passaggi più delicati che dovremo affrontare e sul quale stiamo già lavorando sarà l’applicazione a luglio del contributo differenziato Conai sugli imballaggi compositi. Questo passaggio ci consentirà di guidare il mercato sotto il profilo della riciclabilità e dell’ottimizzazione del riciclo».

In un recente comunicato Fefco ha sottolineato l’importanza che l’attuazione del Regolamento PPWR sia il più armonizzata possibile. C’è un rischio che ciò non avvenga?

«Fefco mette in evidenza come il Regolamento, pur dando indicazioni di equilibrio all’interno dell’Europa dei 27, permetta che gli Stati possano assumere decisioni in grado non di cambiare il disegno dell’atto giuridico ma comunque di influenzarlo. Certamente le organizzazioni della nostra filiera cartaria sono chiamate anche a un’operazione di monitoraggio e di interlocuzione con le istituzioni nazionali affinché si comprenda che il riciclo, soprattutto per la carta, è il sistema più vantaggioso per una gestione economicamente corretta. Occorre dire che in Italia questo problema lo sentiamo meno, in quanto il nostro sistema è già molto impostato sul riciclo, inoltre siamo riusciti a portare la nostra fisionomia industriale all’interno del Regolamento. Non è così però in altri Paesi d’Europa, come Spagna e Francia che hanno obiettivi di riuso importanti. Il tema quindi è riuscire a tenere insieme un mercato interno che sia il più compatto possibile, perché altrimenti l’obiettivo dell’armonizzazione potrebbe essere disatteso proprio nel passaggio all’attuazione. È un rischio che esiste, però è anche il mestiere di noi associazioni e ci impegniamo a farlo bene».

Gas, elettricità e materie prime

Il settore cartario italiano affronta costi energetici tra i più alti in Europa, con un divario persistente sia per il gas naturale che per l’elettricità. Interventi come Gas ed Electricity release, investimenti in gas verdi e ampliamento delle Comunità Energetiche possono ridurre il divario e stimolare concretamente sviluppo e competitività del settore. Indispensabile anche la decarbonizzazione, che deve procedere in modo razionale per mantenere il settore competitivo, valorizzando i primati italiani nel riciclo e nell’uso di materie prime sostenibili.

Il settore cartario italiano paga costi energetici più elevati dei competitor europei. I dati di Assocarta – pubblicati nello “Speciale congiuntura ottobre 2024” in occasione di Miac – evidenziano numeri sia per il gas naturale sia per l’energia elettrica che non lasciano dubbi.

Gas naturale: il divario con l’Europa

Per quanto riguarda il gas naturale, il rapporto pone in luce come, negli ultimi mesi, il differenziale di prezzo tra il mercato italiano al PSV (punto di scambio virtuale) e quello del Nord Europa al TTF (title transfer facility) – che rappresenta il mercato di riferimento europeo per il gas naturale – abbia continuato a rimarcare uno scostamento significativo. A luglio di quest’anno, tale divario ha superato i 3 €/MWh, raggiungendo in alcuni momenti valori superiori ai 4 €/MWh. Valori poi divenuti più contenuti a settembre, quando si è registrato un lieve calo; il differenziale però che si è attestato comunque su livelli superiori ai 2 €/MWh, indice di una persistenza di costi elevati per il mercato italiano.

In termini di prezzo medio, inoltre, il valore registrato al PSV nel mese di settembre è stato di 38,61 €/MWh. Un livello di prezzo che finisce per incidere in maniera rilevante sui costi energetici delle imprese. Le stime, per quanto riguarda il settore cartario, parlano di una spesa complessiva per il gas di ben 485 milioni di euro nei primi sette mesi dell’anno, che ha inciso sul fatturato per il 9,5%. Certamente si tratta di una quota non trascurabile, per quanto occorra considerare un altro dato posto in luce dal rapporto congiunturale di Assocarta, ovvero che tra il 2020 e il 2022 l’incidenza del costo del gas sul fatturato delle imprese del settore fosse cresciuta dal 4,2% al 30,2% (Figura 1).

L’energia elettrica italiana

Anche il costo dell’energia elettrica in Italia, rapportato a quello dei principali mercati europei, evidenzia un differenziale di prezzo significativo. Da giugno a settembre, i prezzi dell’energia nel Belpaese si sono mantenuti costantemente sopra i 100 €/MWh con numeri ben diversi rispetto ai vicini europei. Nei confronti della Spagna, per esempio, la differenza si attesta a 44 €/MWh, con la Germania scende, seppur di poco, a 38 €/MWh, mentre con la Francia la differenza raggiunge addirittura i 65 €/MWh.

Rispetto ad agosto, a settembre si è registrato un leggero calo – di circa il 9% – del prezzo medio dell’energia elettrica nella borsa italiana che è stato di circa 117 €/MWh e si è confermato nuovamente il più alto a livello europeo (Figura 2).

E resta il dubbio, che Assocarta esprime nel report, che il mercato dell’energia funzioni in maniera non corretta, dato che il prezzo al megawattora in Italia ad agosto di quest’anno si è mantenuto a un livello molto alto, pur potendo usufruire per oltre il 40% di energia proveniente da fonti rinnovabili. Una situazione che, ancora una volta, differenzia il nostro mercato energetico da quello degli altri Paesi europei.

Per le imprese italiane l’energy release riveste un altro aspetto rilevante. Introdotto dal DM n. 268 del 23 luglio 2024, il meccanismo è volto allo sviluppo di nuova capacità di generazione da fonti rinnovabili da parte delle imprese energivore. È fondamentale però, dice Assocarta, che il prezzo dell’energia fornita attraverso questo strumento sia allineato con gli obiettivi della misura, ovvero che possa garantire la competitività per le imprese italiane rispetto ai costi energetici degli altri Paesi europei. Solo regolando in maniera puntuale queste politiche si potrà davvero ridurre il gap di prezzo che separa l’Italia dal resto d’Europa e, al contempo, sostenerne la competitività.

Decarbonizzazione: un processo razionale

«La decarbonizzazione deve essere un processo che mantiene la produzione di carta in Italia e mantiene la competitività delle imprese. Quindi la sfida è sicuramente importante ma è appunto una sfida anche per la competitività» afferma Alessandro Bertoglio, responsabile energia e trasporti di Assocarta a Miac 2024. Le grandi prove che il settore deve affrontare, dice, sono due: l’energia e la decarbonizzazione. Impegni sempre più importanti perché strategici per le industrie produttrici di carta e che richiedono sforzi notevoli a livello di investimenti, «oggi stare sul mercato significa anche lavorare per la decarbonizzazione e il settore cartario è un promotore di percorsi di riduzione del carbonio». Anche perché, ricorda Bertoglio, l’industria cartaria non solo è una grande consumatrice di energia, tanto per quanto riguarda l’energia elettrica quanto il gas, ma rientra anche nella direttiva Emission Trading – direttiva 2003/87/CE che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra nella Comunità europea e che in Italia è stata recepita con il d.lgs 216/06.

«Il settore è sempre più sotto pressione anche dal punto di vista degli obblighi per l’economia green, basti pensare che l’accesso a determinate compensazioni ETS è vincolato al raggiungimento di parametri di efficienza energetica piuttosto elevati». Inoltre «gli sgravi che vengono riconosciuti agli energivori dal 2024 lo sono a fronte delle cosiddette “Condizionalità green”, impegni delle aziende a fare determinati investimenti in efficienza e in fonti rinnovabili».

A fronte di tutto questo e degli impegni che l’industria cartaria italiana si è presa e si prenderà in futuro su questi temi – aggiunge Bertoglio – è essenziale procedere in modo razionale, per non rischiare di fissare freneticamente obiettivi di decarbonizzazione, di riduzione di CO2, di aumento di fonti rinnovabili senza fare i conti con la realtà. E soprattutto, sottolinea una volta di più il responsabile Assocarta, «riteniamo che sia importante che questo percorso mantenga la competitività del settore cartario».

Le azioni possibili

I fronti su cui il mondo industriale, ma soprattutto il Paese, può muoversi sono diversi. È necessaria una politica industriale mirata, che tanga conto delle esigenze delle imprese italiane, in particolare di quelle che pagano rilevanti divari di costi rispetto alle concorrenti europee ed extra europee. Se si vuole attuare una vera decarbonizzazione è indispensabile dare gli strumenti, non semplicemente per la sopravvivere sul mercato, ma per continuare a essere seriamente competitivi.

In questo Assocarta, nello “Speciale congiuntura ottobre 2024”, dice chiaramente cosa occorra al settore.

In primis, per continuare a decarbonizzare e calmierare il costo energetico, sono indispensabili una Gas release dedicata ai settori industriali e una Electricity release con meccanismi che accelerino gli investimenti in decarbonizzazione.

Questa deve essere finanziata e per farlo le risorse raccolte con le quote ETS devono poter tornare all’industria, nella misura prevista dalle norme europee.

E ancora, occorre incentivare e promuovere il ricorso nell’industria a gas verdi; l’idea per esempio è di creare una “biometano release” dedicata agli energivori.

Un’altra iniziativa utile sarebbe ampliare la definizione di Comunità Energetica aprendola alle imprese industriali con l’abolizione dei limiti di potenza e geografici. Questo, spiega Assocarta, permetterebbe all’industria cartaria di svolgere un ruolo fondamentale nella gestione degli sbilanciamenti dovuti alla non programmabilità delle fonti di energia rinnovabile.

E per finire, nell’ambito del Piano Mattei – il progetto strategico di diplomazia, cooperazione allo sviluppo e investimento dell’Italia con il continente africano – e delle iniziative di “diplomazia energetica” – volte a sensibilizzare e collaborare con i principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica a livello globale – consentire a tutte le 3.400 imprese energivore italiane di accedere alle fonti rinnovabili.

Come aiutare l’industria a decarbonizzare

– energy release per calmierare il costo energetico

– rinvestire nell’industria le risorse da quote ETS

– incentivare e promuovere l’uso di gas verdi

– aprire le Comunità Energetiche alle imprese industriali senza limiti geografici e di potenza

– accesso alle FER per tutte le imprese energivore italiane nell’ambito del Piano Mattei.

Materie prime virtuose

L’industria cartaria italiana vanta numerosi primati, tra cui un posto di assoluta rilevanza occupa la sua materia prima seconda. Il settore esprime un costante aumento nell’uso di materiali che derivano dal riciclo e che – secondo i dati Assocarta – occupano ormai ben il 70% della fibra utilizzata per produrre carta e cartone nel nostro Paese. Questo uso massiccio di fibre riciclate colloca l’industria cartaria italiana al secondo posto in Europa dietro alla Germania e seguita, a propria volta, dalla Spagna e dalla Francia. Il consumo italiano di carta da riciclare nel 2023 ha rappresentato l’11,4% del totale dell’area europea, pari a circa 44 milioni di tonnellate.

Questa materia prima seconda rappresenta quindi un elemento strategico per il settore cartario del Belpaese. L’Italia, del resto, ha fatto propri gli obiettivi europei di riciclo, raggiungendo e superando con anni di anticipo, rispetto alla scadenza posta dall’Unione europea, l’obiettivo dell’85% di riciclo nel comparto dell’imballaggio.

La raccolta nazionale di carta da riciclare è aumentata quasi continuativamente dal 2014 fino al 2021 – anno che ha segnato il record con oltre 7 milioni di tonnellate – per poi diminuire del 7,2% nel 2022 e recuperare in parte poi nel 2023, che ha registrato in +5,6% con più di 6,9 milioni di tonnellate raccolte.

Tuttavia, proprio gli elevati costi energetici non consentono di trasformare l’intera raccolta nazionale di carta riciclata, subendo anche un crescente export verso Paesi extra UE che hanno costi non allineati agli standard di sostenibilità ambientale e sociale. Nel 2023, l’export di carta da riciclare ha segnato infatti un +48,3%.

Data la rilevanza strategia della carta da riciclare, il settore ritiene che i flussi di rifiuti e di materie prime secondarie derivanti dai rifiuti debbano essere inseriti tra le “materie prime critiche” (CRM, critical raw materials) di cui parla anche Mario Draghi ne “Il rapporto sul futuro della competitività europea” del 26 settembre 2024. Proprio nel rapporto si sottolinea come l’UE debba rapidamente dare piena attuazione alla normativa che le riguarda, in quanto appunto strategiche per l’intera Europa e per la sua indipendenza.

Sempre in merito alle materie prime utilizzate, l’industria cartaria dimostra di essere sensibile anche ai temi della sostenibilità e della salvaguardia di foreste e boschi. Oltre a essere campione di riciclo e di utilizzo di carta da riciclare, il settore è infatti anche particolarmente attento alla certificazione forestale. Non caso, ben il 90% delle fibre vergini impiegate per produrre carta e cartone in Italia è dotato di certificazione FSC e Pefc (Figura 3).

L’industria cartaria tra competitività e decarbonizzazione

La decarbonizzazione è un processo necessario e improrogabile. Deve essere attuata, però, in modo che garantisca la competitività delle imprese italiane e tariffe di gas ed energia elettrica in linea con quelle dei competitor europei ed extra europei. Le soluzioni ad oggi sono l’energy release e il ricorso a fonti di energia rinnovabile come il biometano.

Con un fatturato complessivo di 8,16 miliardi di euro, una produzione di 7,5 milioni di tonnellate, 119 imprese e 19mila addetti – dati 2023 – l’industria cartaria italiana è il secondo produttore di carta europeo. Detiene il 10,1% del mercato continente, che produce un totale di 73,9 milioni di tonnellate di carte e cartoni, ed è seconda solo alla Germania con il suo 25,2% (Figura 1).

Oltre a ricoprire un posto di assoluto riguardo in Europa, quello cartario nazionale è anche tra i settori che meglio sanno attuare una fattiva sostenibilità. I temi della decarbonizzazione e della transizione energetica gli sono propri, perché negli anni ha saputo – e dovuto – diventare un settore estremamente virtuoso sotto il profilo dell’economia circolare, raggiungendo così risultati di alto livello. Ad oggi esprime un aumento nell’uso di materia prima riciclata, che rappresenta circa il 70% della fibra utilizzata, ponendosi così al secondo posto in Europa come utilizzatore di carta da riciclare, mentre ha superato ampiamente l’obiettivo europeo dell’85% di riciclo nel comparto dell’imballaggio. Ma quello della carta in Italia è anche un settore che auto produce l’energia che consuma con la cogenerazione ad alto rendimento. Tuttavia, subisce l’aumento dei costi dell’energia che ostacolano e frenano la sua competitività. Una situazione che, da questo punto di vista, non accenna a migliorare.

I numeri della carta

I numeri del settore – rilevati da Assocarta – parlano di una produzione nazionale di carta e cartone in ripresa del 7% nei primi sette mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023, per quanto con volumi che sono molto al di sotto di quelli rilevati dal 2018 (Figura 2).

A livello di comparto, migliorano tutte le categorie: le carte e cartoni per packaging segnano un +2,8%, le carte per usi igienico-sanitari aumentano del 7%, mentre le carte per usi grafici portano a casa un +26,2% – i volumi di queste ultime però restano molto al di sotto di quelli dello stesso periodo degli anni precedenti – infine la categoria delle altre specialità aumenta in maniera contenuta del 4% (Figura 3).

La ripresa della prima parte dell’anno, comunque, è determinata da un parziale recupero della domanda interna, che segna un +5,4%, sempre nel primo semestre.

Nello stesso periodo crescono del 10,3% anche le importazioni e del 18,1% le esportazioni, mentre a ridursi è il fatturato: i primi sei mesi del 2024 segnano una diminuzione dell’1,8% sul 2023 (Figura 4). La carta da riciclare raggiunge un tasso di raccolta record del 75,4% nel 2023, con un aumento del 48,3% anche nelle esportazioni.

Numeri che disegnano i contorni di un settore sano che, tuttavia, sta rallentando e la causa è – ancora una volta – il costo dell’energia. A dirlo con forza ed estrema consapevolezza è Lorenzo Poli, presidente di Assocarta. «Siamo un settore che ha bisogno di tanta energia per svolgere la propria attività manifatturiera» afferma Poli, intervenendo alla conferenza inaugurale di Miac 2024, «un settore che, però, ha costi più alti delle nazioni limitrofe europee».

Il problema sono gli aumenti determinati da situazioni contingenti che, però, non sono mai più rientrati. Dopo il periodo pandemico, l’Italia si è ritrovata in una situazione di più ampio divario per i costi di gas ed energia elettrica rispetto a Germania, Francia e Spagna. «E purtroppo le nostre statistiche, da un anno a questa parte, stanno mostrando sempre lo stesso tracciamento, che continua ad aumentare mese dopo mese». Quello della carta si dimostra ancora un buon mercato, per quanto non sia in una fase brillante e i consumi restino deboli, dice Poli. E spiega come la carta, anche grazie alle caratteristiche di sostenibilità e circolarità che la contraddistinguono, si stia sviluppando sotto diversi aspetti, dal packaging alla comunicazione. Tuttavia, le statistiche parlano di un tonnellaggio che continua a diminuire mentre l’importazione è in progressivo aumento. «Le statistiche delle associazioni di categoria tedesca, francese, spagnola mostrano invece esattamente il contrario, con esportazioni che continuano ad aumentare, mentre produzione e importazioni sono sotto controllo». La situazione della competitività del settore, dice il presidente di Assocarta, è estremamente complicata. «Oggi abbiamo bisogno di un’azione rapida per uscire da questa situazione che ci sta mettendo davvero in difficoltà. Dobbiamo pareggiare velocemente le attenzioni che gli Stati limitrofi, ed extra UE, prestano alle bollette di gas ed elettricità delle rispettive industrie energivore per rimanere competitivi».

Occorre una politica industriale

Per colmare il divario che, nell’ambito dei costi energetici, separa sempre di più l’Italia dagli altri Paesi europei occorre una politica industriale per la decarbonizzazione. Il settore cartario consuma attualmente 2,5 miliardi di metri cubi di gas (dati 2023), producendo l’80% del proprio fabbisogno energetico tramite cogenerazione. Questo comporta un costo pari a oltre il 12% del fatturato (2023), a cui si aggiunge l’onere dell’ETS (emissions trading system), previsto in aumento nei prossimi anni.

È necessaria, dice ancora Poli, una pianificazione per porre in atto una decarbonizzazione competitiva nel settore cartario italiano, con misure che siano strettamente collegate ai consumi industriali.

Il settore cartario è un protagonista importante della manifattura italiana ed europea, e deve essere tutelato in maniera puntuale sulla crisi del momento, attraverso gli strumenti – essenziali per il settore – già a disposizione della politica, come la Gas release e l’Electricity release. Occorre lavorare affinché tali strumenti diventino strutturali e non più emergenziali.

Proprio per attuare al meglio questi aspetti, nel maggio 2024, Assocarta e GSE hanno stretto un accordo finalizzato a favorire la decarbonizzazione dell’intera filiera. L’intesa – come ha evidenziato anche Attilio Punzo, responsabile della Direzione riconoscimento incentivi e titoli di GSE www.gse.it, mira a fornire al settore strumenti utili per promuovere l’uso delle fonti di energia rinnovabile (FER), la condivisione dell’energia e il miglioramento dell’efficienza energetica nei processi produttivi. Sempre nell’ambito di questa sinergia con GSE, il 17 ottobre, presso la sede del gestore, è stato presentato in anteprima il progetto di decarbonizzazione del settore cartario, realizzato da Afry Consulting in collaborazione con Assocarta.

In quella occasione Assocarta ha espresso la propria ricetta per la decarbonizzazione, che si compone di tanti elementi:

una energy release strutturale per stimolare gli investimenti verdi degli energivori, supportata da uninfrastruttura elettrica adeguata all’elettrificazione senza disparità territoriali;

la promozione dell’uso efficiente del biometano nella cogenerazione, collegando la gestione del territorio e del bosco al recupero delle biomasse;

la chiusura del processo del riciclo, recuperando energia dagli scarti prodotti dal processo produttivo della carta e riducendo così nel contempo i costi di smaltimento e trasporto dei rifiuti;

lintegrazione della decarbonizzazione di fonti e consumi, destinando parte dell’idroelettrico e del geotermico all’industria.

Nel frattempo, ha commentato il presidente Poli, restare competitivi è fondamentale.

La risorsa del biometano

Tra le risorse potenzialmente accessibili per l’industria vi è, dunque, il biometano. Questo può essere impiegato nei processi più efficienti come la cogenerazione, in alternativa ai combustibili fossili. Nel settore cartario, in particolare, esiste un potenziale di sviluppo del biometano prodotto interponendo una digestione anaerobica delle acque reflue prima di inviarle alla depurazione aerobica.

La norma che lo riguarda e che è stata recentemente varata rappresenta un buon esempio verso la decarbonizzazione, ma è insufficiente rispetto agli obiettivi e alle risorse necessarie.

Per tale ragione Assocarta, a margine della conferenza inaugurale di Miac 2024, ha siglato con CIB, il Consorzio Italiano Biogas www.consorziobiogas.it, un Memorandum of Understanding (MOU). La lettera d’intenti è una prosecuzione del lavoro congiunto svolto negli anni dai due firmatari e che permette – dichiara il presidente CIB Piero Gattoni – di avviare e rafforzare la relazione tra settore primario e settori hard to abate, come appunto il cartario. Il Consorzio Italiano Biogas rappresenta quasi 900 aziende agricole che, dice Gattoni, possono mettere a disposizione per la produzione di biometano sostenibile circa 2,3 miliardi di metri cubi di metano che rappresenterebbero una quota significativa dell’attuale consumo dell’industria cartaria.

«Settori un tempo distanti trovano oggi nel biometano una chiave di dialogo che permette di coniugare visioni comuni di sviluppo industriale» afferma il presidente del consorzio, che sottolinea come l’uso del biometano, quale vettore di decarbonizzazione e di diversificazione del mix energetico, sia importante anche per fare leva sulle eccellenze che sono già presenti sul territorio, preservandone così la competitività. «Il percorso di transizione verso l’economia circolare è un percorso inderogabile, non solo per un tema ambientale ma anche di competitività» aggiunge Gattoni, ricordando anche che «oggi dobbiamo ragionare in un’ottica non solo di distretti singoli e disarticolati, ma che si vengono in soccorso, creando le sinergie per rendere queste eccellenze più in linea con i temi ambientali e sicuramente più competitive». L’augurio è quindi che la collaborazione venutasi a creare con il mondo cartario porti a rafforzare ulteriormente la sinergia tra agricoltura e industria, e che consenta di introdurre ulteriori misure a supporto del riconoscimento del valore ambientale e dei servizi ecosistemici favoriti con la produzione e l’uso di biometano.

La voce del distretto

Sul concetto della necessità di agire in concerto con le diverse parti della filiera è intervenuto anche Tiziano Pieretti, vice presidente di Confindustria Toscana Nord, ricordando i grandi investimenti portati avanti negli anni dall’industria cartaria per il continuo e necessario ammodernamento dei propri processi. Investimenti che definisce lungimiranti e che hanno permesso all’industria del settore di superare la crisi nonostante i più alti costi dell’energia rispetto ai competitor europei.

Il distretto cartario toscano è il più importante in Europa, in grado di competere sui mercati internazionali, dice il vice presidente, «proprio grazie agli enormi sforzi fatti sul piano dell’efficienza energetica e della decarbonizzazione». Le aziende che compongono il distretto sono oltre 330, impiegano 10.800 addetti per un fatturato di 6 miliardi di euro e 2 miliardi di export; numeri a cui si uniscono quelli dell’indotto e degli impatti sul territorio.

Proprio al fine di tutelare il territorio e garantire un futuro ai distretti occorre «programmare un percorso di decarbonizzazione condiviso ed evitare gli approcci speculativi». Per fare ciò e per proseguire in questo «percorso virtuoso» è però indispensabile «poter contare su un rinnovato supporto degli enti pubblici, con cui dovremo discutere sempre più di idee, progetti, autorizzazioni e che vogliamo vedere come nostro primario partner in questa sfida» commenta Pieretti. «Dobbiamo concentrare i nostri sforzi su una politica allargata, una politica condivisa, in cui non c’è competizione, ma volontà di raggiungere l’obiettivo comune: la decarbonizzazione dell’industria cartaria».

I sistemi di gestione dell’energia

Applicare in azienda un sistema di gestione dell’energia (SGE) e farlo in maniera corretta significa collegare il core business all’uso delle risorse e ottenere benefici sotto tanti punti di vista: identificare le opportunità di miglioramento nell’uso dell’energia e ridurre le emissioni climalteranti e nocive.

La prima forma di risparmio dell’energia è non consumarla, la seconda è usarla nel modo migliore. L’energia, tema primario da sempre e non solo per l’industria, è il terreno su cui si giocherà una parte consistente del futuro del pianeta. I cambiamenti climatici per primi impongono un cambio di rotta nella scelta di quale energia consumare e di come farlo. Questioni essenziali alla nostra sopravvivenza che si intrecciano alle difficoltà poste dai precari equilibri geopolitici degli ultimi anni.

In questo complesso quadro, resta la necessità per il mondo delle aziende di adottare strategie energetiche intelligenti. Tra queste rientra, a pieno titolo, l’adozione di sistemi di gestione dell’energia (SGE), a metà strada tra obbligo e opportunità.

L’energia nella strategia aziendale: SGE

Proprio sugli SGE e sugli strumenti che mettono a disposizione delle aziende si è concentrata l’attenzione di Fire – Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia.

In occasione delle più recenti novità normative che riguardano il sistema, la Federazione ha dedicato a queste tematiche anche un webinar – intitolato “I sistemi di gestione dell’energia, un trampolino per il futuro”. Certamente, spiegano a Fire, l’adozione di sistemi di gestione dell’energia implica per le imprese un cambio di mentalità strategica e un’integrazione più stretta tra l’energia e le altre attività aziendali. Si tratta di strumenti importantissimi, spiega Dario Di Santo, direttore di Fire, che permettono di affrontare le sfide sul fronte dell’uso dell’energia al fine di ridurre i rischi delle imprese e i costi, con lo scopo di procedere sulla strada della decarbonizzazione e della sostenibilità. «Tutto questo» dichiara «passa attraverso una serie di azioni di energy management: dall’evitare gli sprechi e gli usi inefficienti dell’energia all’utilizzo di tecnologie efficienti, e ancora a ricorrere alla generazione distribuita, alle fonti rinnovabili o a combustibili in grado di decarbonizzare gli usi energetici; oltre a ridurre la domanda energetica e a ripensare i prodotti e i servizi in ottica sostenibile».

Un sistema di gestione dell’energia, prosegue il direttore, si basa su alcuni punti fondamentali.

In primis la politica energetica, che consente di capire perché un’organizzazione vada in una determinata direzione, e il gruppo di gestione dell’energia o energy team, che è fondamentale e che deve essere capace di aprirsi alle altre funzioni aziendali e con loro collaborare. Vi è poi ciò che consente di agire ovvero l’analisi energetica, che permette di definire obiettivi e piani di azione, il sistema di monitoraggio e tutte le azioni di supporto che consentono di coinvolgere la struttura aziendale all’interno del SGE.

Approccio sistemico all’energia

A cosa serve in concreto avere un sistema di gestione dell’energia e quali sono i vantaggi che può trarne un’azienda? Certamente rappresenta una guida per governare una così importante parte della propria attività. Un SGE, spiega Di Santo, «permette di avere un approccio sistemico nella definizione degli obiettivi energetici, individuando anche gli strumenti e le procedure adeguati per raggiungere tali target. Inoltre, permette di procedere nella direzione del miglioramento nell’uso dell’energia e, al contempo, della riduzione delle emissioni, non solo le climalteranti ma anche quelle nocive, con tutti i benefici che questo comporta». Un altro vantaggio è determinato dal fatto di «garantire il rispetto di tutti i requisiti di legge. Questo consente all’azienda di facilitare l’accesso a risorse per la capitalizzazione dell’impresa, da un lato, e agli incentivi, dall’altro». Proprio queste ultime due voci, precisa il direttore, saranno collegate sempre di più alla sostenibilità dell’impresa, anche in base a quanto stabilito dalla direttiva inerente alla compilazione dei report di sostenibilità. Un ultimo, ma non meno importante, vantaggio del ricorso a un SGE è rappresentato dal fatto che consenta di «ridurre i costi legati al consumo di energia».

In sostanza, afferma Di Santo, «se ben definiti, i sistemi di gestione dell’energia consentono di avviare una trasformazione dell’impresa, con un cambiamento di approccio e un’integrazione tra energia e core business».

Novità normativa: il peso dell’impatto climatico

Tutto quanto visto sinora è certamente normato e, proprio in questo ambito, ci sono interessanti novità. Le norme tecniche di riferimento dei sistemi di gestione dell’energia sono le ISO 5000x. Si tratta di una famiglia che ad oggi, spiega Antonio Panvini, general manager del Comitato Termotecnico Italiano (CTI), conta 24 norme, 5 progetti in fase di sviluppo e 56 Paesi membri. Per l’Italia il lavoro sulle normative è seguito dalla Commissione Tecnica 212 “Uso razionale e gestione dell’energia” che, dice Panvini, è anche interfaccia del Comitato Tecnico europeo JTC 14 – il Cen-Cenelec Joint Technical Committee 14. Quest’ultimo, tra l’altro, è il tavolo tecnico che ha sviluppato la serie di norme sulle diagnosi energetiche.

Le novità sostanziali che cambieranno l’approccio alla gestione dell’energia da parte delle aziende sono due.

La prima risale all’aprile 2024 e deriva dall’ISO, l’organizzazione internazionale di normazione, che ha prodotto un emendamento a tutte le norme sui sistemi di gestione. Si tratta di un modifica molto puntuale «che interviene su due punti specifici delle norme sui sistemi di gestione in generale – quindi la ISO 9001, la ISO 14001 e ovviamente la ISO 50001 – al fine di collegare tutti i sistemi di gestione alla ISO London Declaration on Climate Change». Quest’ultima, spiega Panvini, è una dichiarazione siglata a Londra che fa sì che l’ISO si prenda carico del supporto alla gestione del cambiamento climatico, tramite lo sviluppo di norme dedicate. In sostanza, la dichiarazione «risponde all’esigenza di tener conto dell’effetto dei cambiamenti climatici sulla capacità di raggiungere i risultati attesi dal sistema di gestione» e lo fa decidendo che tutte le norme sui sistemi di gestione dovranno contenere al proprio interno due nuove e specifiche frasi: “Comprendere l’organizzazione e il suo contesto” e “Comprendere le esigenze e le aspettative delle parti interessate”.

Dichiarazioni quindi esplicite e che saranno introdotte in maniera significativa in tutte le norme.

Le frasi riguardano il contesto dell’organizzazione, ovvero del soggetto che deve applicare la norma – per esempio un’azienda – la quale quindi «dovrà stabilire se il cambiamento climatico sia un fattore rilevante. Di fatto non cambia in maniera importante l’attuale sistema di certificazione» precisa Panvini «ma fa in modo che gli organismi di certificazione debbano necessariamente capire se sia stato messo in atto quanto scritto in queste frasi. L’organizzazione quindi dovrà valutare, in maniera molto più formale rispetto a prima, l’impatto sul cambiamento climatico dato dalla sua stessa esistenza».

Il progetto di una nuova norma

L’altra novità è relativa a un nuovo progetto di norma. Ad oggi porta il nome di “ISO/CD 24492” ma il dato interessante è che parla di decarbonizzazione, requisiti e linee guida per l’uso. «Si tratta di una nuova norma che integra in maniera parallela ogni punto delle ISO 50001 e che va quindi utilizzata congiuntamente ad essa» prosegue il general manager di CTI. «Per ogni punto della ISO 50001, di fatto, c’è tutta una serie di azioni, di considerazioni, di obiettivi che devono essere definiti dall’organizzazione per procedere verso la decarbonizzazione».

Questa futura norma, quindi, definisce le linee guida e i requisiti per consentire a un’organizzazione di ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra, che siano legate a tutti i temi energetici, attraverso un sistema di gestione dell’energia.

Nello specifico, il progetto «suggerisce di allineare, per esempio, tutti i sistemi interni, i processi e i rapporti con gli stakeholder per aiutare l’organizzazione a ridurre le emissioni». Altro aspetto fondamentale, «chiede di migliorare la disponibilità e la qualità dei dati, in modo tale che tutte le parti interessate siano in grado di capire come sia posizionata l’organizzazione e come si possa intervenire. Inoltre, l’organizzazione è chiamata a definire in maniera chiara quali sono gli obiettivi di riduzione dei gas serra basati su un valore assoluto di emissioni», aspetto che comporta quindi una valutazione delle emissioni e lo stabilire di quanto le si vuole ridurre.

Il progetto tocca poi un tema importante per le imprese, «si parla di investitori, quindi entra in gioco anche il rischio economico dell’azienda. La nuova norma» prosegue Panvini «spinge a creare una cultura del miglioramento, sviluppando sinergie ancora fra i vari investimenti e fra le diverse azioni che si possono mettere in campo per migliorare le riduzioni delle emissioni di gas climalteranti».

Il tutto in un contesto in cui è necessario definire, da parte dell’organizzazione, una strategia d’azione che l’aiuti a perseguire questi obiettivi. Nel progetto si sottolinea, infine, anche l’importanza – oggi sempre più rilevate per le aziende – di «utilizzare questa stessa strategia di decarbonizzazione per migliorare la propria immagine, fidelizzare i clienti e poi spingerli verso azioni e comportamenti in linea con questa visione dell’organizzazione».

Le diagnosi energetiche che verranno

In ultimo Panvini ricorda un altro progetto in corso, che riguarda la famiglia ISO/DIS 50002. Le tre norme che la compongono sono in fase di lavorazione. «Si sta lavorando assiduamente alla revisione delle 50002 che andranno a sostituire probabilmente le UNI CEI EN 16247 sulle diagnosi energetica».

Nello specifico saranno così suddivise:

– ISO/DIS 50002-1, Energy audits – Requirements with guidance for use — Part 1: General requirements

– ISO/DIS 50002-2, Energy audits – Requirements with guidance for use — Part 2: Buildings

– ISO/DIS 50002-3, Energy audits – Requirements with guidance for use — Part 3: Processes.

Un impegno importante, sottolinea il manager, perché il tentativo è di creare un’unica norma a livello mondiale per le diagnosi energetiche.

Omet, la competitività del sostenibile

Oggi alle aziende si chiedono risposte in linea con i concetti di sviluppo sostenibile e di economia “green”. Indispensabile quindi dotarsi di tecnologie e soluzioni innovative ah hoc, senza dimenticare però il loro fine ultimo: la competitività.

Da tempo si parla di sostenibilità in tutti i campi e spesso si finisce per dimenticare il reale valore che sottende a questo termine. Fu Gro Harlem Brundtland a formulare nel 1987, in qualità di presidente della World Commission on Environment and Development (Wced) – la Commissione mondiale su ambiente e sviluppo – dell’ONU, una definizione ancora valida del concetto di “sviluppo sostenibile”, affermando che «è quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».
Se ci si cala poi nel concreto dell’economia, una risposta all’attuazione del concetto formulato dalla presidente Brundtland arriva dalla green economy.
Proprio seguendo questa linea di pensiero, Omet ha ripreso e fatto proprio il concetto di economia verde, vista come «la risposta e il modello giusto per attuare le politiche corrette di crescita economica, accompagnata da uno sviluppo in grado di durare nel tempo» dichiara Alberto Colombo, project and key account manager dell’azienda lecchese. «Nella nostra realtà abbiamo a cuore le tematiche ambientali e lavoriamo sempre di più su questi concetti, sia sotto l’aspetto dell’ottimizzazione dei processi sia sotto quello innovativo del prodotto finale».

Tecnologia ed economia “green”
Ma come si muove in concreto Omet nell’ambito della green economy? Per prima cosa sviluppando progetti che siano frutto di una ricerca continua di soluzioni tecnologiche capaci di rendere più efficienti le produzioni di chi realizza e trasforma la carta, per esempio con il ricorso al digital twin.
«Il digital twin è uno strumento al servizio della progettazione dei nostri reparti di ricerca e sviluppo» ha spiega Colombo a Miac 2023. «Si tratta della replica virtuale di un sistema fisico che consente di testare le funzionalità e i componenti della macchina prima ancora che venga costruita» e permette, inoltre, di avere la garanzia che i risultati saranno replicati anche nella realtà. Il “gemello digitale” può essere applicato, per esempio, a una linea di produzione di tovaglioli. «Con la nuova XV Line è così che abbiamo potuto ovviare alle attuali criticità legate alla supply chain, ottenendo la riduzione del 25% dei tempi di realizzazione della macchina» dice Colombo. I risultati sono stati un time-to-market molto più breve, con una riduzione fino al 73%; il 77% in più di avanzamento tecnologico; e il 79% di risparmio su costi e tempi di progettazione. «Questo permette inoltre di liberare risorse per ulteriori nuovi progetti, come dimostra peraltro la nostra attuale gamma» dice il manager «che oggi si articola in un numero di piattaforme prodotto più che raddoppiato rispetto al passato» e che è composta da macchine per il converting e tecnologie di produzione.

Aumentare capacità ed efficienza
Parlando di sostenibilità, proprio il nuovo modello di XV Line rientra appieno nel concetto che ne dà Omet, in quanto è una linea ad alta produttività in grado di raggiungere i 25mila pezzi al minuto e che è stata pensata per rendere più efficiente il processo produttivo. Utilizza principi di funzionamento brevettati, spiega Colombo, e si pone come obiettivo il raggiungimento di alcuni requisiti essenziali, che sono ricercati dall’utilizzatore finale, ovvero alti livelli qualitativi del prodotto, semplicità di utilizzo e facile manutenzione. «La nuova macchina permette di lavorare partendo da una bobina di larghezza jumbo, saltando così i processi di ricopiatura a vantaggio di costi, tempi ed efficienza energetica. Vi si abbina poi la tecnologia di piega meccanica, che è la vera peculiarità di questa macchina e che permette l’eliminazione della pompa del vuoto, contribuendo così a rendere il sistema ancora più ecologico e riducendo drasticamente i consumi energetici. Si tratta, inoltre, di una linea capace di produrre multi formato con sistema di cambio rapido a cassetto del gruppo piega e con caratteristiche di modularità e di personalizzazione del prodotto».
La linea è dotata, infine, anche delle tecnologie di controllo sviluppate dall’azienda lecchese negli ultimi anni, come i sistemi di visione e controllo automatici. Questi, aggiunge Colombo, «garantiscono alla macchina un notevole risparmio di tempo, una riduzione degli sprechi in tutte le fasi di produzione e una maggiore efficienza produttiva» sempre quindi in ottica green.

Gli interfogliati
Un’altra interessante novità è rappresentata dalla linea automatica per interfogliati ASV Line. Anche questo modello, dice Colombo, è in grado di produrre partendo dalla bobina di carta jumbo, per realizzare prodotti interfogliati quali facial tissue, asciugamani, carta igienica e asciugatutto. Consente di avere benefici in termini di risparmio energetico e di efficienza, minimizzando le perdite di pressione, ottimizzando il flusso d’aria e ottenendo una maggiore efficienza del sistema aspirante. «La macchina è dotata di un sistema di aspirazione brevettato che consente l’aumento sia delle perfomance produttive e qualitative sia dell’efficienza energetica e produttiva, grazie anche alla riduzione dei tempi di manutenzione. Questo sistema, infatti, permette la distribuzione del vuoto su tutta la lunghezza degli rulli piegatori, consentendo di utilizzare una testa fino a 3,6 metri e garantendo una capacità produttiva di oltre 300 m/min e 25 log/min. Tutto questo abbattendo i consumi energetici».
Con l’intento di aumentare ulteriormente le prestazioni della macchina, sia in termini di velocità sia in termini di cicli, Omet ha sviluppato anche due nuovi sistemi integrati. «La prima tecnologia è il cosiddetto Flower system, che corregge automaticamente la tempistica delle dita di piega in base alla velocità della macchina, in modo da evitare imperfezioni, pieghe e risvolti sul prodotto finale. Se ne ottiene anche una riduzione dei tempi e dei costi di manutenzione. Totem system, invece, permette la distribuzione del vuoto su tutta la lunghezza dei rulli di piega. Questo sistema, unito a uno studio delle sessioni trasversali, porta a un notevole risparmio energetico e a una manutenzione minima, grazie all’assenza di camere a vuoto poste all’interno del rullo stesso».

Dal lineare al circolare e digitale
Restando ancora nell’ambito di un’economia green e nel pieno rispetto del concetto di sostenibilità, l’attenzione di Omet si rivolge anche al packaging. «Fino ad oggi abbiamo pensato in un’economia lineare in cui si produce, utilizza e poi si butta. È indispensabile invece passare al concetto di un’economia circolare» prosegue Colombo «pensando non solo a prodotti che siano durevoli nel tempo, ma anche al riutilizzo delle risorse per l’imballaggio». Con questo presupposto Omet sta sviluppando tecnologie con imballi e supporti green, per esempio mater-bi e carta, e ha realizzato e brevettato la prima incartonatrice che permette di saltare il processo di packaging primario e inserire nel cartone i prodotti sciolti e non confezionati. «Una vera e propria rivoluzione in filosofia “less is more”» la definisce Colombo.
In ultimo non si può dimenticare l’aspetto della trasformazione digitale, ormai metro di competitività. La trasformazione digitale per un’azienda significa quindi integrare nella propria struttura tecnologie che consentono di migliorarne l’efficienza, l’agilità e la capacità di rispondere alle esigenze del mercato. «L’innovazione tecnologica ha avuto un impatto profondo sulla società, trasformando la vita quotidiana delle persone e influenzando notevolmente il mondo degli affari. In particolare» spiega il manager di Omet «la trasformazione digitale delle imprese è diventata una priorità strategica per rimanere competitivi nel mercato odierno che è sempre più dinamico ed esigente. In questa prospettiva Omet ha realizzato Spera».
Si tratta di una piattaforma digitale progettata per gestire diversi aspetti di macchine e linee di produzione, una soluzione IIoT – Industrial internet of things – per il monitoraggio e l’analisi di dati di processo. «La nostra piattaforma Sfera offre e agisce su una vasta gamma di funzionalità tra cui: l’analisi dell’efficienza, l’individuazione dei colli di bottiglia, la telemetria di processo, il monitoraggio dei consumi energetici e la manutenzione preventiva e predittiva».
L’accesso avviene tramite un’applicazione web che è suddivisa in moduli per permettere ai ruoli specifici aziendali di accedere in sicurezza, anche da dispositivi mobili, come smartphone e tablet; i responsabili dell’impresa possono così monitorare e gestire in tempo reale il flusso di lavoro e migliorare l’efficienza dell’azienda.
«La trasformazione digitale è solo l’inizio di un viaggio verso un futuro più intelligente» conclude Colombo «e Omet è pronta a guidare questa rivoluzione industriale».

 

Tissue, l’andamento del settore

I dati italiani e quelli europei rimandano le stesse indicazioni per il tissue, che si conferma il comparto che meglio tiene di fronte alla difficile congiuntura degli ultimi anni. E se il quadro economico generale resta incerto, a causa del proseguire di diversi conflitti sullo scenario geopolitico mondiale, le prospettive delle aziende del settore guardano ai macro temi di circolarità, sostenibilità e decarbonizzazione per studiare il tissue di domani.

Nell‘attuale quadro economico generale, le previsioni delle aziende non possono che essere di massima cautela. Dopo l’epidemia da Covid-19, la faticosa ripresa dei mercati che ha modificato gli equilibri precostituiti e l’invasione russa dell’Ucraina che ha riportato la guerra dentro l’Europa, il panorama economico, già in evidente difficoltà, è stato ulteriormente sconquassato dal conflitto in Medio Oriente. Quanto accade nel mondo ha sempre anche un rimando economico e il rischio di un aumento dell’inflazione preoccupa. Tanto più per chi produce beni che finiscono sugli scaffali dei supermercati e, proprio per tale ragione, sono sensibili all’andamento dei prezzi; tra questi vi sono quindi le imprese del settore tissue.

Il 2023 del tissue

Il 2023 per l’industria cartaria non è stato un anno particolarmente positivo. Qualche difficoltà si è registrata già nei primi sei mesi, con un calo a due cifre che si è confermato – dicono i dati Assocarta – a fine anno, con un complessivo -14% sui volumi del 2022. La produzione di carta e cartone in Italia si è attestata, quindi, intorno a 7,5 milioni di tonnellate, facendo registrare anche una diminuzione marcata del fatturato del 27%. La motivazione di questi numeri risiede, in particolare, in una domanda di carta e cartone che continua a rimanere debole.

Il primo trimestre del 2024 però fa sperare in una ripresa, tanto che, rispetto ai due trimestri precedenti, le previsioni fino a marzo compreso indicano un generale miglioramento, per quanto lieve.

Se si analizzano poi i dati comparto per comparto, il quadro che si compone rivela un calo dei volumi di carte e cartoni per packaging che registrano la minore produzione del settore, con un -10,2%. Un dato però non così preoccupante, in quanto riporta i valori del comparto sostanzialmente ai livelli del periodo pre Covid-19, assestandosi poco al di sotto di questi.

Di calo si continua a parlare nel settore delle carte per usi grafici e di quelle di altre specialità, che registrano rispettivamente un -34,3% e un -19,6%. In questi due casi, fa notare Assocarta, la riduzione rispetto ai dati antecedenti la pandemia è decisamente più marcata.

Il dato migliore – per quando in diminuzione – lo fa registrare invece proprio il tissue. Mentre nel 2022 il comparto aveva mantenuto i volumi in sostanziale stabilità, segnando un +0,3% sull’anno precedente, il 2023 la produzione delle carte per usi igienico sanitari segna un -2,3%.

Proprio nel comparto tissue l’Italia si conferma primo produttore a livello europeo – lo è già da qualche anno – realizzando il 20% circa della produzione dell’area Cepi. Inoltre, nella prima metà del 2023 il calo del tissue è stato decisamente maggiore in altri Paesi europei, permettendo all’Italia di acquistare quote di mercato in termini di produzione.

Il tissue in Europa

Guardano più da vicino cosa accade in Europa, si scopre che nel complesso la produzione di carta e cartone nei Paesi europei dell’area Cepi è diminuita del 12,8% rispetto al 2022. A dirlo sono i dati preliminari sul 2023 che proprio la Confederazione delle industrie cartarie europee ha pubblicato nel “Preliminary statistics report 2023”. Nel documento si riporta anche una produzione totale nel 2023 di 74,3 milioni di tonnellate, con un calo registrato in tutti i tipi di carta e cartone (Figura 1). Una forte influenza deriva dal “destoccaggio” in corso lungo l’intera catena di approvvigionamento e dall’impatto, sempre consistente, degli elevati costi energetici e di produzione.

La diminuzione nella produzione di carta in Europa è comunque il riflesso di quanto avviene nel settore nella maggior parte delle regioni a livello globale, sebbene non in misura così marcata come in Europa. I dati, per esempio, di Canada, Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud parlano di una contrazione della produzione di carta tra il 2% e il 9,8%.

Meno carta prodotta, quindi, ma anche meno richiesta del mercato. Il calo di produzione si accompagna infatti alla diminuzione del consumo apparente di carta e cartone, che alle statistiche Cepi risulta diminuito del 15,3% rispetto al 2022, senza però contare che parte del consumo interessa le scorte. Il mercato del continente in generale, del resto, risente del debole dinamismo dell’economia europea, che le stime dicono essere cresciuta nel 2023 solo dello 0,6%, mentre si ipotizza un +1,2% per il 2024.

Guardano poi ai vari tipi di carta e cartone prodotti in Europa, l’andamento 2023 segna sempre una diminuzione (Figura 2). La produzione di carta tissue è diminuita di circa il 4,4% rispetto al 2022 e ha rappresentato il 10,3% della produzione totale di carta e cartone.

Sempre secondo Cepi, ancora una volta, come già accaduto nel 2022, all’interno del comparto il migliore andamento è registrato dalla carta igienica e per uso domestico. Nello specifico il segmento trainare è quello dei prodotti tissue per uso in casa (at home) – dai fazzoletti alla carta igienica – mentre il segmento AFH (away from home) dimostra una maggiore fatica a causa dei mercati di riferimento meno dinamici. Mentre il consumo domestico e sanitario è diminuito solo del 3,7%.

Nell’area Cepi si registrano anche meno esportazioni che, a fine di settembre 2023, risultavano già diminuite del 15,7%, mentre gli indicatori preliminari sui dodici mesi parlano di un calo del 14% circa rispetto al 2022.

I mercati che interessano le percentuali più alte, sia di export sia di import, dell’area Cepi sono quelli limitrofi, ovvero gli altri Paesi europei, che rappresentano il 36,9% del totale delle esportazioni e il 38,9% di tutte le importazioni (Figura 3).

I costi da affrontare

I costi sono parte determinante, ovviamente, dell’andamento del settore nel suo complesso. Per quanto riguarda la materia prima cellulosa, spiega Guido Pasquini, presidente del gruppo Tissue di Assocarta – che ha parlato del mercato del tissue a Miac 2023 – dopo l’impennata del 2022 ha subito una sensibile riduzione nella prima parte del 2023, ma il bilancio di fine anno parla ancora di forti rincari. Aumenti che interessano tanto le materie prime vergini quanto le riciclate. In particolare, dicono i dati di Assocarta, rispetto ai livelli pre-rincari, le fibre corte hanno visto crescere del 68% le proprie quotazioni in dollari a gennaio 2024 e le fibre lunghe del 61%.

Tra i costi del mondo cartario il punto delicato è rappresentato sempre dall’energia. Pasquini ha ricordato l’impennata dei prezzi nel 2022 e la speranza che con il nuovo anno la situazione si potesse stabilizzare; una speranza che ora deve fare i conti con il ritorno alla guerra in Medio Oriente e con quanto sta accadendo nel Mar Rosso. Al momento, comunque, il costo del gas rimane stabile, tuttavia è sempre più alto rispetto ai concorrenti esteri, in particolare quelli al di fuori dell’Unione europea.

«Per l’energia elettrica l’andamento del prezzo medio in euro al MWh si assestava intorno a 50 o 60 euro» ricorda il presidente del gruppo Tissue. «Abbiamo conosciuto picchi elevati, ma quando c’è stata la riduzione non si è tornati ai livelli precedenti alla crisi, anzi i prezzi sono rimasti il doppio, tanto che in autunno il costo era intorno a 115 euro al MWh e, dopo quanto accaduto in Medio Oriente, è salito attorno ai 150 euro». Una situazione quindi incerta, aggravata dalla ricerca di rotte alternative a quelle del Mar Rosso – a causa degli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi alle navi in transito – che incide su costi e tempi di trasporto, e potrebbe determinare quindi anche un aumento dei prezzi delle materie prime energetiche.

Stessa incertezza anche sull’andamento delle quotazioni di CO2, che sono sempre più soggette alla speculazione finanziaria. Nella seconda parte del 2023 «oscillavano tra 80 e 95 euro alla tonnellata, rischiando più volte di rompere la barriera dei 100 euro che» precisa Pasquini «è una barriera psicologica ma anche molto sostanziale». Gli ultimi dati a febbraio 2024 parlano invece di un assestamento a 61 euro per tonnellata, un valore decisamente più alto rispetto al passato. Se si confronta il dato con gli anni precedenti è evidente: nel 2021 il valore era di 54 euro, mentre era addirittura di 25 euro nel biennio precedente, 2019-2020.

Le prospettive e le aspettative

Sul settore carta e sul futuro dei suoi prodotti i dati economici non sono l’unico fattore incidente. Determinanti – e le ultime scelte lo dimostrano – sono anche le decisioni prese a livello politico dall’Unione europea, che hanno conseguenze non sempre positive sull’industria. Giustamente dall’Europa, afferma Pasquini, «giungono pressioni per un modello di produzione e di consumo che sia circolare e non più lineare». Tuttavia, le scelte dei decisori politici non si basano sempre su evidenze scientifiche e il rischio in certi casi, oltre al danno economico, è persino di prendere strade sfavorevoli a quella stessa causa ambientale che si vuole sostenere.

Un esempio è quanto accaduto alla plastiche monouso con la direttiva SUP che, nell’arco di poco tempo, ha bandito dal mercato alcuni prodotti o, ancora, le problematiche emerse durante l’iter di proposta di modifica del Regolamento sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio (PPWR), in cui si è temuto prevalesse la scelta del riuso su quella del riciclo, senza distinzione alcuna tra i materiali. «È essenziale dunque prepararsi per tempo e cercare di prevedere quelli che potranno essere gli scenari futuri» dice Pasquini «perché quando viene emanata una disposizione normativa a livello europeo il lasso di tempo di applicazione è generalmente molto breve». Il presidente considera proprio il tema monouso; la propensione dell’Europa verso il riuso dei materiali, spesso a scapito del riciclo e della valenza scientifica di questo, rischia di mettere a repentaglio l’uso e quindi la produzione anche di alcuni prodotti in carta. «Si sente sempre parlare della necessità di ridurre il monouso, cercando di preferire il riutilizzo dei prodotti» dice. «Quelli in carta tuttavia sono nati e realizzati proprio per il monouso; questo sarà quindi uno dei temi che il settore dovrà tenere sotto stretta attenzione».

Altro tema di attualità e rilevante per il futuro sono le azioni di contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici, «le aziende del settore carta lavorano da tempo ai temi della decarbonizzazione, anche – ma non solo – in risposta agli obblighi imposti dall’Europa» e questa è una strada che dovrà essere ancora battuta.

Il monouso in carta nel concetto comune

Su quale potrebbe essere lo scenario futuro del settore pesa pure un altro fattore; la carta deve tenere in considerazione anche il sentiment dei consumatori nei confronti dei suoi prodotti. Dunque come è percepita la carta – e nello specifico il tissue – oggi?

«Già al tempo del Covid il tissue ha svolto egregiamente la propria funzione di prodotto per l’igiene» ricorda Pasquini. Una funzione indubbia che tuttavia ora deve tenere conto di tutte le tematiche di cui si è detto sinora; «non possiamo guardare al nostro prodotto svincolato dai temi dell’economia circolare, del monouso e degli aspetti climatici. Tutto ci porta ad andare in una certa direzione e bisognerà quindi modificare il nostro tissue, rendendolo un prodotto sempre monouso ma forse un po’ diverso da come noi oggi lo conosciamo».

Intanto però l’idea che i consumatori hanno di questo materiale è determinante per indirizzare gli acquisti e – a volte – anche le decisioni del legislatore.

Ebbene «un’indagine svolta da TwoSides evidenzia come il giudizio del consumatore sui prodotti tissue non sia poi così positivo». Parlando di quali caratteristiche fossero importanti per i prodotti tissue, gli intervistati hanno citato il fatto che debbano essere realizzati da foreste sostenibili; «ebbene la nostra produzione è già proveniente da foreste sostenibili» dice Pasquini «eppure c’è ancora un 35% della popolazione intervistata che non lo sa. Ciò dimostra quanto sia importante che la comunicazione aziendale e quella di prodotto siano indirizzate al raccontare e dimostrare al consumatore ciò che le nostre aziende mettono in pratica».

Dall’indagine emerge poi una propensione ad applicare i concetti dell’economia circolare anche al tissue: i consumatori ritengono che «sarebbe meglio che i prodotti tissue fossero fatti con materiale riciclato e non da fibre vergini». E ancora, per quanto «più della metà dei consumatori dichiari di considerare il prodotto in carta tissue più igienico e utile, c’è però anche un buon due terzi degli intervistati che non sa che la carta asciuga in modo conveniente e amico all’ambiente». E addirittura «più della metà delle persone si impegna a ridurre il proprio uso dei prodotti tissue. E questo, ancora una volta, è dovuto al fatto che il settore si porta dietro un’immagine non ideale».

In definitiva, le sfide da affrontare sono tante ma «il settore tissue ha saputo mantenere i propri livelli produttivi anche nella difficile congiuntura degli ultimi anni ed è riuscito a consolidare il proprio ruolo di presidio per l’igiene e la salute che, in ogni caso, è apprezzato dai consumatori».

Il settore, dice in ultimo Pasquini, ora dovrà «valorizzare il contributo alla salute, all’igiene delle persone ma anche investire in modelli circolari, che ci vengono richiesti dal consumatore e dall’Europa, promuovendo il possibile riciclo e la compatibilità dei nostri prodotti a fine vita oltre a confermare le buone pratiche e l’approvvigionamento sostenibile delle fibre vergini e del riciclo. A questo si aggiunge l’enorme sfida della decarbonizzazione a cui tutti siamo chiamati a contribuire. Dobbiamo ottimizzare e rendere più efficienti i nostri processi produttivi».

Congresso Aticelca 2024, il futuro tra tecnologia e competenze

Appuntamento annuale con i tecnici cartai e con le aziende fornitrici del comparto, il Congresso Aticelca si conferma un momento fondamentale per fare il punto sullo stato dell’arte del settore cartario e per delineare le strategie del suo sviluppo futuro. Tanti gli ospiti e oltre 190 i partecipanti che, per l’edizione 2024, si sono ritrovati a Erba.

Si è tenuto il 23 e il 24 maggio 2024 il Congresso Aticelca, annuale appuntamento dell’industria cartaria italiana che quest’anno ha scelto come palcoscenico il Castello di Casiglio a Erba, in provincia di Como.

Una due giorni che, come ormai consuetudine, riunisce aziende, tecnici ed esperti della filiera della carta per fare il punto sulle novità del settore in tema di innovazioni tecnologiche, energia e ambiente. Un’occasione per trattare le diverse tematiche che, come ricordato in apertura del congresso da Furio Azzopardo, presidente di Aticelca, sono all’ordine del giorno per l’industria cartaria.

I temi caldi del settore carta

In questa 55a edizione, che ha visto la partecipazione di oltre 190 iscritti, le tre sessioni che costituiscono la sempre ricca agenda dell’evento sono state dedicate a differenti temi di attualità per il mondo della carta.

La prima sessione si è concentrata sulla tecnologia, con l’applicazione anche in questo settore industriale dell’intelligenza artificiale (AI), della digitalizzazione – grande tema di innovazione che le cartiere stanno sviluppando negli ultimi anni – e delle tecnologie più all’avanguardia per ottimizzare e rendere più efficiente il processo produttivo della carta.

È stato Marco Frosolini, professore associato (Università di Pisa) e moderatore di questa prima parte del convegno, a dare il via ai lavori, dopo i saluti istituzionali del presidente Azzopardo e dopo un altro momento da sempre importante per l’associazione, la premiazione del Socio benemerito. L’onorificenza quest’anno è spettata all’ingegner Lido Ferri.

La seconda sessione, che ha impegnato i congressisti nel pomeriggio di giovedì 23 maggio, ha preso il via con la Tavola rotonda, moderata da Armando Garosci (Largo Consumo) e incentrata sul tema della chiusura dei cicli e delle sfide tecnologiche che, insieme all’evoluzione normativa, attendono il settore.

Al termine del dibattito della tavola rotonda la sessione, affidata nuovamente alla guida di Frosolini, è proseguita con le relazioni dedicate ai sistemi della depurazione delle cartiere e alle loro innovazioni, e al miglior utilizzo dell’amido all’intero del ciclo produttivo della carta e a quali vantaggi possa portare.

I lavori sono poi ripresi nella mattinata di venerdì 24 con la terza sessione, la cui moderazione è stata affidata a Elisa Bertolucci, fiber system engineering manager (Toscotec).

Un momento importante, a cui l’associazione tiene particolarmente, riconoscendo nella formazione delle nuove leve la chiave del futuro sviluppo del settore, è stata la premiazione della borsa di studio Aticelca – Reno De Medici “Carta tecnologia futura”. Il vincitore dell’edizione di quest’anno è stato Ayoub Fakhri (Dipartimento di ingegneria civile e industriale – Università di Pisa) con una tesi dedicata a “Substrati a base di cellulose per rivestimenti innovativi: applicazione, proprietà e strategie di riciclaggio”. Fakhri, oltre a essere il vincitore della borsa di studio istituita dall’associazione insieme aReno De Medici, è anche il primo laureato della facoltà di ingegneria cartaria dell’ateneo toscano.

La seconda giornata congressuale è poi proseguita con il susseguirsi degli interventi dei più importanti laboratori del settore che hanno parlato di riciclabilità, food contact, coating e impatto ambientale.

Una tradizione volta all’innovazione

Il congresso Aticelca raccoglie da sempre gli esperti del settore a livello nazione e internazionale – direttori tecnici, direttori di stabilimento, responsabili di produzione o ricerca e sviluppo, imprenditori delle cartiere italiane, esperti il mondo scientifico e accademico – e tutti i più importanti fornitori dell’industria cartaria, che si confrontano sui temi di attualità, di innovazione tecnologica e di economia che interessano l’intera filiera. La discussione è stimolata dalle presentazioni dei numerosi relatori nazionali e internazionali che partecipano al congresso e che contribuiscono a mantenere elevato il piano di confronto. L’edizione di quest’anno ha affrontato diversi temi importanti per l’industria cartaria, ha dichiarato Massimo Ramunni, segretario di Aticelca, a chiusura dell’evento, ricordando come uno degli obiettivi dell’evento sia «creare una connessione sempre più forte tra le imprese, il mondo della fornitura e gli esperti del settore cartario».

La visita in cartiera

A chiusura del congresso Aticelca, come da tradizione, i partecipanti hanno avuto la possibilità di visitare lo stabilimento cartario di Paper Board Alliance a Calolziocorte, in provincia di Lecco.

Lo stabilimento è quello di Cartiera dell’Adda che dal 2018 insieme a icP fa parte del gruppo Papere Board Alliance. Una cartiera realizzata nel territorio di Calolziocorte negli anni Cinquanta ma che ha alle spalle una storia di più di 250 anni di esperienza dei fondatori, la famiglia Cima che ancora oggi la dirige.

Paper Board Alliance è un gruppo di aziende che ha unito le competenze delle famiglie Cima e Pieretti nella produzione cartaria per realizzare un gruppo europeo nella produzione di cartoncino riciclato per semilavorati industriali. La presenza del gruppo sui mercati internazionali, anche nuovi, poggia su un preciso progetto di potenziamento degli investimenti in ricerca che hanno portato a ottimizzare i processi produttivi e la qualità del prodotto.

Nello specifico nella cartiera lecchese si producono cartoncini riciclati di alta qualità destinati alla produzione di semilavorati industriali: dai tubi e anime ai laminati, dagli angolari studiati per specifici imballaggi ai cartoncini grigi tagliati in fogli, fino ai cartoncini in stock di prima e seconda scelta in pronta consegna.

Il prossimo appuntamento con il Congresso Aticelca sarà per la primavera del 2025 e si terrà, come da tradizione, in un’altra parte del Paese; però sempre – ricorda in ultimo il segretario Ramunni – in una località con una forte vocazione cartaria.

Il Socio benemerito 2024

Esperto del settore, con alle spalle una lunga esperienza nel mondo cartario, l’ingegner Lido Ferri ha lavorato per anni in DS Smith, dove ha ricoperto, tra le altre, la carica di Responsabile della sostenibilità. Con l’associazione dei tecnici cartai ha iniziato a collaborare negli anni Novanta, dando un importante contribuito alla crescita di Aticelca.

«Sono felice di poter premiare una persona che noi tutti consideriamo un grande amico dell’associazione, a cui si è sempre dedicato con competenza» ha affermato il presidente Furio Azzopardo nel conferire il riconoscimento a Ferri. Quest’ultimo, ricordando con piacere la lunga collaborazione che lo lega ad Aticelca, ha sottolineato l’importanza di guardare sempre al futuro dell’associazione, soprattutto attraverso la valorizzazione e il sostegno alla formazione dei giovani. «Le aziende hanno bisogno di giovani preparati, motivati e formati; e in Italia ci sono importanti centri di formazione. In questo ambito il ruolo di Aticelca, insieme a quello delle Università, deve essere preponderante». Così come deve esserlo nell’ambito della comunicazione, ha sottolineato Ferri, per far conoscere maggiormente l’industria cartaria e le sue potenzialità. In ultimo, oltre a ringraziare la competenza e puntualità di tutto lo staff di Aticelca, ha rivolto un ringraziamento speciale a Paolo Culicchi: «sono entrato in Aticelca perché l’ingegner Culicchi mi ha spinto a farvi parte e mi ha sempre stimolato a essere presente attivamente nell’associazione. A lui» ha concluso «rivolgo il mio personale grazie».

Il piano nazionale e la decarbonizzazione

Lo spirito di adattamento alle necessità di restare competitive rispetto a mercati esteri ha posto le aziende del settore cartario in una posizione di avanguardia nell’efficientamento energetico e nella riduzione di consumi e sprechi di energia. Ora però tutti i settori, non solo quello industriale, sono chiamati a fare ancora di più per rispondere agli obiettivi – sempre più ambiziosi – posti dall’Europa per la decarbonizzazione. L’Italia ha redatto il proprio piano, il PNIEC, che a giugno 2024 andrà inviato in forma definitiva alla Commissione europea. Ecco cosa contiene.

La sfida per la decarbonizzazione riguarda l’Italia nel suo complesso ma è particolarmente importante per il suo settore cartario. Uno sforzo forse anche più sfidante che per altri Paesi europei. «Il nostro settore è fondamentalmente azionato a gas naturale – che tra l’altro è il combustibile a minor impatto ambientale – che in questi anni ci ha consentito di restare competitivi e di implementare al meglio la cogenerazione ad alto rendimento (CAR)». Parla così Alessandro Bertoglio, responsabile Energia, clima e trasporti di Assocarta al convegno Miac Energy 2023 dove si discute di decarbonizzazione, spiegando che il gas naturale non è solo una fonte energetica indispensabile per il ciclo di produzione della carta, ma anche il motore del riciclo. «Non avendo risorse forestali significative, siamo diventati un Paese con livelli molto elevati di riciclo e siamo stati capaci di adattare la nostra industria alle disponibilità che avevamo». Ad oggi la decarbonizzazione può contare su molteplici combinazioni di soluzioni, «si passa dalla sostituzione del gas naturale con altri tipi di gas, i cosiddetti green gas, al biometano piuttosto che all’idrogeno, in futuro, o all’elettrificazione». Nel frattempo, ricorda Bertoglio, il settore è costantemente impegnato nel miglioramento dell’efficienza energetica che continua ad essere la leva che, di fatto, consente di risparmiare energia ed emissioni di gas a effetto serra.

Accanto alle soluzioni a idrogeno si stanno sviluppando anche nuove frontiere, «a livello europeo si iniziano a esplorare le diverse strade per non avere emissioni di CO2. Si parla, per esempio, persino di ritorno al nucleare e molte aziende europee del settore cartario guardano con interesse ad applicazioni con questa nuova generazione nucleare».

I tre fronti del PNIEC: emissioni

Cosa accade in Italia e, soprattutto, cosa prevede la nostra normativa è stato l’oggetto dell’intervento al convegno di Luca Benedetti, responsabile Studi e monitoraggio Piano energia e clima di GSE. Il Piano nazionale integrato energia e clima o PNIEC, ha ricordato Bertoglio, è la bussola che indica il percorso che occorre compiere per arrivare al Net Zero emissions nei prossimi anni.

L’elaborazione del PNIEC – la cui più recente versione è stata inviata alla Commissione europea a Bruxelles – discende dall’insieme di obiettivi definiti nella regolamentazione a livello comunitario che tutti gli Stati membri sono stati chiamati a recepire. Per raggiungerli i settori principali su cui agire sono tre: emissioni, rinnovabili, efficienza.

Sul fronte delle emissioni, spiega Benedetti, il dato rilevato al 2021 per quanto riguarda la loro riduzione nei settori coperti dalla normativa ETS – il sistema europeo di scambio di quote di emissione istituito dalla direttiva 2003/87/CE (direttiva ETS) detto EU ETS – indica che siamo arrivati a -47% rispetto al dato 2005, tuttavia a livello europeo l’obiettivo è fissato al 62%. Il “55” indicato come percentuale di obiettivo nel pacchetto “Fit for 55” è in realtà un combinato tra il settore ETS e quello non-ETS; scindendo però i due settori, il target del primo è appunto 62%.

«Il settore ETS è coperto da un mercato regolato a livello europeo». È definito “cap&trade” in quanto fissa un tetto massimo (cap) al livello complessivo delle emissioni consentite ai soggetti vincolati, contemporaneamente permette ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (trade) quote di CO2, all’interno del limite stabilito. Coinvolge, a livello europeo, oltre 11mila operatori e interessa circa 1.200 impianti italiani, di cui il 71% nel settore manifatturiero.

«La maggior parte delle emissioni che riguarda il settore ETS proviene dai grandi impianti di combustione, seguiti poi dalla raffinazione, dai settori del cemento e dalle altre tipologie di impianti». Per questo, spiega Benedetti, la normativa si fa sempre più stringente in termini di riduzione delle emissioni.

Diverso invece il caso del settore non-ETS in cui contano più le politiche dei singoli Stati, che stanno diventando enormemente ambiziose. I settori non-ETS, ovvero quelli non coperti dalla normativa sullo scambio di quote di emissioni a livello europeo – vale a dire trasporti, civile, piccola industria, rifiuti –, debbono invece raggiungere un obiettivo insieme, a livello di Paese. «Nel 2021 il dato rilevato indicava che avevamo ridotto le emissioni di gas serra del 17% rispetto ai livelli del 2005. Ma ad oggi la novità di maggior rilievo è che, se nella regolazione precedente ai pacchetti “Fit for 55” e al REPowerEU l’obiettivo di riduzione italiano al 2030 era del 33%, con le nuove disposizioni questo numero è salito al 43,7%. Un’ambizione divenuta molto più alta» dice il responsabile di GSE, tanto più se si considera che «il settore non-ETS è il più problematico. Nello scenario che è stato sviluppato nella versione attuale del PNIEC, l’Italia dichiara che, con tutte le misure pensate per ridurre le emissioni e i consumi nei settori non-ETS e pur con tutto lo sforzo di essere maggiormente incisivi e ambiziosi nel raggiungere questi obiettivi, per il momento non siamo certi che riusciremo ad andare oltre il 35-37%».

Il problema, spiega Benedetti, è che nella versione definitiva del piano, che sarà consegnata a giugno 2024, non sarà possibile mantenere queste quote, in quanto il regolamento è obbligatorio e va rispettato. Per tale ragione si sta lavorando per arrivare, entro la prossima estate, all’elaborazione di un «set aggiuntivo di misure che possano permettere di essere più incisivi nella riduzione dei consumi e delle emissioni nei settori non-ETS. Tra loro quelli che incidono di più sono la piccola industria e soprattutto il trasporto e il civile».

Il target efficienza energetica

La seconda misura su cui il PNIEC insiste è l’efficienza energetica, in merito alla quale occorre fare riferimento alla nuova Direttiva UE 2023/1791, con cui il Parlamento e il Consiglio europei hanno modificato il regolamento UE 2023/955. Pubblicata 13 settembre 2023 – in Gazzetta Ufficiale il 20 settembre successivo con entrata in vigore venti giorni dopo – la nuova normativa sostituisce la direttiva UE 2012/27, in sostanza aggiornando e rivedendo gli obiettivi in base al pacchetto “Fit for 55”. Agli Stati membri dell’Unione viene chiesto di assicurare al 2030 complessivamente una riduzione pare al 11,7% del consumo energetico finale, rispetto a quanto previsto nel 2020 come target da raggiungere. Tradotto in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio significa 763 Mtep sul consumo energetico finale dell’UE e 993 Mtep su quello primario.

Entrando nello specifico del nostro Paese, «per quanto riguarda l’efficienza energetica abbiamo due tipi di obiettivi da raggiungere» spiega Benedetti «uno sui consumi effettivi, ovvero sui valori assoluti dei consumi di energia al 2030, che si tratti di energia primaria o di energia finale; l’altro invece sui risparmi generati dalle misure di promozione, le cosiddette politiche attive». Per quanto concerne l’obiettivo da raggiungere sui consumi di energia, Benedetti prende come esempio l’energia finale: «nel 2021 avevamo 113 Mtep di consumi e circa 110 Mtep nel 2022, secondo il dato preliminare; lo scenario che abbiamo elaborato ci porterebbe nel 2030 a 100 Mtep, quindi a ridurre i consumi di 13 Mtep». In realtà, spiega, non è sufficiente, perché «quello che chiede la nuova direttiva europea sull’efficienza energetica è di arrivare tra 92 e 94 Mtep, quindi di essere ancor più incisivi sulla riduzione dei consumi. Le misure di efficienza energetica previste hanno al loro interno una forma di contabilità dei risparmi generati. Quindi non si tratta più solamente di valori assoluti dei consumi ma proprio di risparmi che sono imputabili alle diverse misure di supporto, per esempio i certificati bianchi, la cogenerazione ad alto rendimento, il conto termico, le detrazioni fiscali ecc. Ebbene, la somma cumulata dei risparmi generati da queste misure deve arrivare a 73 Mtep; un valore decisamente elevato». Per arrivare tra 92 e 94 Mtep nei prossimi mesi si dovranno necessariamente applicare misure ancora più incisive di quelle sino ad oggi adottate.

Per quanto concerne, invece, l’incremento di risparmio derivante dalle politiche attive di efficienza energetica, le soluzioni da adottare sono diverse: il Piano di transizione 5.0, il Prepac (Programma per la riqualificazione energetica degli edifici della pubblica amministrazione centrale), le campagne di informazione, il fondo di coesione, le misure del PNRR (Piano nazione di ripresa e resilienza) ecc. In questo caso, spiega ancora il responsabile GSE, «annualmente non è importante raggiungere gli obiettivi preposti per singole misure, ovvero se una misura viene cambiata ed è più efficace di quanto si pensasse, mentre un’altra lo è di meno, andrà bene comunque, l’importante è integrare».

I tre settori delle rinnovabili

Il terzo fronte di intervento del PNIEC per arrivare alla decarbonizzazione è rappresentato delle energie rinnovabili. L’Italia è arrivata nel 2021 a coprire il 19% dei propri consumi finali lordi mediante rinnovabili. Tuttavia, recependo l’obiettivo contenuto nella nuova direttiva sulle rinnovabili – Direttiva (UE) 2023/2413 del Parlamento e Consiglio europei datata 18 ottobre 2023 – lo scenario elaborato nel PNIEC indica che «dobbiamo arrivare almeno a soddisfare il 40,5% dei consumi finali mediante rinnovabili». Un salto enorme, afferma Benedetti, in quanto siamo intorno al valore del 19% da ormai sei anni, di conseguenza raggiungere entro il 2030 il 40% non sarà affatto semplice. Ed è un salto che implica un altrettanto enorme cambio di passo, «perché abbiamo a disposizione solamente sette anni; immaginiamo quindi quanto incisiva dovrà essere l’azione».

Occorrerà intervenire su più fronti: sulle rinnovabili nel riscaldamento e raffrescamento, nei trasporti e nel settore elettrico. «Quando si parla di rinnovabili, spesso il pensiero corre al fotovoltaico e all’eolico, ma in realtà, in termini di contributi in valore assoluto, le rinnovabili termiche contano quanto le rinnovabili elettriche. Ecco perché è un settore particolarmente importante su cui agire. Nello specifico, nel settore elettrico non c’è un obiettivo a livello comunitario. Nel PNIEC abbiamo stabilito di arrivare nel 2030 a un 65% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili dall’attuale 36%. Per quanto riguarda i trasporti, dobbiamo arrivare a un numero molto elevato che è intorno al 30%, a partire dall’8% del 2021». Ma il dato forse più preoccupante è proprio l’obiettivo sul riscaldamento e raffrescamento: «dovremmo passare dal 20% dei consumi per riscaldamento e raffrescamento soddisfatto da rinnovabili a circa il 37%. Un traguardo molto ambizioso».

Analizzando poi i dati disaggregati in possesso del GSE per le rinnovabili elettriche «la grande aspettativa è riposta, in primis, nel fotovoltaico dal quale si attende un’impennata da 27 GW a 80 GW; in secondo luogo nell’eolico; mentre le altre fonti più o meno rimangono stabili». Tutte le azioni più incisive dei prossimi anni saranno quindi necessarie per far crescere l’installato.

Per quanto riguarda le rinnovabili nel settore termico, l’aumento dal 20% al 37% è impegnativo poiché, «mentre sulle rinnovabili elettriche il percorso è chiaro, ovvero occorre installare impianti a fonti rinnovabili, in questo caso il collegamento con le misure non è immediato. L’utilizzo delle rinnovabili termiche dipende anche dal clima, la maggior parte è costituita da biomasse, con la necessità di adeguare gli apparecchi all’uso di derivati per ovviare al problema di polveri sottili.

Il contributo maggiore è atteso, quindi, dalle pompe di calore per lo sviluppo delle quali ci vorranno politiche incisive; e in parte anche dal biometano, che una volta messo in rete, può essere utilizzato sia nel settore dei trasporti sia nel settore termico». Il biometano, sottolinea Benedetti, è considerato una delle pietre miliari su cui il Paese punta.

Per il settore dei trasporti «la maggior aspettativa è riposta sul biometano avanzato e sul fronte della mobilità elettrica. Si prevede di arrivare al 2030 a oltre 6 milioni di auto elettriche, di cui 4 milioni di elettrico puro».

Il ruolo dell’idrogeno

Nelle politiche di pianificazione per lo sviluppo delle energie rinnovabili, inizia ad affacciarsi con sempre maggior peso anche l’idrogeno. «La direttiva sulle rinnovabili dice che al 2030 il 42% dell’idrogeno utilizzato nell’industria dovrà essere di origine rinnovabile. E questo è un primo passo» afferma il responsabile. «Poi, per quanto riguarda i biocarburanti, un 1% dell’energia fornita al settore dei trasporti deve arrivare dai biofuel, quindi carburanti di origine biologia e a base di idrogeno. Infine c’è un 1,2% obbligatorio di utilizzo di carburanti a base di idrogeno sia per il settore dell’aviazione sia per il settore marittimo. Quindi, mettendo insieme tutti questi obiettivi e facendo i conti solo sullo sviluppo dello scenario energetico, al 2030 saranno necessari almeno 0,25 MW di idrogeno, di cui 390 ktep nei trasporti e 330 ktep nell’industria (figura 8). Per quanto riguarda nello specifico l’industria, la direttiva sulle rinnovabili stabilisce che al 2030 il 42% dell’idrogeno utilizzato dovrà essere idrogeno verde ovvero di origine rinnovabile». Questo dato, precisa Benedetti, è il minimo a cui si dovrà arrivare, ed è figlio delle ipotesi su quanti saranno i consumi dell’industria nel 2030 e quanto sarà l’idrogeno utilizzato a quella data. Ovviamente se si riuscirà a produrre quantità maggiori, tanto meglio. «Nel PNIEC abbiamo cercato di sviluppare stime di scenario e di potenziale che si confacessero agli obiettivi minimi, che sono già avanzati. Per soddisfare questo minimo» aggiunge «dovremmo installare almeno 3 GW di elettrolizzatori».

In definitiva, «nel periodo che intercorre tra ora e giugno 2024, quando si dovrà finalizzare il PNIEC per l’invio a Bruxelles della versione definitiva – lasso di tempo nel corso del quale riceveremo anche i commenti della Commissione europea – sarà necessario lavorare sia nell’essere più incisivi nei settori in cui ancora c’è un gap, ma soprattutto nell’individuare, in maniera sempre più dettagliata e con una certa sicurezza di efficacia, le misure necessarie per raggiungere questi obiettivi». Nel PNIEC sono indicate circa 200 misure, ricorda Benedetti, «però ancora non bastano per raggiungere gli obiettivi a cui dobbiamo arrivare».

I punti cardine del piano

Le strategie di intervento previste dal PNIEC (Piano nazionale integrato energia e clima):

– pianificazione integrata per accelerare i tempi e ridurre gli impatti ambientali della realizzazione delle infrastrutture

– forte connessione tra diversi ambiti: generazione elettrica, mobilità e altri consumi, ruolo attivo della domanda

– sinergia e integrazione di politiche e misure diverse per massimizzarne efficacia ed efficienza

– importanza delle scelte dei cittadini: finanziarie, comportamentali, informative, partecipazione alle comunità energetiche.