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Raffaella Quadri

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Il riciclo della carta e le microplastiche

Le microplastiche, piccole e leggere, sono ubiquitarie e si trovano in tutte le fonti terrestri, atmosferiche e idriche, impattando negativamente su ambiente e salute umana. Qual è l’apporto dei prodotti cartari da questo punto di vista? Uno studio preliminare di Innovhub SSI ha cercato di indagare su questi aspetti.

Definite nel 2019 da Echa – l’Agenzia europea per le sostanze chimiche – come particelle solide con dimensioni micrometriche e contenenti polimeri a cui possono essere stati aggiunti o meno degli additivi, le microplastiche sono caratterizzate dall’essere persistenti nell’ambiente, in quanto non biodegradabili, e sono suscettibili di ulteriori degradazioni fino a dimensioni nanometriche. Possono essere, inoltre, facilmente ingeribili dalla fauna ittica e terrestre, quindi trasferibili attraverso la catena alimentare.

Costituiscono dunque un pericolo per l’uomo e considerare la loro presenza o il loro possibile trasferimento attraverso i prodotti è una preoccupazione che deve interessare anche il settore cartario.

Innovhub SSI ha presentato al Congresso Aticelca 2022 uno studio preliminare condotto presso i propri laboratori sulla presenza delle microplastiche nei prodotti cartari e sul loro potenziale rilascio da parte di componenti polimerici presenti nei prodotti durante il processo di riciclo.

Le microplastiche e i settori produttivi

Le microplastiche possono essere suddivise in due grandi categorie: primarie e secondarie. «Le primarie sono progettate con una funzionalità specifica per essere introdotte in prodotti commerciali, per esempio le microbits nei prodotti esfolianti cosmetici. Mentre le secondarie si generano dal deterioramento di plastiche di grandi dimensioni oppure da tessuti sintetici, con processi di deterioramento di diversa natura: per irradiazione di luce ultravioletta, abrasione fisico-meccanica o per via termica». A spiegare questa differenza è Alessia Aprea, ricercatrice senior Area Seta-tessile di Innovhub SSI, che spiega come il settore produttivo che principalmente impatta sul rilascio di microplastiche nell’ambiente sia quello dei tessili sintetici, il quale è stato calcolato produca il 35% di tutte le microplastiche rinvenute fino a ora negli oceani. Per quanto riguarda il settore cartario, invece, non esiste uno studio sistematico che dia una percentuale precisa di quanto sia il rilascio.

Il problema è l’impatto delle microplastiche su ambiente e salute umana, «avviene per due tipologie di danni, diretti e indiretti» afferma la ricercatrice, «i danni diretti derivano dall’ingestione delle microplastiche; mentre gli effetti indiretti sono dovuti a tossicità per eventuale presenza di microinquinanti come additivi per fluorurati, interferenti endocrini o inquinanti organici persistenti, inoltre le microplastiche possono agire – sempre per via indiretta – come vettori di virus e batteri. Si stima che vengano ingerite dall’uomo circa 11mila particelle all’anno».

Le norme

Dal punto di vista della legge, ad oggi non esiste una normativa specifica sulle microplastiche; «concernente a questo argomento, c’è la normativa europea recepita in Italia con il decreto legge 196/2021 che riguarda la limitazione nell’uso delle plastiche monouso e che ipotizza che il limitare la produzione di macroplastiche possa ridurre il rischio di rilascio di microplastiche secondarie. La legislazione europea, sempre attraverso Echa, sta promuovendo intanto l’introduzione della restrizione dell’utilizzo intenzionale, quindi di microplastiche primarie intenzionalmente aggiunte nei prodotti». La previsione, spiega Aprea, è che la legge possa entrare in vigore nella seconda metà del 2022 e «prevederà una serie di restrizioni all’immissione di microplastiche, da sole o in miscele, all’interno di prodotti commercialmente utilizzati. Inoltre sono previsti anche obblighi di fornire istruzioni per l’uso e lo smaltimento, e l’obbligo di monitoraggio dell’efficacia di queste istruzioni, proprio per contribuire alla riduzione del rischio di rilascio di microparticelle». Saranno previsti ovviamente dei periodi di transizione, precisa Aprea, in modo che ogni azienda abbia la possibilità di adeguarsi a quanto stabilito. «Le limitazioni prevedono un uso intenzionale con concentrazione non superiore allo 0,01% in peso di particelle con un raggio dimensionale compreso tra 1 nm e 5 mm, e di microfibre comprese tra 3 nm e 15 mm. Non verranno considerate microplastiche i polimeri naturali, sempre che non abbiano subito alcuna modificazione chimica se non l’idrolisi, i polimeri biodegradabili e polimeri con solubilità in acqua maggiore di 2 g/l. Ovviamente sono previsti dei prodotti in deroga: quelli per cui non si ritiene ci sia un effettivo rilascio nell’ambiente di microplastiche; i prodotti o settori già regolamentati da altre normative; oppure nel caso in cui l’impatto socio-economico nell’introdurre la limitazione sarebbe troppo gravoso per le aziende o il settore produttivo».

Il momento delle analisi

Come determinare quindi la presenza e il rilascio di microplastiche? Anche in questo caso il problema è la mancanza di un metodo ufficiale standardizzato. «Ci sono linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità e diversi tavoli a livello degli standard ISO e CEN che riguardano principalmente la determinazione delle microplastiche, sia qualitativa che quantitativa, però soprattutto nel settore tessile che, come detto, è uno dei settori maggiormente coinvolti in questa problematica» precisa Aprea e spiega che quello di analisi delle microplastiche è un processo multistep. Nello specifico prevede: una preparazione del campione, un’estrazione successiva e purificazione attraverso diverse tecniche – che vanno adattate alla tipologia di campione –, una filtrazione su appositi filtri e l’identificazione e quantificazione delle particelle polimeriche. «Queste sono tutte le tecniche analitiche utilizzate, per quanto siano state indicate come migliori tecniche la microscopia infrarossa e la microscopia Raman, perché consentono di analizzare le particelle da un punto di vista sia morfologico sia di caratterizzazione chimica».

Innovhub si è dotata del microscopio infrarosso con cui ha effettuato le prime analisi di microplastiche, iniziando a valutare anche campioni provenienti dal mondo della carta.

Le microplastiche nel settore carta

Si è detto che le microplastiche sono contaminanti ubiquitari, quindi come tali è ragionevole e probabile che possano entrare anche nel processo cartario. «In realtà la potenziale immissione all’interno di questo processo può avvenire da moltissime fonti» spiega Graziano Elegir, responsabile Area Carta/Seta-tessile di Innovhub SSI, «dall’acqua in entrata, dalle impurezze della materia prima, fino ad arrivare alla logistica e ai macchinari, e persino a microplastiche potenzialmente presenti in additivi chimici o derivanti dalla frammentazione di prodotti multimateriali o di coating di natura sintetica durante il processo di riciclo». Tutte queste potenziali fonti possono generare un accumulo all’interno del processo produttivo e un possibile rilascio non intenzionale, «in tutti questi casi quindi si deve parlare di microplastiche secondarie ovvero non intenzionalmente immesse. Inoltre il rilascio può essere in aria, acqua, ma anche presente in scarti e fanghi di processo». Al momento non è dato capire se tutto questo costituisca un serio problema per il settore cartario, per il quale, spiega Elegir, ci sono ancora pochi dati, «esiste una stima abbastanza recente dell’istituto finlandese VTT – Technical research centre of Finland – che parla di un rilascio da parte dei processi inferiore al 2%; numeri molto più bassi rispetto a quanto presente in altri settori». Una problematica che però sarà sempre più di interesse è il rilascio di microplastiche dal prodotto finito.

Da questo punto di vista, vi sono due punti importanti da considerare: un potenziale rilascio di microplastiche nel contatto alimenti e un rilascio nei processi di compostaggio da prodotti a base carta ma multimateriali, per esempio quelli con una laminazione in plastica. «Questo è un aspetto abbastanza critico» dice Elegir «che andrà studiato molto bene. Negli impianti di compostaggio si ha una disintegrazione del materiale e quindi, a seguito della frammentazione e biodegradazione della parte carta, resta la problematica di cosa accada alla parte plastica che può subire delle modificazioni meccaniche, ovvero una parziale degradazione, e portare a un rilascio non intenzionale all’interno del compost che è poi utilizzato come ammendante nel suolo. Un problema dunque da monitorare». In teoria, precisa il responsabile, negli impianti di compostaggio dovrebbero entrare solo le carte accoppiate con polimeri biodegradabili, ma purtroppo non è così.

Altra problematica è rappresentata dai prodotti chimici: nel settore carta se ne utilizzano molti, per quanto una larga parte di tali polimeri è solubile in acqua e non è solida.

Lo studio prelimilare

Lo studio condotto da Innovhub si è posto alcuni precisi obiettivi: verificare la potenziale presenza di microplastiche nel processo di riciclo, capire quali tipi di polimeri possano essere rilasciati sotto forma di particelle solide e capire se queste siano o meno microplastiche. «Abbiamo analizzato diversi campioni, alcuni in cui ci si aspetta la presenza perlomeno di plastiche e altri prodotti neutri in cui non era ipotizzabile trovare qualcosa. Su scala di laboratorio abbiamo mimato il processo di riciclo, utilizzando il metodo per la riciclabilità UNI 11743; abbiamo trattato i campioni con gli step di processo previsti dal metodo, quindi con tutti gli screen che permettono di eliminare una larga parte di eventuali frammenti; e ci siamo concentrati sulle acque di processo nelle quali restano le particelle più piccole non intercettate dagli screen o durante la formazione del foglio. L’acqua è stata poi trattata direttamente o con pretrattamenti prima di effettuare l’analisi in Microscopio FTIR». Nelle acque di cartiera spesso vi è un’elevata concentrazione sia di materiale inorganico sia di fibre fini. È stato quindi necessario, spiega Elegir, procedere con pretrattamenti che consentissero la sedimentazione del materiale inorganico.

I risultati

I risultati sulle carte sono stati diversi. Sulla carta politenata: «abbiamo trovato 5 particelle per litro di soluzione che potevano essere classificate come microplastiche, con una dimensione intorno ai 60 micron e ciò che abbiamo rilevato è stato polietilene, coerentemente a quanto ci si aspettava da una carta di questo tipo». Si è detto come non vi siano limiti soglia definiti, ma se confrontato con quanto rilevato nei lavaggi del tessile, 5 particelle in un litro sono un valore piuttosto basso. Inoltre «abbiamo fatto un rapporto tra il peso di polietilene che avevamo all’interno del prodotto spappolato e quanto ne trovavamo in peso, e ragioniamo dalle parti per milione alle parti per bilione. Quindi molto poco rispetto a quanto materiale avevamo in partenza».

Sulla carta da stampa patinata, invece, non è stata rilevata alcuna microplastica.

Mentre la carta tissue ha dato qualche problematica in più. «Abbiamo trovato della poliammide» prosegue Elegir. «Ovviamente non è la stessa che troviamo nelle fibre tessili, ovvero il nylon; un’ipotesi potrebbe essere che possa derivare da altri tipi di poliammidi presenti nelle resistenze a umido». Quindi per quanto non si possa definire con esattezza di cosa si tratti, c’è qualcosa di rilasciato probabilmente dalle resine per la resistenza a umido; anche in questo caso, però, a livello numerico è sempre poco.

Sul cartoncino da riciclo contenente parecchia lignina, invece, al momento non si è riusciti a ottenere risultati coerenti, non è determinabile.

Quelli raccolti da Innovhub sono solo risultati preliminari, «sicuramente l’analisi delle microplastiche è piuttosto complessa e richiede, almeno per quanto riguarda il nostro laboratorio, un’ulteriore messa a punto dei metodi, in particolare per i pretrattamenti. C’è bisogno di verificare ancora la ripetibilità della misura e di analizzare anche la possibilità di contaminazioni ambientali». Tuttavia delle considerazioni possono già essere fatte: le quantità di microplastiche trovate sono sostanzialmente trascurabili. Certamente si dovrà procedere negli studi, «c’è bisogno di indagare più a fondo, studiare l’influenza di tempi di spappolamento, valutare l’accumulo su scala di laboratorio, e trovare un metodo per ricircolare le acque e valutare il potenziare accumulo. Oltre ovviamente ad analizzare campioni reali di acque e di fanghi di cartiera per verificare poi, su scala reale, cosa davvero accade».

Cepi e il lavoro di filiera, la cartiera del futuro

Parola d’ordine collaborare. Cepi lavora in tutta Europa all’attuazione di programmi che mettano in contatto le cartiere tra loro e con le altre industrie della catena di fornitura del settore. Le soluzioni per creare la cartiera del futuro si possono trovare solo così: lavorando insieme.

L’industria è concentrata sull’oggi e su quanto sta accadendo a livello geopolitico ed economico. Negli ultimi mesi si sono intrecciati avvenimenti che hanno sconvolto completamente gli equilibri internazionali, tanto da rendere incerto il presente e poco prevedibile il futuro. Tuttavia, quando si parla di impresa la pianificazione è indispensabile. Occorre sapere quale direzione intraprendere per capire su cosa investire e quali innovazioni portare avanti per continuare a esistere e a competere.

Qual è, in questa prospettiva, il percorso che il settore cartario vuole fare? Ne ha parlato al Congresso Aticelca 2022 Annita Westenbroek, energy innovations manager di Cepi – Confederation of european paper industries – analizzando la situazione del comparto con uno sguardo rivolto al 2030.

Ripensare il processo

La premessa è certa: qualcosa deve essere modificato. La strada del cambiamento comporta innovazione, che il settore sta già perseguendo, ma che deve necessariamente cambiare il passo. «Se davvero vogliamo migliorare, dobbiamo accelerare» dice Westenbroek. «La velocità di sviluppo che abbiamo seguito negli ultimi vent’anni decisamente non sarà sufficiente. Il vero tema, però, è come possiamo farlo».

La prima considerazione riguarda quella che è la voce di maggiore peso economico per una cartiera, l’energia. «Abbiamo già fatto molto nei decenni passati e negli ultimi anni siamo riusciti a ridurre significativamente la nostra impronta di CO2».

Sicuramente sarà necessario ripensare il processo cartario, trovando un modo nuovo e più efficiente di produrre. Intervenendo in primo luogo laddove si concentra il maggiore dispendio energetico, ovvero la zona di asciugatura; non a caso circa il 70% dell’energia, cita la manager di Cepi, è utilizzato proprio in questa parte del processo per asciugare la carta. «Dobbiamo rendere il nostro settore ancora meno energivoro e lo dobbiamo fare utilizzando le rinnovabili che sono e restano un percorso da seguire»; un maggiore ricorso alla biomassa è una delle soluzioni auspicabili. Tuttavia affidarsi alle innovazioni tecnologiche per rendere il settore ancora più efficiente in termini energetici di per sé non basta, serve creare quello che Westenbroek definisce “un ambiente favorevole”, «è cruciale creare le condizioni per cui si possa anche percepire la spinta al cambiamento» e scegliere tecnologie nuove e innovative. È qui che entra in gioco il ruolo dell’associazione: Cepi vuole essere un supporto al settore, aiutandolo a prendere consapevolezza di quali possibilità ci siano sul mercato e a capire quali siano le tecnologie che più si adattano alle proprie esigenze, promuovendo nel contempo l’innovazione.

Collaborazione essenziale

Il primo passo è però comunicare. «Una delle attività che svolgiamo è fornire una panoramica degli strumenti, dei prodotti e delle tecnologie disponibili che potrebbero aiutare a costruire la cartiera del futuro». Tecnologie che vanno dalle energie rinnovabili fino all’efficienza energetica, passando per la circolarità e la digitalizzazione che, dice Westenbroek, è considerata una delle protagoniste dello sviluppo del settore e che giocherà un ruolo fondamentale anche nei prossimi anni.

Allo scopo di «estrapolare gli aspetti fondamentali e identificare le condizioni per riuscire davvero a trarre il massimo beneficio da ogni strumento» Cepi, attraverso l’Energy Solutions Forum (ESF), organizza sessioni “toolkit” su diversi temi. Incontri che aiutano a comprendere, insieme alle imprese del settore, quali tecnologie siano più consone e utili per la loro crescita e quali siano più indicate per ogni singolo caso. Questi incontri aiuteranno anche l’associazione a raccogliere informazioni sulle eventuali difficoltà od ostacoli che le aziende incontrano nell’applicazione di una determinata soluzione o cosa sia nei fatti poco utile. Inoltre tutto questo permetterà, da un lato, di perfezionare l’azione di lobbying, dall’altro di comunicare meglio al resto della filiera – per esempio i fornitori del settore – ciò di cui le cartiere hanno bisogno. «Dobbiamo però conoscere tutti gli aspetti ed è essenziale che le aziende comunichino anche le proprie problematiche così da poterci confrontare. Perché solo insieme possiamo apportare il cambiamento».

Promuovere l’innovazione… disrupting

Il secondo pilastro per costruire la cartiera del futuro è la promozione dell’innovazione. Questa avviene stimolando progetti di Ricerca e Sviluppo comune a livello sia comunitario sia di singoli Paesi. Ma soprattutto occorre, sostiene la manager, stimolare le tecnologie più innovative, più “disrupting”. «Ne abbiamo identificate tre» dice Westenbroek, tre tecnologiche che potranno cambiare il modo di produrre del settore: «il vapore surriscaldato, la rimozione dell’acqua senza l’evaporazione e la produzione cartaria senza acqua». Si tratta di concrete possibilità per la cartiera del futuro, capaci di fare la differenza in termini di costi, incidendo in particolar modo sui consumi energetici delle cartiere, con risparmi di energia calcolati superiori all’80%.

La tecnologia del vapore surriscaldato permette di recuperare il calore disponibile nell’ambiente circostante, garantendo una minima perdita di vapore e, di conseguenza, un’elevata efficienza. La seconda innovazione è un drying system in cui l’acqua all’interno del processo di produzione della carta è estratta senza il ricorso all’evaporazione, operazione che comporta un grande dispendio energetico; si tratta di un sistema che si è dimostrato molto efficace in quanto porta a un risultato molto più rapido, abbreviando il processo di asciugatura della carta e portando a un risparmio di energia fino al 90%. La terza e ultima tecnologia disrupting riguarda la produzione cartaria senza acqua ovvero la formazione a caldo, capace di eliminare il ricorso all’acqua nella fase di formazione del foglio, a quel punto la cartiera non avrà più necessità di ricorrere a un trattamento dell’acqua che pesa ulteriormente in termini energetici sulla produzione.

Tutte innovazioni con una base comune, operare sulla parte del ciclo produttivo interessata all’asciugatura della carta, il fine «è raggiungere un risparmio energetico superiore all’80% proprio in quella parte così energivora del processo. Si tratta di enormi cambiamenti e c’è molta ricerca in atto», ma le aziende – ancora una volta – non possono fare tutto questo da sole, devono collaborare come filiera e come Paesi.

Le norme

Dunque lo sviluppo di queste e di altre nuove tecnologie, e la prospettiva di vedere crescere il settore si legano alla capacità delle parti che lo compongono di fare fronte comune, «è cruciale avere dei progetti di cooperazione, in cui tutte le parti – dalla ricerca all’impresa fino ai suoi fornitori – lavorino insieme» prosegue Westenbroek. «Abbiamo bisogno però anche di creare un ambiente normativo favorevole».

Questo consentirà inoltre di portare avanti azioni di lobbying, «dobbiamo capire come avere le risorse – anche finanziarie – per poter attuare il cambiamento e assicurarci che la nostra volontà di cambiamento sia nota alla politica, affinché possa dare il proprio sostegno al settore». Un’industria per essere riconosciuta, sostenuta e aiutata nel proprio percorso di crescita deve innanzitutto dare prova di essere attiva e vivace, «dobbiamo dimostrare che il nostro settore si sta muovendo, solo così crederanno in noi. Questo è ciò che in Cepi vogliamo fare: raccontare all’esterno ciò che questa industria e capace di fare e che sta facendo».

Ancora una volta, Westenbroek ribadisce l’importanza della collaborazione interna e intrasettoriale «dobbiamo lavorare a piattaforme tecnologiche comuni, per giungere a una migliorata definizione delle nostre richieste, capire se e come questi cambiamenti che noi tanto auspichiamo possano essere effettivamente realizzati nelle nostre aziende e imparare a sfruttare le informazioni che raccogliamo dalla nostra attività. Per esempio, attraverso le sessioni toolkit che organizziamo su diversi argomenti, avviamo collaborazioni anche con altri settori» come accaduto con il comparto delle pompe di calore, con il quale l’associazione europea ha dato il via a collaborazioni strategiche attualmente in atto.

«Dobbiamo discutere insieme, per avere soluzioni che possano essere standardizzate, in modo che ci sia un migliore adattamento al resto del settore, rendendo le soluzioni stesse meno costose e garantendo già un risparmio energetico nel prossimo futuro. Bisogna lavorare insieme anche sull’implementazione degli sforzi tecnologici, pensando per esempio a come ripensare e riprogettare una macchina da carta in grado di implementare queste innovazioni, e ovviamente lavorare insieme sui programmi di formazione».

Lavori in corso

In definitiva si tratta di condividere lungo la filiera necessità e sapere reciproci per arrivare davvero a soluzioni profittevoli. «Solo condividendo le informazioni possono nascere soluzioni che si possono davvero usare» prosegue la manager di Cepi, sottolineando come un’azione congiunta possa condurre anche a ottenere attenzione dalla politica con normative e procedure di certificazione molto più rapide.

Westenbroek ricorda in ultimo un programma attuato da Cepi in tutta Europa da qualche anno, “Reinvest 2050” https://reinvest2050.eu/. Vi sono coinvolte diverse le aziende del settore pulp and paper – con alcuni esempi provenienti anche dall’Italia – che hanno investito in soluzioni sostenibili. Con “Reinvest 2050” l’industria della carta dimostra quali investimenti vengano fatti nel settore per ridurre continuamente le emissioni e mitigare i cambiamenti climatici. Ogni due anni i casi di studio più interessanti, che mostrano gli sforzi delle aziende per migliorare la propria efficienza energetica e passare alle fonti di energia rinnovabile, sono condivisi nel settore e con le istituzioni europee.

Ciò che Cepi auspica, conclude Westenbroek, è che le persone lavorino insieme, «vogliamo favorire l’innovazione e tutto ciò che di buono l’industria cartaria sta già facendo».

Industria cartaria: l’effetto rimbalzo e la voglia di crescere

Un settore resiliente ed essenziale che si sta impegnando a trovare una sintesi tra esigenze di impianti molto complessi e aumenti dei costi che mettono a rischio una produttività indispensabile all’economia del Paese. La ripartenza sta mettendo in difficoltà le filiere produttive, urge una politica industriale  delineata e concreta.

Il 2021, anche per le cartiere italiane, è caratterizzato dall’effetto rimbalzo dell’economia e da un generale aumento delle maggiori voci di costo. La ripresa delle attività economiche dopo lo stop imposto dal Covid-19 ha interessato tutti i mercati a livello globale e le conseguenze delle attese ripartenze si stanno facendo sentire. Il settore cartario, pur avendo potuto lavorare senza interruzioni anche in pieno periodo pandemico – essendo stato considerato filiera essenziale – paga gli effetti dell’aumento dei costi energetici, da sempre tema nevralgico della produzione cartaria, soprattutto italiana.

Carta: un materiale voluto

I numeri dell’anno in corso evidenziano in effetti il rimbalzo, sottolinea Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, nel presentare i dati di settore a Miac, durante l’inaugurazione dell’edizione 2021. Dalla diminuzione del 4% del volume nel 2020 – dato comunque positivo se lo si raffronta con la contrazione del 20% avuta sul dato complessivo nazionale – «stiamo riscontrando un +13,5% nei primi otto mesi del 2021, che evidenzia un’ottima richiesta dei nostri prodotti». Lo scorso anno, spiega, la produzione del settore in Italia si è attestata a 8,5 milioni di tonnellate con un fatturato di 6,4 miliardi di euro (-12,5% rispetto al 2019), «quest’anno siamo in deciso aumento sia sulla quantità sia sul fatturato, stimato in crescita del 18,5% nei primi sette mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2020. Numeri che, a livello nazionale, compongono una filiera che costituisce una parte importante del PIL nazionale».

La carta sta vivendo quindi un momento di grande sviluppo nella richiesta, grazie anche al fatto di essere il materiale forse più sostenibile che ci possa essere in circolazione. E l’Italia, nonostante le difficoltà legate all’energia – «questa è sempre stata la radice delle nostre problematiche» dice Poli, «un’energia che comunque abbiamo sempre dovuto pagare più delle altre nazioni limitrofe» –, riesce a essere il terzo produttore di carta in Europa, dopo la Svezia che si attesta in prima posizione e la Germania in seconda, realizzando il 10% dell’intera produzione europea. «Essere la terza in volume dopo queste due nazioni sta a significare che la carta italiana è decisamente un’eccellenza in Europa».

Mai fermi

I dati non sono tutto. Il cartario è in evoluzione tecnologica continua, «un settore» lo definisce il presidente di Assocarta, «maturo ma che non è mai diventato adulto, nel senso che non si siede mai sulle posizioni raggiunte e che persegue una ricerca tecnologica costante per migliorare e investire sui propri impianti».

Un esempio di reale resilienza, di impegno e sforzo verso la transizione, che deve però fare i conti con la possibilità di agire. «Gli imprenditori cartai sono molto attenti all’investimento e allo sviluppo delle proprie imprese e ciò che oggi chiedono è una politica industriale ben delineata e concreta» sottolinea Poli. «Delineata e concreta perché sia consentito loro di proseguire a investire, seguendo uno sviluppo possibile in un contesto europeo. Siamo arrivati qui con impianti che utilizzano principalmente gas naturale per produrre la tanta energia che ci serve per realizzare i nostri prodotti» prosegue, «siamo arrivati fin qui senza poter approfittare di tutti i vantaggi di cui altre nazioni invece hanno potuto godere, fra cui le biomasse e l’utilizzo dei rifiuti per produrre energia». Problemi che il settore solleva da anni e la cui risoluzione oggi, con i costi energetici saliti alle stelle, è diventata ancora più urgente.

Energia: leterno problema

Tra le criticità del settore vi sono i costi dell’energia, dei trasporti e delle materie prime. Secondo i dati Assocarta, le cellulose hanno avuto continui rincari da fine 2020, fino a raggiungere quote di +60% (fibra lunga) e +70% (fibra corta); analogamente nei primi sette mesi del 2021 è aumentato anche il consumo della carta da riciclare, cresciuto del 15% rispetto ai valori dello stesso periodo del 2020.

In campo energetico il mondo della carta ha fatto molti passi in avanti nel corso degli anni. Certamente il problema attuale del costo dell’energia non è esclusivamente italiano, né interessa il solo settore cartario, ma colpisce tutto il mondo e, senza dubbio, mette in maggiori difficoltà i comparti industriali grandi consumatori di energia. I settori energy intensive si sono trovati, quindi, in forte difficoltà e hanno subìto più di altri l’incremento di prezzi, legato a una serie di fattori contingenti, tanto che per alcune realtà è diventato persino insostenibile.

Non solo, attualmente pesano sulle industrie europee anche le forti richieste di GNL, il gas naturale liquido, da parte dei mercati asiatici, che hanno contribuito a fare lievitare i prezzi. Il gas naturale da 0,20 euro è passato a 1,20 – 1,30 euro al metro cubo.

La politica industriale che manca

Le politiche europee e i piani nazionali di ripartenza, accanto alla prospettiva di mantenere alta la competitività industriale e l’efficacia degli impianti produttivi, impongono alle aziende anche un’attenzione all’ambiente e gli sfidanti obiettivi al 2030 e 2050, inevitabilmente, stanno avendo e avranno ripercussioni. La transizione ecologica non sarà gratis. Per affrontare le trasformazioni necessarie, però, servono politiche industriali ragionate che possano fare convivere l’irrinunciabile processo di decarbonizzazione con le esigenze delle aziende e la necessità di garantire la continuità nella disponibilità energetica indispensabile alle produzioni. Le fonti rinnovabili non hanno ancora la capacità e l’efficacia per coprire il fabbisogno degli impianti industriali e, per di più, spesso si scontrano con problematiche burocratiche. Le aziende sono pronte a modificare i propri processi produttivi, ma troppo spesso sono frenate da una serie di vincoli autorizzativi che fermano l’evoluzione. Un esempio su tutti le centrali a biomassa che potrebbero costituire una dei più importanti mezzi per produrre energia in grado di contribuire alla decarbonizzazione. E ancora, il biometano ottenuto da biomassa potrebbe integrare il gas naturale che, a tutt’oggi, è la fonte energetica più utilizzata dall’industria cartaria; ogni anno, secondo i dati Assocarta, ne consuma 2,5 miliardi di metri cubi.

Senza considerare un’altra tematica cara al settore: il ricorso all’uso dei rifiuti industriali – come il pulper – e civili per la produzione di energia, che ancora in Italia non è consentito.

Nonostante le difficoltà «oggi il cartario è un settore che funziona» conclude Poli «la carta è un materiale sostenibile e decisamente premiato dai mercati che lo stanno chiedendo anche in alternativa ad altri materiali meno sostenibili, sia nell’imballaggio sia negli utilizzi di altro genere». Ciò che invece le cartiere chiedono e di cui hanno bisogno è una linea d’azione chiara lungo la quale poter continuare a condurre i propri impianti.

 

Assemblea Federazione Carta e Grafica 2021: all’insegna del cambiamento

Il settore carta e grafica si riconferma protagonista di sostenibilità e circolarità. Riconosciuto come essenziale per l’economia del Paese, dimostra buoni risultati raggiunti e speranze per il 2021. La sua forza è nella filiera capace di coesione e adattamento.

Con il titolo “Il ruolo della Federazione Carta e Grafica nella transizione ecologica e digitale. PNRR, Sostenibilità e prodotti rinnovabili e circolari” si è tenuta lo scorso 22 luglio l’Assemblea Federazione Carta e Grafica 2021. Un’occasione per fare il punto della situazione a metà di un anno che pone ben in evidenza le sfide per la fase di ripresa alla luce degli obiettivi di transizione a livello nazionale ed europeo.

Un’industria essenziale e competitiva

Le sfide che attendono la filiera della carta e della grafica sono molte, dichiara Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, introducendo l’incontro e riconoscendo come le imprese del settore siano caratterizzate da elementi quali la spinta all’innovazione, la capacità di adattamento e il richiamo alla sostenibilità, «fattori di crescita divenuti sempre più rilevanti, anche e soprattutto a seguito della pandemia. Restano molte anche le criticità, soprattutto dal punto di vista normativo in un comparto complesso e articolato come questo». Pur in un simile contesto, il settore ha continuato a dimostrare «la capacità di anticipare i cambiamenti culturali e di consumo in atto, di proporre soluzioni all’avanguardia, di puntare sempre all’eccellenza continua». Bonomi ricorda la rilevanza strategica del comparto sull’intera economia del Paese e il ruolo di proposta e interlocuzione che ricopre e che occorre mantenere e rafforzare. «Mai come ora è importante la capacità di essere e fare sistema».

Sull’importanza del ruolo della filiera torna anche Girolamo Marchi, presidente uscente di Federazione Carta e Grafica. «La nostra filiera con la crisi pandemica ha avuto il riconoscimento di essenzialità giuridica che le ha consentito di lavorare perché produttrice di beni di particolare rilevanza. Ed è stata riconosciuta in questo periodo anche la grande importanza della filiera nell’ambito dell’economia circolare e il suo contributo alla crescita dell’economia circolare italiana». Nel PNRR (piano nazionale per la ripresa e la resilienza) il settore è considerato «un faro e questo ci impegna ancora di più a svolgere il nostro ruolo nei prossimi mesi e nei prossimi anni».

Le componenti della filiera hanno portato avanti diversi progetti, da quello dell’Industria 4.0, diretto dall’allora consigliere Emanuele Bona, a quello in corso di sviluppo e che proseguirà nei prossimi anni inerente alla sostenibilità nell’ambito della filiera stessa. Tra i progetti futuri rientra anche la sfida della transizione ecologica e digitale. «È certamente di importanza fondamentale ma l’approccio deve essere necessariamente pragmatico e non ideologico» afferma Marchi. «Già nella vicenda della direttiva europea SUP (single use plastics) si sono evidenziati sia gli aspetti positivi che quelli negativi di questo approccio», volere tutto e subito, spiega, può creare più problemi di quanti ne risolva. «Allo stesso tempo però la filiera carta e grafica deve offrire il proprio contributo alla transizione verso gli imballaggi ancora più sostenibili, rinnovabili e circolari».

Chiare le posizioni di Marchi anche sul fronte della transizione energetica. Politica e istituzioni devono essere reattive in quanto ne va della competitività internazionale delle aziende di casa nostra. «Innanzitutto gli incentivi relativi al risparmio energetico sono insufficienti» dichiara. «È molto importante continuare sulla strada di incentivare il risparmio energetico». All’interno del tema energia si inserisce poi il problema del gas e degli extra costi legati alla movimentazione del gas in Europa per i quali l’Italia è tra i Paesi che pagano di più tali tariffe. «Bisogna fare qualcosa perché vengano eliminati questi costi di passaggio del gas da una zona all’altra» del continente.

Più solleciti devono essere poi anche gli interventi per risolvere il problema delle emissioni atmosferiche, «in quanto utilizzatori di gas, i nostri settori pagano un costo legato alla CO2, ma il problema è che lo fanno in assenza di un’alternativa». Nuove tecnologie, quali l’idrogeno per esempio, sono ancora al di là da venire. Inoltre, gli aiuti europei per la transizione ecologica esistono, ma li abbiamo in ritardo e in maniera inferiore rispetto ai nostri concorrenti.

«Il problema della competitività è essenziale e richiede una reazione rapida e comprensione del problema da parte delle istituzioni, della politica e, ovviamente, anche delle associazioni».

Il peso di Federazione

Spetta invece a Carlo Emanuele Bona, in qualità di neo presidente di Federazione Carta e Grafica, fare un resoconto dei dati del settore e delle sue evoluzioni negli ultimi mesi.

Con un giro d’affari per il 2020 di 22 miliardi di euro la Federazione, che rappresenta oltre 17mila aziende e 165mila addetti, produce 1,3% del PIL con una bilancia commerciale con l’estero di 3,5 miliardi di euro. Numeri e fatturato importanti pur condizionati dall’anno di pandemia. Dati che esprimono tutto il peso economico del settore, «importante nell’interlocuzione con le istituzioni ma anche motivo di orgoglio perché possiamo dire di essere un’eccellenza del Made in Italy. Numeri che si raggiungono grazie al contributo di tutti gli attori coinvolti nella Federazione».

Nello specifico nel 2020 il fatturato è calato di 2,6 miliardi, pari a -10,8%, rispetto al valore, per altro già in diminuzione di 1,6%, del 2019, a causa di una compressione della domanda tanto interna quanto estera. «Una riduzione che ha andamenti molto differenti all’interno dei vari settori della Federazione, in quanto i diversi comparti si sono mossi in maniera alquanto difforme».

Il 2020 e l’andamento dei comparti

Differenti i risultati dei vari comparti. Su questo andamento diversificato molto ha influito, ancora una volta, l’effetto pandemia. Nel settore cartario, ricorda Bona, una forte influenza negativa sui risultati complessivi di fatturato l’hanno determinata le carte per usi grafici, i cui volumi sono calati del 26,5%, a differenza dei risultati delle produzioni di carte e cartoni per imballaggio e di carte per uso domestico e igienico-sanitario, cresciute rispettivamente del 4,7% e del 2,9%.

Forte calo del fatturato anche per il settore delle macchine di Acimga, che a fine 2020 ha segnato un -15,8%, in sofferenza soprattutto nel primo semestre. Mentre i risultati dell’export rispecchiano quanto accaduto nel comparto cartario, ovvero una maggiore tenuta delle macchine per il converting e la cartotecnica, e una diminuzione significativa per quelle del settore stampa e legatoria.

Infine, l’andamento del 2020 è stato differente all’interno del settore della stampa, della cartotecnica e della trasformazione a seconda dei comparti che lo compongono. Le buone speranze intraviste a fine 2019 per la stampa grafica editoriale e commerciale sono state vanificate dall’esplodere della pandemia. Il comparto, ricorda Bona, «dopo tanti anni di crisi strutturale, aveva dato finalmente chiari segni di assestamento, chiudendo un 2019 addirittura in leggera crescita sul fronte della produzione». Il risultato di mesi di lockdown e di blocco di tante attività è stato di un -16% rispetto a 2019. «Si è registrata una migliore tenuta solamente su fronte dalla stampa di libri, mentre purtroppo la produzione di stampati pubblicitari e commerciali perde un quarto dei volumi».

Differente l’andamento 2020, invece, per le industrie cartotecniche e trasformatrici, calate sì rispetto ai dati di fatturato dell’anno precedente ma solo del 3%. All’interno di questo comparto a fare la parte del leone sono stati ancora una volta gli imballaggi, sia quelli in carta e cartone sia quelli flessibili.

Le buone notizie e la speranza 2021

«Alla fine di un difficilissimo 2020, che speriamo di poter dimenticare presto, due sono le note positive» commenta il presidente. «Da un lato, anche grazie al lavoro istituzionale svolto dalla Federazione, vi è stato il pieno riconoscimento della nostra filiera come attività essenziale e strategica del Paese. Questo ha permesso che la quasi totalità dei nostri codici Ateco fosse presente nell’elenco dei settori che hanno potuto continuare la propria produzione». L’intera filiera, ricorda Bona, ha dimostrato una grande flessibilità operativa che ha permesso di garantire l’approvvigionamento di merci e prodotti essenziali, e l’informazione.

La seconda nota positiva riguarda le performance della filiera in termini di economia circolare che, anche nel 2020, sono ulteriormente migliorate. «Il 61% della carta prodotta in Italia è stato realizzato impiegando fibre riciclate, un record assoluto a livello europeo. Mentre il tasso di riciclo nel settore dell’imballaggio ha raggiunto addirittura l’87%» superando la soglia del target europeo dell’85% al 2030.

Intanto i dati dei primi sei mesi del 2021 fanno ben sperare nell’inizio di una ripresa. A trainare il settore sono i comparti cartario e dalle macchine, mentre il grafico e il cartotecnico e della trasformazione scontano ancora un arretramento rispetto a 2020. «Le prime indicazioni per fortuna sono di segno positivo e, sebbene sempre con diverse intensità tra i vari comparti, la crescita rispetto al periodo del 2020 fortemente colpito dal lockdown dovrebbe essere a due cifre per tutti i comparti». I dati dei pre-consuntivi del primo trimestre dell’anno parlano di un recupero del fatturato complessivo dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2020 determinato dalla domanda interna, che ha ripreso a salire. Resta invece ancora lontano dal segno più il dato dell’export – quindi della domanda estera – che fa registrare un -4,9% complessivo.

La ripresa è possibile, dunque, anche grazie al Recovery plan che rappresenta una sfida epocale per l’intero Paese. «Un’opportunità da cogliere attraverso un piano articolato in missioni che possono e devono vedere anche i nostri settori recitare un ruolo da protagonisti. E la Federazione sarà strategica per attuare questo protagonismo».

La tavola rotonda

Alla tavola rotonda “Biopolitiche e prodotti sostenibili” moderata da Jacopo Giliberto, giornalista de Il Sole24Ore – testata che ha organizzato l’assemblea in collaborazione con la Federazione – hanno preso parte Paolo Arrigoni, senatore della Lega, Antonio D’Amato, presidente di Seda International Packaging Group e vice presidente European Paper Packaging Alliance, Martina Nardi, deputata del PD e presidente della Commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera, e Massimiliano Salini, europarlamentare di Forza Italia.

Hanno rimarcato l’importanza degli obiettivi del Green Deal europeo e della necessità che tali obiettivi vengano valutati sulla base di analisi scientifiche, abbandonando posizioni meramente ideologiche. Il riferimento è, tra gli altri, anche alla direttiva SUP entrata in vigore il 3 luglio scorso che, con le Linee guida applicative – modificate dalla Commissione improvvisamente e senza alcun confronto democratico in Europarlamento e Consiglio –, rischia ora di colpire tutti i prodotti monouso, compresi i prodotti di carta accoppiata con una residuale componente plastica funzionale all’uso. In questo il Parlamento italiano ha dimostrato di saper trovare posizioni condivise ed equilibrate, contrastando spinte che rischiano altrimenti di discriminare tutti i prodotti monouso, indipendentemente dal materiale che li costituisce e dalla loro reale funzionalità – si pensi alla carta accoppiata a plastica e bioplastica, ma anche al packaging flessibile indispensabile per garantire la sicurezza e la conservazione degli alimenti.

Allo stesso modo è importante che anche la transizione energetica si spogli di ideologie per mettere al centro invece le filiere industriali strategiche che già ora presentano grandi capacità innovative in termini di economia circolare, come – appunto – il settore della carta e della grafica.

Trattamento acque: l’avanguardia del mondo carta

La capacità delle industrie del settore cartario di trattare adeguatamente le acque in ingresso e in uscita al processo si è affinata nel corso degli anni, richiedendo attenzione non solo all’aspetto ingegneristico, ma anche a quelli ambientale e normativo.

Abbiamo intervistato sull’argomento Giuseppe Cima, AD di Cartiera dell’Adda.

Argomento, per l’industria di settore, «tanto delicato quanto attuale». È così che Giuseppe Cima, AD di Cartiera dell’Adda, definisce il sistema di trattamento delle acque derivanti dalla produzione di cartiera, che sta vivendo un periodo di rinnovato sviluppo. «Il settore “depurazione” ha conosciuto, sul nostro territorio nazionale, una crescita intensa negli ultimi vent’anni» spiega quando gli chiediamo di raccontarcene lo stato dell’arte. «L’ingegneria raffinata che è alla base della progettazione, oggi, vive anche in Italia un florido sviluppo. Si pensi che sino a vent’anni addietro solamente il nord Europa aveva maturato conoscenze e tecnologia all’avanguardia per la depurazione».

L’industria di casa nostra vanta ormai un’esperienza degna di nota. «L’Italia possiede un grande patrimonio ingegneristico che oggi investe molto nel settore dell’impiantistica dei sistemi di depurazione» prosegue Cima. «Certo è che abbiamo molto ereditato dall’industria nordeuropea, circostanza questa che garantisce un passo tecnologico all’avanguardia e un know-how eccellente. Anche in Italia, infatti, le tematiche ambientali e l’ecosostenibilità sono al centro delle politiche industriali». Un esempio arriva proprio da Cartiera dell’Adda, l’impresa che l’AD guida e che conosce meglio. La cartiera – seguendo una politica per altro in linea con il Gruppo PBA spa a cui appartiene – si è dotata da tempo di un Comparto interno SSAQ con un Ufficio Ambiente autonomo e dedicato. «La specializzazione e l’alta competenza hanno permesso di progettare e realizzare partnership di grande pregio scientifico, collaborando a stretto contatto con le imprese produttrici di impianti di depurazione da noi scelte» dice Cima. «Questo ci ha consentito di ottenere un sistema unico, ah hoc per il nostro sistema produttivo e ad alto rendimento».

Sensibilità, produttività e leggi

Ma non è solo una questione di capacità ingegneristica; lo sviluppo nel settore depurazione è dovuto a più fattori. «Nell’ultimo ventennio» aggiunge l’amministratore delegato «si è sviluppata una sempre maggiore sensibilità in campo ambientale che ha portato il mondo cartario a coniugare una produttività eccellente con un sistema industriale sempre più ecosostenibile. A ciò si aggiunga che l’iter autorizzativo, di cui alla normativa D.lgs 152/2006 AIA/IPPC, è presieduto da enti competenti – Arpa Locale, Provincia e Regione – che dialogano con l’azienda con sempre maggiore competenza, anche per quanto attiene al settore della depurazione. Le istituzioni, quindi, vanno così assumendo un ruolo sempre più strategico capace di trovare il giusto equilibrio tra la stringente normativa nazionale ed europea, in merito alle matrici ambientali, e un sistema imprenditoriale di qualità».

Visione extra nazionale

Il livello della tecnologia impiegata in Italia nel trattamento acque è elevato e vi è una grande disponibilità di conoscenza tecnico scientifica in merito, ma non è mai mancato il confronto con altri Paesi. «La necessità di migliorare le proprie prestazioni ambientali ha spinto l’industria italiana a guardare oltre confine per cercare nuove tecnologie interessanti» afferma Cima. «Nel 2006 Cartiera dell’Adda ha installato un nuovo impianto di depurazione Aerobico per prima in Italia basato su tecnologia straniera. Oggi questa tipologia di impianto è largamente diffusa nel nostro Paese, non solo tra le industrie cartarie. All’industria italiana è sicuramente mancato un sistema seriamente incentivante alla riduzione dell’utilizzo delle acque. Conseguentemente le tecnologie che meglio servono in situazioni di volumi ridotti sono state sviluppate in Paesi dove le normative hanno maggiormente favorito tale ricerca».

Parlando di tecnologia si cita spesso la chiusura dei cicli: chiediamo all’AD quanto sia davvero fattibile e quali difficoltà comporti. «Discutere oggi di “chiusura dei cicli” parrebbe quasi dissertare di utopia» ci dice «posto che lo stato dell’arte dello sviluppo scientifico/tecnologico, nonché della normativa di settore e recenti studi di fattibilità, danno contezza di un sistema difficile da realizzarsi. La ragione di tale difficoltà risiede soprattutto nella carenza di sostenibilità ovverosia pensare un sistema di approvvigionamento di acque in maniera ridotta, dotato di sistemi di riciclo altamente tecnologico, produce inevitabilmente scarsa salubrità degli ambienti di lavoro, aumento della salinità delle acque con conseguente ammaloramento dei sistemi impiantistici; il tutto aggravato da un aumento delle emissioni odorigene di arduo abbattimento, nonché di maleodorante prodotto finito».

Non solo. Cima aggiunge che «la stessa normativa europea in materia di BAT, recepita anche in Italia, fissa dei limiti ben lontani da un sistema puro – totale – di chiusura dei cicli, ciò a significare come il passo tecnologico e normativo sembri ancora lontano dalla realizzazione di un sistema di totale autonomia di approvvigionamento e riutilizzo interno delle acque».

Limiti da rispettare

Un tema delicato per le cartiere è il rilascio in ambiente delle acque non recuperate. I vigenti limiti di legge per gli scarichi di acque reflue industriali – in fognatura, acque superficiali, suolo o sottosuolo – sono stringenti, precisa Cima, ed è particolarmente «intenso e pervicace» anche il monitoraggio effettuato dalle Arpa Regionali. «Le maggiori criticità, dunque, risiedono nella continua ricerca delle migliori tecnologie per il contenimento entro i limiti normativi; talché è evidente come il sistema di depurazione abbia il ruolo principe nel sistema industriale e produttivo. La normativa nazionale – Testo Unico Ambientale (D.lgs 152/2006) –, che già prescrive limiti emissivi valutati quantitativamente per le acque reflue, è stata arricchita dalla Direttiva 2010/75/CE (Direttiva IED) che introdusse valutazioni anche maggiormente stringenti – note come BAT/AEL sulle migliori tecniche disponibili. La Regione Lombardia dal 2017 ha aperto dei tavoli di discussione con le parti – le industrie cartaie – e associazioni di categoria – Assocarta – con il fine specifico di discutere le criticità del sistema, coinvolgendo direttamente le imprese nei progetti normativi. Questa dialettica, pare di poter affermare, saprà di certo supportare le scelte del legislatore, veicolandole nel senso più vicino alla realtà produttiva».

In riva al fiume

Cartiera dell’Adda si trova a Calolziocorte, in provincia di Lecco. Il suo sistema di depurazione acque – di cui lo stabilimento lecchese è dotato da circa trent’anni – è caratterizzato da due step: un sistema primario anaerobico e, di seguito, uno aerobico, che ne implementa l’efficienza e permette nel contempo di reperire una fonte autonoma di biogas. Tutto questo, spiega Giuseppe Cima, rientra nella visione di un «sistema di economia ciclica a basso impatto».

Il sistema di depurazione della cartiera, oltre a essere aggiornato con cadenza almeno biennale, è sottoposto a continue verifiche e controlli. «Presidiato h24 da un pool di tecnici specializzati, è stato dotato di un sistema di autoanalisi in continuo, volto alla verifica delle matrici emissive oltre alla previsione di controlli analitici giornalieri nel laboratorio interno» racconta l’AD. «Le ottime prestazioni dell’impianto, unite alla cura intensa del personale e dei progettisti, hanno permesso all’azienda di ottenere risultati di livello ragguardevole, sia per la produzione sia per l’abbattimento delle emissioni». Un impegno ancor più sentito per la cartiera che, essendo situata sulle sponde del fiume Adda, all’interno del territorio del Parco Naturale dell’Adda Nord e quindi in zona di interesse comunitario (SIC), è sottoposta al rispetto di limiti per le matrici ambientali aggravati. Un impegno che, spiega l’AD, l’ha portata a riuscire a coniugare la produttività industriale con il rispetto dell’ambiente e della comunità urbana in cui è inserita.

Transizione ecologica: essere i primi

L’Italia ha anticipato i tempi e fatto della circolarità e del recupero di materie un impegno ostinatamente perseguito. La strada verso la Transizione ecologica è tracciata, ma c’è ancora un buon margine di miglioramento. A questo sarà indirizzata parte delle risorse del Recovery Plan. Le parole del Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

Ha un nuovo nome che identifica le sue nuove competenze. È l’ormai ex Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare diventato ora Ministero della Transizione ecologica (Mite). Nel nome porta la propria vocazione: accanto alle funzioni del vecchio dicastero, assume alcune competenze inerenti al processo di transizione ecologica, in particolar modo per il settore dell’energia.
La scelta di decretare un Ministero apposito è di per sé indicativa della direzione che la politica italiana intende intraprendere.
In uno dei suoi primi interventi pubblici, il Ministro Roberto Cingolani è intervenuto al webinar “L’economia circolare italiana per il Next Generation EU. Il caso della filiera cartaria” organizzato a marzo da Fondazione Symbola, insieme al Sacro Convento di Assisi e Comieco.

Capacità visionaria
La Transizione ecologica è una sfida che il nostro Paese ha iniziato ad affrontare quando ancora non era definita tale, tanto che l’Italia vanta già un ruolo che il Ministro definisce di assoluta leadership internazionale. «Ricicliamo circa il doppio dei materiali rispetto alla comunità europea, con un tasso di circolarità di circa un terzo maggiore di quello medio europeo». Il tutto grazie a un indotto di oltre 210mila persone che producono un fatturato medio di 70 miliardi di euro. Numeri importanti, sottolinea Cingolani, che rivelano quanta strada è stata fatta. «È certamente una dimostrazione di responsabilità da parte degli italiani, degli imprenditori e delle amministrazioni, e anche una dimostrazione della visione che il nostro Paese ha avuto». Siamo stati dei precursori, dei «visionari pensatori»; quando ancora non si parlava di questi temi, c’è stato chi «ha investito sull’economia circolare, sulla logica del riciclo, su quella sobrietà nell’utilizzo delle risorse che ci dovrà caratterizzare sempre di più nelle prossime decadi. L’Italia è già adesso un Paese guida e questo rinforza enormemente l’idea e la speranza che, anche grazie al Recovery Plan, il nostro Paese possa assurgere a un ruolo di esempio a livello globale in questo settore così importante per il futuro».
Resta però ancora molta strada da percorrere e soprattutto «abbiamo un grande margine di miglioramento, che dimostra, ancora una volta, la nostra capacità visionaria. Dobbiamo fermamente credere in questa opportunità» afferma il Ministro che sottolinea come vi sia ancora possibilità di intervento sulla circolarità in numerosi settori, come la plastica, gli oli, la gomma, il cemento e naturalmente la carta.
«Nel Recovery Plan faremo tutto il possibile per fare in modo che la leadership italiana si confermi e si rinforzi», al fine di attuare i miglioramenti attesi. «Faremo di tutto perché il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) possa consentire un’ulteriore accelerazione e permettere di mantenere il gap rispetto alla concorrenza. Dobbiamo essere i primi della classe; questa sarà la nostra prerogativa nei prossimi anni».

Investire in tecnologie e servizi
Sarà necessario quindi operare sul fronte investimenti in nuove tecnologie, «dovremo potenziare la nostra capacità di differenziare il rifiuto e di trattarlo in maniera opportuna, di ricavarne energia, ove possibile, o altri materiali riutilizzabili. Questo richiederà un’analisi dettagliata per settore merceologico e tipo di materiale». Non una soluzione unica ma un unico obiettivo, una transizione che dovrà essere rapida ma sostenibile.
E proprio su quest’ultimo aspetto si sofferma Cingolani: «dovremo rendere sostenibile questo passaggio, anche tenuto conto della situazione complessa dalla quale partiamo dopo il lungo periodo di emergenza Covid-19, con un appesantimento della situazione economica e con tanti problemi nel mondo del lavoro».
Ci saranno importanti investimenti in economia circolare e in capacità di riciclare i materiali di scarto. Ma sarà altrettanto indispensabile puntare anche su tecnologie di servizio: «digitalizzazione, logistica – considerando le grandi quantità di materiali che dobbiamo processare, maneggiare, separare – e impiantistica».
Per mantenere la propria leadership internazionale, ricorda in ultimo il Ministro, l’Italia avrà bisogno di promuovere la ricerca e lo sviluppo, di stimolare il trasferimento di conoscenza e tecnologia, e di potenziare la capacità di comunicare, spiegando quanto sia importante continuare a guardare al domani con una visione aperta.
«Qui si gioca una battaglia fondamentale per il futuro delle prossime generazioni, una battaglia che noi possiamo vincere più di altri Paesi. Serve conoscenza, investimento, capacità logistica e organizzativa, e in ultima analisi anche un po’ di sano pragmatismo, perché dovremo essere veloci e sostenibili da tutti i punti di vista».

L’energia al tempo degli incentivi

Certificati bianchi, agevolazioni per gli energivori, diagnosi energetiche. Tre strumenti diversi per raggiungere gli obiettivi europei di efficientamento energetico e aiutare i settori industriali a crescere. Durante il convegno Miac Energy si è discusso di questo e di come sia indispensabile farne una visione comune.

Del decalogo in dieci punti intitolato “Green New Deal secondo l’industria cartaria” i primi tre sono dedicati a uno degli aspetti più importanti per il mondo della carta: l’energia. Se ne è discusso al convegno Miac Energy 2019 condotto da Massimo Medugno, direttore di Assocarta. I primi due i punti riguardano la promozione della cogenerazione ad alta efficienza e l’uso del gas. La cogenerazione deve essere promossa perché è la migliore risoluzione tecnica al problema dell’approvvigionamento di energia termica ed elettrica all’interno di una cartiera, e perché è in grado anche di dare un contributo significativo alla stabilità della rete. Mentre il gas naturale va valorizzato come combustibile pulito per la transizione energetica; «è fondamentale sia per produrre carta sia per riciclarla» afferma Medugno «il 70% della capacità europea installata di riciclo utilizza il gas». Vi è, dunque, una stretta correlazione con l’economia circolare, tanto che «se non ci fosse il gas, il riciclo della carta probabilmente in Europa non si farebbe».

TEE: un sistema che funziona

Altro tema principe delle questioni energetiche del settore riguarda l’uso di misure già esistenti per l’efficientamento e il risparmio energetici, legati quindi a nuovi investimenti e alla promozione di tecnologie verdi. In realtà, sottolinea Medugno, il settore cartario ottempera a questi aspetti già da tempo con un meccanismo che ha tutte le carte in regola per potere essere efficace: il sistema dei certificati bianchi o titoli di efficienza energetica (TEE). Riconosciuto in tutta Europa come uno dei meccanismi migliori per attuare e migliorare l’efficienza energetica, è «un sistema che meriterebbe di essere rivisto, rilanciato e reso effettivamente accessibile alle aziende. Molto spesso il problema è proprio questo».

Cosa sia accaduto negli anni al sistema dei TEE lo spiega Elena Bruni di Confindustria che ricorda l’impegno dell’associazione nel proporre al Governo una riforma del meccanismo e conferma le parole di Medugno: «a livello europeo il sistema dei certificati bianchi ha sempre rappresentato una best practice» e ha funzionato molto bene fino a quando, un paio di anni fa circa, ha iniziato a mostrare un declino dovuto a un irrigidimento delle regole. «Di per sé non sarebbe stato grave» afferma Bruni «se non fosse stato fatto in corsa ovvero durante il funzionamento del meccanismo stesso, eliminando così i punti di riferimento e le certezze necessarie agli investitori». Tutto finito, dunque? Niente affatto, Confindustria è convinta che il sistema debba essere mantenuto e rivisto, tanto più che il 71% dei certificati deriva proprio dall’industria. Lo stesso Piano nazionale per l’energia e il clima (Pnec) «crede molto nel meccanismo, considerandolo il primo sistema incentivante utilizzato per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione».

Esigere regole stabili

Occorre però cambiarne i punti di riferimento. «Prima fra tutti la governance» afferma Bruni. «La soluzione migliore sarebbe lasciare in mano al Mise l’emanazione delle norme primarie e ad Arera – l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente – la regolazione del sistema, supportandone le attività con GSE ed Enea. Infine, il GME rimarrebbe la piattaforma commerciale la quale, però, dovrebbe poter promuovere l’uso dei TEE per raggiungere gli obiettivi preposti». Per farlo è necessario «aumentarne la liquidità, allargando il sistema a nuovi campi di intervento – come l’uso di energia termica da fonte rinnovabile e i recuperi termici – e consentendo il riconoscimento semplificato dei TEE con schede standard, tornando a promuovere non tanto l’innovazione quanto l’efficientamento». Negli ultimi anni è mancata l’offerta di certificati; le imprese hanno ridotto la presentazione di progetti, quando non hanno smesso del tutto di farne, sia perché non hanno più riscontrato certezza delle norme sia perché si sono viste rigettare progetti sino a poco tempo prima accettati senza problemi. Più volte si è reso necessario, da parte di Confindustria e delle associazioni di categoria, richiedere l’apertura di tavoli di confronto con il GSE, per spiegare le specificità di ogni settore.

L’aumento della liquidità, che consentirebbe quindi alle industrie di riprendere fiducia e di tornare a investire, resta una delle azioni principali da compiere.«Regole chiare e stabili, senza elementi di retroattività, e buoni incentivi sono gli strumenti migliori per spingere le industrie a investire in efficienza, facendo in modo che questa sia il primo elemento di business». Strumenti fondamentali diventano le Linee guida, che devono però essere rispettose delle realtà industriali rappresentate, quindi redatte sulla base di elementi e di dati certi e specifici del settore.

L’ultimo punto di proposta riguarda la partecipazione alla domanda e all’offerta. «I distributori, quali soggetti obbligati, devono tornare a fare investimenti e promuovere attività di efficientamento presso soggetti terzi – aspetto invece accantonato dal GSE – e non più limitarsi a comprare i titoli prodotti da altri progetti». Mentre sul fronte dell’offerta è in corso un’ipotesi «per la realizzazione, accanto all’attuale mercato spot – quindi alla piattaforma di acquisto dei TEE – di un sistema come un mercato a termine o, in alternativa, di un percorso basato sul ritiro da parte del regolatore dei certificati a un prezzo fisso per tutto il periodo di rendicontazione». Questa è una novità, spiega Bruni, ancora tutta in fase di elaborazione, ma che apre nuove prospettive.

Puntare a una visione comune

Di prospettive se ne aprono molte anche con i dati che emergeranno dalla presentazione delle nuove diagnosi energetiche – scadenza 5 dicembre 2019 come previsto dal D.lgs 102/2014 che ha recepito la Direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica. «Rappresentano un’opportunità per trarre informazioni che potranno poi essere adeguatamente sfruttate». Ad affermarlo è Domenico Santino di Enea, il soggetto istituzionale preposto dal decreto a istituire una banca dati, archiviare le diagnosi inviate dalle aziende, effettuare i controlli e le eventuali verifiche in sito.

Enea ha lavorato affinché le diagnosi fossero fatte in maniera strutturata e coerente, secondo un format stabilito sia nella struttura documentale sia nello svolgimento, un approccio poi riconosciuto in ambito europeo come una buona pratica. «Oltre alla standardizzazione della reportistica, con tanto di indice che desse indicazioni operative di come elaborare un rapporto di diagnosi e analizzare i flussi energetici in un impianto, abbiamo standardizzato anche la rendicontazione, un foglio di sintesi in cui inserire i parametri energetici rilevati durante l’analisi. Insieme alle associazioni di categoria abbiamo quindi realizzato Linee guida settoriali su come effettuare la diagnosi energetica». Gli indici di prestazione energetica che ne sono tratti però non devono essere confusi con baseline o benchmark. «Sono semplicemente numeri che emergono dai dati e che offrono un quadro della realtà così come rilevata dall’audit energetico e non elementi di riferimento».

L’emanazione del “decreto energivori” del 21 dicembre 2017 ha complicato ulteriormente il quadro. A Enea fu richiesto dal Ministero di produrre, entro fine luglio 2018, un documento in cui venissero forniti i parametri con cui determinare i cosiddetti “consumi efficienti”, in base ai quali calcolare gli sgravi sulla bolletta. Un primo passo, secondo Enea, per valutare poi i singoli casi che si presentano nella realtà del sistema produttivo, ma che nei fatti non ha avuto seguito. «È semplicistico pensare che una volta definita la baseline sia tutto risolto» dice Santino. A ciò si aggiunge il problema dell’aggiornamento degli indici, che deve avvenire ogni due anni, «per il 2020 li aggiorneremo in base alle diagnosi di quest’anno, ma nel 2022 bisognerà creare un meccanismo apposito che se ne occupi». È necessario quindi creare un sistema di comunicazione molto più snello e soprattutto capire che i diversi meccanismi «si devono parlare ed essere un tutt’uno: certificati bianchi – che necessitano di una baseline –, energivori, diagnosi energetiche ed eventuale meccanismo per gli utilizzatori del gas, devono avere una visione comune». In sostanza, conclude Santino, occorre ragionare ancora molto sull’intero sistema.

In 10 passi fino al cuore della carta

Il settore carta resta in linea con l’andamento dell’economia nazionale, pur frenando rispetto al 2018. Tissue e packaging – quest’ultimo soprattutto con le carte e cartoni per cartone ondulato – si confermano come i suoi principali motori. Intanto il mondo della carta si prepara ai prossimi impegni compilando un decalogo in 10 punti, il “Green New Deal secondo l’industria cartaria”.

Un 2019 che rispecchia l’andamento dell’economia nazionale. È questa la situazione di un anno che volge al termine e che, per il settore cartario, significa una frenata rispetto al 2018, chiuso con la produzione al +0,1% e il fatturato al +4,2% sul 2017. Una «battuta d’arresto complessiva» spiega Girolamo Marchi, presidente di Assocarta, durante la tavola rotonda inaugurale di Miac 2019, e che si inserisce «in un quadro condizionato dal calo del commercio globale che risente delle politiche protezionistiche e del clima di crescente incertezza geo-economica».

La produzione di carta e cartone nel nostro Paese nei primi sette mesi del 2019 cala del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e segna un -4,6% nel fatturato (Figure 1 e 2).

La produzione dell’industria cartaria italiana nei primi sette mesi del 2019 (elaborazioni Assocarta su dati Istat).
La produzione cartaria in Italia: 2011-2019 (elaborazioni Assocarta su dati Istat).

L’industria cartaria italiana è quarta a livello europeo dietro, nell’ordine, a Germania, Svezia e Finlandia. Delle sue tre componenti principali – una quarta, ricorda Marchi, costituita dalle carte speciali, è in realtà trasversale – le carte per uso igienico-sanitario e il packaging, sebbene nei primi sette mesi del 2019 siano state sostanzialmente a zero incremento per quanto riguarda la produzione – segnando un -0,5% sia per il tissue sia per il packaging, con un +1,1% di carte e cartoni per cartone ondulato –, trainano l’intero settore ormai da anni, soprattutto dalla crisi delle carte grafiche che perdono il 7,7%, contrariamente alle previsioni che davano un calo strutturale tra il 3% e il 4% circa. «La motivazione di questa sofferenza della carta grafica» continua il presidente «è dovuta in larga parte al calo delle spese pubblicitarie che, a livello nazionale e considerando la pubblicità nel suo complesso, sono pari a circa un 6%, ma che nella parte carta segnando un -12%».

Green New Deal: il tema energetico

Delineato l’andamento del settore, la tavola rotonda prosegue con il tema principale dell’incontro: “il Green New Deal secondo l’industria cartaria”. Si tratta di un decalogo in dieci punti che pone obiettivi ambientali e sociali per le aziende del settore e che Maurizio Bologni, giornalista e moderatore dell’incontro, suddivide in tre filoni: l’approvvigionamento energetico, il tema del riciclo e l’uso dello scarto.

Per quanto riguarda il consumo energetico, il settore a livello europeo ha fatto proprio l’obiettivo di emissioni zero al 2050 che ha portato alla definizione di una Roadmap. «È evidente però che non a tutti i Paesi si potrà chiedere lo stesso tipo di risultato» precisa il presidente di Assocarta. «Innanzitutto, perché in Italia siamo molto più avanti nel risparmio energetico – le nostre aziende sono all’avanguardia per quanto riguarda il contenuto energetico per tonnellata di carta –, in secondo luogo perché non abbiamo le foreste e quindi non possiamo avere gli stessi costi energetici che hanno i produttori integrati e, infine, perché abbiamo fortemente investito in cogenerazione ad alta efficienza con l’obiettivo di renderla “carbon neutral”. È importante dunque che in questo processo di raggiungimento degli obiettivi si riesca non solo a fare bene, ma anche a riconoscere le possibilità di ogni Paese». Il settore cartario italiano si fa carico degli aspetti ambientali, tuttavia è necessario difenderne la competitività, «non possiamo fornire tutti lo stesso contributo a questo progetto che, peraltro, condividiamo e che abbiamo formalmente approvato».

La cogenerazione ad alta efficienza e l’utilizzo del gas, che deve essere visto come un combustibile di transizione energetica, «sono elementi non solo di forza, ma di sopravvivenza del settore» sottolinea il presidente. «Il ruolo della cogenerazione è ineliminabile, perché se la eliminassimo o la penalizzassimo, vedremmo sgretolarsi l’industria stessa, schiacciata dalla concorrenza di Paesi che, in alcuni casi, non hanno costi energetici».

Inoltre, la cogenerazione non solo copre tra il 60% e l’80% del fabbisogno energetico del sistema carta ma, in talune situazioni, funge anche da stabilizzatore della rete, garantendo il funzionamento del sistema dagli sbalzi provocati dalla produzione energetica delle rinnovabili.

Niente uso scarti, siamo italiani

Sul piano della competitività e a causa dei costi energetici, l’industria cartaria italiana è sicuramente svantaggiata o comunque parte da livelli inferiori, afferma Tiziano Pieretti, presidente della sezione Carta e cartotecnica di Confindustria Toscana Nord. A ciò si aggiunge un’altra difficoltà, data dall’impossibilità per le aziende in Italia di utilizzare, ai fini energetici, gli scarti di produzione. «Nel resto d’Europa le cartiere sono abituate a utilizzare questi tipi di impianti» aggiunge Pieretti «mentre nel nostro Paese lo sfruttamento degli scarti non è possibile». La questione è prioritaria per il settore.

«Stiamo parlando del riutilizzo di 6 milioni di carta e cartone raccolte e riciclate» precisa Marchi «di cui alla fine resta comunque qualcosa – pezzetti di plastica, gomma, etichette, finestrelle, sabbia, graffette di metallo ecc.». «In primo luogo, è in corso una ricerca per ridurre questi scarti, recuperando fibra il più possibile e, in tal caso, End of Waste (EoW) significa facilitare l’innovazione tecnologica che riutilizza parte di tali materiali. Alla fine, però ne resterà comunque una quota che è scarto e che potrebbe essere termovalorizzata, producendo energia e facendo risparmiare, nel contempo, combustibili fossili. Non esiste altro modo ed è necessario affrontare questo problema». Al momento, per recuperare 300 mila tonnellate di scarti di riciclo esistono solo un impianto di termovalorizzazione dedicato in Umbria e un secondo in Lombardia che, tuttavia, non è utilizzato in maniera costante.

La questione trova però la propria origine in una situazione di Paese. Come dice ancora Pieretti «in Italia c’è una carenza impiantistica per tutti i tipi di rifiuti: dagli urbani agli industriali, dagli speciali ai pericolosi. Come industria siamo disponibili a partecipare al finanziamento della risoluzione del problema, tenendo in considerazione che c’è un benchmark europeo che spinge al recupero, tuttavia, alla fine resta comunque una parte di materiale di cui non sappiamo cosa fare. Portare ancora avanti un’ostinata ricerca di convertirlo in prodotto, non solo non ha una risposta tecnologica ma, peggio ancora, non ha mercato».

A tutto questo si lega poi il problema dell’eccessiva burocrazia. «Ad oggi» aggiunge Pieretti «fare un semplice impianto che sia necessario all’esercizio della funzione aziendale, significa entrare in un meccanismo talmente complesso che spesso i piani industriali non riescono a stare dietro all’incertezza dei tempi richiesti, con tutta una serie di conseguenze: mancanza di innovazione tecnologica, di modifiche di impianti con ricadute poi sull’impiego e sulle opportunità».

I re della circolarità

Il terzo macro tema del Green New Deal per l’industria cartaria riguarda la riduzione delle tasse e la spinta a investire di più, guardando per esempio a Industria 4.0 e all’economia circolare.

Considerando i dati del 2018, con oltre 9 milioni di tonnellate di carta prodotte all’anno a partire da un materiale rinnovabile e con l’utilizzo di 5 milioni di tonnellate di carta da riciclare e un tasso medio di circolarità del 57% e dell’81,1% nell’imballaggio che – conferma Assocarta – è uno dei più alti d’Europa, il settore cartario si può davvero annoverare come “leader dell’economia circolare”. «Abbiamo una raccolta in sviluppo, sia a livello qualitativo sia quantitativo» dice Marchi, «abbiamo aziende che sono in grado di utilizzare queste materie prime seconde, ma abbiamo i problemi connessi con la chiusura del ciclo. Possiamo portare maggiore occupazione e nuove aziende, però» conclude «dobbiamo essere ascoltati».

I 10 passi del Green New Deal

1 – Promuovere la cogenerazione ad alta efficienza

2 – Valorizzare il gas come combustibile pulito per la transizione energetica

3 – Utilizzare le misure esistenti per l’efficienza energetica e il risparmio energetico

4 – Dare spazio agli investimenti – come misure Industria 4.0 estese all’economia circolare

5 – Sbloccare le autorizzazioni sull’End of Waste (EoW)

6 – Aumentare la capacità di riciclo dell’Italia in campo cartario

7 – Aumentare la capacità di gestione di scarti del riciclo e sottoprodotti

8 – Promuovere sostenibilità e riciclabilità dei materiali

9 – Promuovere la qualità delle raccolte differenziate lungo tutta la filiera con criteri EoW

10 – Adottare sistemi di responsabilità del produttore

Gli ingegneri della carta

Durante la tavola rotonda Leonardo Tognotti, direttore del Dipartimento di Ingegneria civile e industriale dell’Università di Pisa, ha presentato il progetto di un nuovo corso di laurea di specializzazione dedicato espressamente al settore cartario.

Il progetto nasce da una sinergia tra mondo universitario e imprese del mondo della carta che si è sviluppata negli anni. «Dal punto di vista della ricerca, abbiamo intrapreso diverse collaborazioni con il settore cartario» afferma il professore. «La necessità di individuare un percorso formativo di laurea magistrale, che accolga laureati triennali ingegneri per un corso di laurea centrato sul processo di produzione del “pulp and paper” e sul gestionale, deriva dal territorio».

L’ateneo al momento è sul punto di presentare al Ministero la propria proposta formativa con l’obiettivo di iniziare a pubblicizzare il nuovo percorso di studi a partire da gennaio 2020. Un elemento caratterizzante, spiega Tognotti, sarà il collegamento con importanti università straniere, «avendo il comparto una prerogativa di eccellenza e molte delle sue aziende una vocazione internazionale, abbiamo internazionalizzato anche la nostra formazione».

Assemblea 2019 Federazione Carta e Grafica, le carte del futuro

Sostenibilità, innovazione e competenze sono stati i temi al centro dell’Assemblea annuale della Federazione Carta e Grafica. Un’occasione per fare il punto della situazione a due anni dalla sua nascita e per delineare i progetti futuri.

L’incontro ha segnato anche il primo impegno ufficiale del nuovo presidente, Girolamo Marchi, che raccoglie il testimone da Pietro Lironi.

Dal sogno di oggi alla realtà di un’Italia del futuro che per concretizzarsi dipende dalle scelte che si operano ora a livello politico e industriale: inizia così, con un video di Confindustria dedicato proprio a questo auspicato domani, l’Assemblea annuale della Federazione Carta e Grafica che si è svolta a Milano, presso l’Hotel Melià, il 26 giugno 2019. Un video ben augurante che indica il punto di partenza; indica l’oggi. Ed è qui che si trova la Federazione Carta e Grafica.

Dalla sua nascita, avvenuta due anni fa, si è impegnata su numerosi fronti combinando le forze delle diverse anime che la compongono. «Nei quattro anni in cui abbiamo lavorato al progetto della Federazione per poi vederla nascere, abbiamo sognato e lo abbiamo fatto per creare insieme il futuro. Abbiamo unito tre associazioni, ognuna con i propri valori e capacità, e siamo riusciti a dare vita al progetto federativo, di cui sono molto orgoglioso» dichiara Pietro Lironi (Assografici) che proprio in questa occasione, ringraziando l’intera struttura per il lavoro svolto durante il suo mandato, passa il testimone al nuovo presidente della Federazione, Girolamo Marchi (Assocarta).

Sfide e progetti

Al progetto federativo, sottolinea il past president Lironi, si è lavorato tanto, ma c’è da fare ancora molto, «un lavoro importante e difficile, perché tra le priorità della Federazione ci dovrà essere sempre la capacità di comunicare, di avere peso sul mercato, anche a livello politico. Credere nella Federazione è l’unico modo per portare avanti la nostra filiera e farle avere un peso sociale ed etico in questo paese che ha bisogno di industria e di continuare a essere la seconda manifattura in Europa» dichiara, sottolineando come occorra continuare a dialogare con le istituzioni nazionali ed europee, trovando nuovi terreni e nuove forme di confronto.

La Federazione, con un fatturato annuo complessivo di 24,9 miliardi di euro, pari all’1,4% del Pil, rappresenta una voce importante del settore manifatturiero italiano, cresciuta complessivamente nel 2018 del 2,4%.

Ad oggi riunisce 18mila aziende – in cui operano quasi 172mila addetti –, suddivise nei diversi settori che la compongono – dal mondo cartario, rappresentato da Assocarta, a quello della produzione di macchine per grafica, cartotecnica e converting, rappresentato da Acimga, fino ai comparti grafico, cartotecnico e di trasformazione della carta, rappresentati da Assografici.

Oltre a intensificare le relazioni istituzionali con Governo, Parlamento e istituzioni tanto in Italia quanto in sede europea, i numerosi progetti in corso vedranno la realizzazione nei prossimi due anni, dichiara il neo presidente Marchi. Le priorità, spiega, sono la comunicazione, la formazione, la bioeconomia e l’economia circolare. «Quest’ultima rappresenta la vera sfida. L’innovazione di prodotto, materiali e processi diventa opportunità per lo sviluppo di nuovi mercati e per rispondere a nuove esigenze che si vanno profilando sul mercato» con prodotti in carta che sostituiscano altri materiali o che vi si alleino nello sviluppo di un packaging multiuso.

Nell’ambito delle attività della Federazione «si conferma anche l’importanza del ruolo dei direttori delle associazioni per orientare le tre strutture e gli associati verso obiettivi comuni. L’augurio è che si possa continua a lavorare su progetti condivisi mettendo a fattor comune le nostre esperienze» conclude il neo presidente prima di passare la parola al consigliere Aldo Peretti (Acimga).

Nello specifico Peretti descrive quanto raggiunto dalla Federazione in ambito di innovazione tecnologica che, con l’applicazione del piano Industry 4.0, «è uno dei temi portanti della nostra azione» afferma. Lo scorso anno si è conclusa la prima parte del progetto “Industria 4.0. Istruzioni per l’uso” presentato all’assemblea 2018 e ora la Federazione sta proponendo ulteriori percorsi: «insieme a SDA Bocconi stiamo accompagnando gli associati di tutta la filiera verso la produzione 4.0 e, in parallelo, in un’ideale metafora con i nuovi paradigmi della produzione, realizziamo come Federazione un nuovo modello di servizio con osmosi continua di competenze e comunicazioni fra le associazioni». Per quanto riguarda l’altro tema chiave, la formazione, «daremo vita a una piattaforma con corsi a catalogo a vantaggio di tutte le aziende aderenti». E per finire il consigliere ricorda il progetto dedicato alla formazione dei giovani con l’istituzione dell’ITS di Verona, i cui corsi prenderanno il via in ottobre, nell’ambito del polo di alta formazione per il settore cartario e cartotecnico, sviluppato con Istituto San Zeno di Verona e ITS Meccatronico Veneto, a cui seguirà un’analoga iniziativa in Toscana.

Carta reale e carta percepita

L’assemblea è l’occasione anche per presentare i risultati dell’indagine condotta nell’ambito del progetto globale Two Sides che, con la campagna “Naturalmente io amo la carta”, si pone l’obiettivo di comunicare la sostenibilità di carta e stampa, e trova il sostegno delle tre associazioni federate, partner del progetto. L’indagine, intitolata “Carta e ambiente. Sfatiamo i luoghi comuni”, dedicata alla percezione e agli atteggiamenti dei consumatori nei confronti della carta, è stata condotta nella primavera di quest’anno in otto Paesi europei, Italia compresa.

Dai risultati, presentati da Fabrizio Savorani di Two Sides Italia, è emerso come vi sia ancora un enorme divario tra il pensiero dei consumatori e l’operato dell’industria del settore, soprattutto in tema alla comprensione dei valori del riciclo e della forestazione. Da qui, spiega Savorani, l’importanza di ribadire i concetti portati avanti dalla campagna di Two Sides, ovvero «che la carta è il materiale più riciclabile e riciclato, che il suo consumo è sostenibile e che le foreste non solo non risentono di tale consumo ma che, anzi, la loro superficie aumenta grazie all’industria cartaria».

Una percezione quindi da modificare, anche in virtù del fatto che, di contro, la carta dimostra di esercitare ancora un certo fascino sui consumatori. L’indagine ha posto in luce come i consumatori prediligano la lettura di libri, riviste e giornali su carta piuttosto che sul digitale – il 70% degli intervistati la ritiene più piacevole –, mentre le notizie riscuotono un’attendibilità maggiore se scritte su carta – per il 32% contro un 15% che invece preferisce affidarsi all’informazione digitale. Un materiale, dunque, che ha ancora tanto successo, ma che si deve liberare di luoghi comuni e preconcetti errati. Su questo vi è la consapevolezza dell’intera Federazione di dovere ancora lavorare molto.

A concludere i lavori dell’assemblea, la tavola rotonda moderata da Gabriele Cirieco (Strategic Advice), nella quale si confrontano sui temi dell’economia circolare e delle nuove opportunità aperte delle tecnologie Michele Amigoni (Barilla), Alessandro Bompieri (RCS) e Pier Benzi (Artefice Group), portando ognuno l’esperienza maturata nel proprio ambito professionale.

La carta da riciclare e le norme Made in China

La Cina, attenta alla qualità dei propri prodotti e delle materie prime che utilizza, ha emanato una recente norma che rende ancor più restrittivi i parametri per l’ingresso nel Paese della carta da riciclare. Un provvedimento che sta cambiando gli assetti di un intero settore a livello mondiale.

Il 2018 è un anno di grandi cambiamenti e di nuove sfide per il settore cartario, in particolare per le aziende che utilizzano o commercializzano carta da riciclare. Le maggiori novità arrivano dalla Cina, il cui mercato è talmente cresciuto negli ultimi anni da determinare con le proprie scelte il ridisegnarsi delle dinamiche commerciali di tutti gli altri Paesi, Europa compresa. Le cause principali della ridefinizione degli equilibri a cui si continuerà ad assistere anche nei prossimi mesi sono due: le politiche introdotte nel Paese a tutela dei propri commerci e la guerra economica con gli Stati Uniti.

Dan Zhang, assistant general manager di Cycle Link Europe, società parte della multinazionale Cycle Link, intervenendo al convegno Miac Recycling organizzato a Lucca durante l’edizione 2018 di Miac, ha analizzato gli aspetti che sottendono alle scelte cinesi e delineato cosa stia accadendo nel settore.

Il packaging in Cina

Il mercato cinese ha conosciuto nell’ultimo decennio una costante crescita economica. Tra il 2009 e il 2017, spiega Zhang, la domanda di cartone ondulato, spinta dallo sviluppo del Paese, ha continuato ad aumentare e, per quanto i dati del 2018 mostrino un rallentamento e uno scenario caratterizzato da un leggero calo, il livello resta sostanzialmente stabile. A fronte di questa domanda gli analisti avevano previsto una crescita della capacità produttiva di 5,3 milioni di tonnellate di carta e cartone, ad oggi però quella effettiva è di 2,7 milioni di tonnellate ed è concentrata soprattutto nelle grandi imprese (Figura 1). Un fenomeno dovuto in parte alla guerra commerciale con l’America, ma soprattutto alla mancanza di materie prime.

La produzione di carta in Cina dipende molto dall’import della carta da riciclare. Della quantità totale di circa 63 milioni di tonnellate per l’anno 2017, 20 milioni – ovvero il 32% – deriva proprio dalle importazioni. «I dati del consumo della carta da riciclo in tutto il mondo» afferma la manager «mostrano come la Cina nel 2017 sia il primo paese tanto per consumo quanto per import di OCC (old corrugated containers)».

Se il 2017 ha decretato la Repubblica popolare cinese (RPC) come il primo acquirente al mondo di carta da riciclare, le stime sul 2018 in base alle quote autorizzate parlano di un calo notevole e, contemporaneamente, di una crescita delle importazioni da parte degli altri Paesi asiatici.

Ma chi sono i Paesi che vendono in Asia gli OCC? Al primo posto restano comunque gli USA seguiti da Europa e Giappone. «In particolare, secondo i dati Risi, all’interno dell’Europa il maggiore esportatore è il Regno Unito che nel 2016 ha occupato il 60% dell’export totale europeo, seguito da Francia e Italia. Nel 2018 si è registrato un notevole calo delle esportazioni dall’Europa, soprattutto verso Paesi non comunitari, in particolar modo, mentre l’export europeo sta aumentando verso gli altri Paesi asiatici e la Turchia, vi è stata una riduzione di 2,6 milioni di tonnellate di carta da riciclare rispetto al 2017 verso la Cina» (Figura 2); addirittura, secondo i dati della dogana cinese, da gennaio a luglio 2018 si è registrato un calo totale del 50% nelle importazioni di OCC in Cina.

Nuovi limiti e rigidi controlli

Le cause di questi cambiamenti sono imputabili a una serie di norme emanate dalle autorità della RPC a tutela del proprio mercato e dell’ambiente. In realtà il governo cinese ha dato il via a nuove politiche e azioni in questo senso a partire già dal 2013 con la Green fence policy, volta alla salvaguardia ambientale. Tali politiche hanno condotto nel febbraio del 2017 alla National sword, un’azione a protezione dal mercato nazionale. È in questa prospettiva che a dicembre del 2017 è entrato in funzione il nuovo elenco dei prodotti di cui è vietata l’importazione. «A fine dell’anno scorso quindi la carta da riciclo non differenziata non è potuta più essere importata in Cina. Sino a giungere a marzo del 2018 quando sono stati imposti i nuovi limiti per la presenza di materiali inquinanti nella carta da riciclo importata: il nuovo limite è di 0,5%». Questa soglia molto rigida ha cambiato gli equilibri mondiali nella compra-vendita di carta da riciclare.

A intricare ulteriormente la situazione si è aggiunta a maggio la pubblicazione della nuova normativa riguardante la carta proveniente dagli Stati Uniti, secondo cui le importazioni dagli USA devono essere sottoposte, da parte della dogana cinese, al cosiddetto “open control” ovvero ispezionate nella loro totalità; mentre nell’agosto 2018 sono aumentati del 25% i dazi sulla carta di importazione americana.

Tutto questo ha letteralmente scombinato il mercato e gli effetti non hanno tardato a farsi sentire non solo nei Paesi esportatori, ma anche nella stessa Cina. «Da un punto di vista pratico emergono diversi aspetti» afferma Zhang. «Innanzitutto l’ispezione pre spedizione, che viene effettuata dal Ccic (China certification and inspection corporation), subisce alcune novità: eliminata l’autoispezione ora l’ispezione viene svolta ordine per ordine, con l’apertura di ogni container, ed è prevista una supervisione durante ogni imbarco in cui verranno svolti controlli a campione».

Una volta giunte in Cina il controllo delle merci passa nelle mani della “Gacc” (General administration of customs of the People’s Republic of China) che ora gestisce Ccic e Ciq (China inspection and quarantine). «Il controllo di queste due autorità è diventato molto più severo. E mentre la carta da riciclare americana è sottoposta per il 100% a operazioni di open control, la carta europea segue controlli differenti in base al porto d’attracco; in media questo tipo di controllo riguarda dal 30 al 50% delle merci. Tutte le ispezioni portuali sono supervisionate in tempo reale da remoto dall’autorità della Gacc e la tendenza» prevede Zhang «è che i controlli diventino sempre più rigidi».

Effetto boomerang

Le restrittive norme cinesi hanno ovviamente avuto un forte impatto sull’industria del settore del Paese, provocando tre fenomeni importanti: il calo delle importazioni, l’aumento dei prezzi della carta domestica e la maggiore difficoltà nell’ottenere l’autorizzazione della quota di importazione. «Nel 2018, da gennaio a luglio, ogni mese si è registrato un calo delle importazioni della carta da riciclo, in media di circa il 50%, che ha fatto registrare un gap tra offerta e domanda, con i prezzi dell’OCC cinese in drastico aumento, pari al 60% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Contemporaneamente nei paesi esportatori sono calati drasticamente i prezzi della carta, soprattutto di quella non conforme per qualità ai limiti previsti della nuova norma cinese, creando notevoli differenze di prezzo tra le esportazioni verso la Cina e quelle non-Cina».

Per quanto riguarda invece l’autorizzazione delle quote di importazione necessarie alle imprese cinesi per poter importare la carta da riciclare, «nel 2018 è sempre più difficile ottenere tale approvazione. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente, fino al 6 settembre 2018 in totale sono stati approvati 19 gruppi di quote di importazione, per una quantità totale di 14,6 milioni di tonnellate ovvero il 48% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso» (Figura 3). Quote concentrate nelle mani di poche grandi imprese, in particolare tre società hanno ottenuto il 60% delle quote totali: Nine Dragons Group (34%), Lee&Man Paper (14%), Shanying Group (12%). Da un lato questa concentrazione, spiega Zhang, facilita lo Stato dal punto di vista dei controlli, dall’altro, avendo queste imprese una certa dimensione, anche la loro capacità nel controllo, nella raccolta e nella gestione del materiale importato risulta maggiore.

Le opzioni possibili

Le scelte operate della Cina avranno influenza anche sul futuro del settore cartario, a partire dalla guerra commerciale Cina–Stati Uniti che «porta con sé numerosi fattori di incertezza, un notevole calo delle importazioni dagli USA e a una modifica delle dinamiche del nostro settore, provocando un calo della domanda di OCC».

Nulla si sa al momento anche di come sarà strutturata la politica riguardante il settore, «attualmente in Cina si è prodotto un gap tra offerta e domanda, e bisogna chiedersi come si possa risolvere il problema». Certamente il governo cinese sta spingendo per il miglioramento della raccolta differenziata – che per altro, essendo già di alto livello, lascia poco spazio a ulteriori migliorie – «però la domanda che ci si pone è se quantità e qualità delle fibre potranno essere adeguate per la produzione cartaria interna e quindi se la carta cinese potrà sostituire quella importata». Inoltre, mentre prima un’ampia parte di carta cinese che usciva dal Paese sotto forma di imballaggi vi rientrava attraverso l’import di OCC, adesso non è più così e quindi ci si chiede come fare a recuperare le quote perse. Ci sarebbero alternative, conclude Zhang, «come la pasta di legno, che però nel mondo vive un equilibrio tra produzione e domanda, e quindi rende improbabile prevedere un aumento importante della capacità produttiva. Altra soluzione per la Cina potrebbe essere l’acquisto diretto di pasta di carta da riciclo, lavorata all’estero».

Un dato è certo, il panorama è in divenire e non resta che adeguarsi al cambiamento, tanto più che un ulteriore effetto prodotto dall’imposizione di più restringenti limiti all’importazione di carta da riciclare in Cina ha coinvolto anche altri stati, «anche altri Paesi asiatici stanno pensando di modificare le proprie norme rispetto alle importazioni di carta da riciclare, improntando tali misure al miglioramento della qualità della carta».