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Raffaella Quadri

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Tutte le declinazioni della gestione della risorsa idrica

L’obiettivo “zero” per il consumo idrico è ambizioso e forse utopico, e il settore cartario ha già raggiunto il limite tecnologico attuale. Si può imparare però a modificare l’approccio alla gestione delle risorse idriche, valutando la miriade di aspetti che possono poi, complessivamente, fare la differenza. Un passaggio che occorre fare subito, anche in considerazione dei cambiamenti climatici che stanno rendendo questo bene sempre più scarso e prezioso.

Indispensabile alla vita e determinante per la sopravvivenza, l’acqua è una risorsa preziosa che, per alcuni settori manifatturieri, è essenziale alla propria produzione e alla qualità di quanto si produce. Il cartario è uno di questi settori.

La gestione dell’acqua è però un tema complesso, molto più di quanto si pensi. Innanzitutto riguarda una serie di aspetti e di soggetti che ne sono coinvolti a vario livello, e che insieme incidono su costi, forniture e modalità di utilizzo di questo bene essenziale. Eduardo De Almeida, manager di Afry, società di consulenza che opera anche nel settore cartario, ne ha parlato al congresso Miac Paper&Board 2023.

L’importanza, trascurata, dell’acqua

Il riscaldamento della temperatura, i cambiamenti climatici e la siccità che da qualche tempo a questa parte caratterizzano il trascorrere delle stagioni hanno aperto il fronte dell’importanza di preservare e utilizzare in maniera efficiente e consapevole l’acqua.

Un tema forse poco considerato, almeno in Europa, dove sinora non è mai stato prioritario, ma che i cambiamenti in corso impongono di riconsiderare. L’importanza di preservare questa preziosa risorsa è stata trascurata anche perché considerata poco rilevante a livello economico.

«Nell’industria cartaria, invece, la gestione dell’acqua e il suo risparmio sono prioritari» afferma De Almeida «e sono in cima alla lista delle priorità». Secondo i dati Cepi, al 2021 le fonti di prelievo dell’acqua fresca da parte delle cartiere indicato che l’87,3% è costituito da acque superficiali, il 12% da acque sotterranee e lo 0,8% da reti comunali. Negli anni l’industria cartaria ha fatto enormi passi avanti per ridurre il proprio fabbisogno di acqua, con risultati anche d’eccezione, ma purtroppo non è ancora sufficiente. L’obiettivo per le aziende è arrivare a un consumo di acqua fresca il più possibile vicino allo zero.

«Si parla molto di sostenibilità, è un termine utilizzato sovente, ma ci siamo dimenticati di ciò che significa, ovvero che dobbiamo compiere determinate azioni per poter sopravvivere». In questa visione la gestione dell’acqua entra a pieno titolo. Ad influenzarla intervengono diversi fattori. «Innanzitutto abbiamo la legislazione: le aziende che non sono conformi alle norme di legge non possono operare. Un altro elemento è il rischio della fornitura» in diverse parti del mondo, in special modo durante l’estate, il livello dei corsi d’acqua subisce una notevole variabilità, una situazione che crea non poche difficoltà alla produzione industriale, soprattutto a quella del settore, «l’acqua fa parte del processo di produzione della carta e la qualità dei prodotti dipende anche dalla qualità dell’acqua». Altro fattore incidente sulla gestione idrica e uno dei punti importanti del tema sostenibilità è l’opinione pubblica capace di creare pressioni nelle scelte legislative le quali poi, a loro volta, determinano l’operato delle aziende. C’è poi c’è il tema dei costi che rappresenta un driver determinante e collegato all’aspetto del rischio della fornitura. «Fino ad ora non ci sono state grandi preoccupazioni» sottolinea De Almeida «ma il cambiamento climatico sta determinando grandi cambiamenti anche in termini di disponibilità di acqua e l’Italia è tra i primi Paesi a rischio scarsità d’acqua. In Europa inoltre si registra una grande variazione nei prezzi della fornitura e questo dimostra quanto questo aspetto sia suscettibile alla legislazione e ci dà anche l’idea del rischio a cui le aziende sono esposte. La legislazione può cambiare repentinamente e le tasse possono aumentare in qualsiasi momento, tutto questo determina un ulteriore elemento di rischio». E non è tutto, quando si parla di prezzo dell’acqua si considera quella in ingresso alla cartiera ma poi a questo si aggiungono altri costi legati all’energia per far funzionare le pompe, per il riscaldamento, a quelli delle analisi che si fanno all’interno del laboratorio, ai costi per le sostanze chimiche utilizzate nel processo e agli impianti di trattamento dei reflui. «Tutta una serie di altre voci di costo che vanno a incidere appunto sul costo dell’acqua che diventa così molto più alto».

Novità legislative

Tornando al tema normativo, De Almeida sottolinea che, accanto alla scarsità della risorsa idrica, a modellare la legislazione concorre anche il livello della tecnologia e insieme finiscono poi per influenzare l’intero settore. «Ci sono alcune modifiche che sono state proposte per la normativa quadro sull’acqua» e che è importante che i produttori di carta monitorino con attenzione. Il riferimento è alla proposta 2022/0344(COD) del 27 ottobre 2022 per la modifica della Direttiva 2000/60/CE. «In particolare vi si parla molto delle restrizioni sulle sostanze PFAS, con nuovi limiti alla loro presenza; si parla poi di riciclaggio e di qualità delle microplastiche, del monitoraggio degli estrogeni e di ulteriori controlli digitali. Una serie di elementi, quindi, che fanno parte delle proposte e che verranno discussi».

Tutto questo avrà un effetto anche sui produttori di carta, sulla gestione dell’acqua nel loro ciclo produttivo, sul loro prodotto finale, sul riciclaggio, sulle attività di laboratorio e anche sulle sostanze chimiche e sulle materie prime che sono utilizzate dal settore. È importante quindi che i produttori cartai tengano sott’occhio queste proposte che sono state formulate a livello europeo e che, una volta approvate, dovranno poi essere recepite nelle diverse legislazioni nazionali e locali. «Occorre essere consapevoli e cercare di comprendere i potenziali cambiamenti a livello legislativo» prosegue De Almeida «e tenersi pronti, perché possono essere applicati anche molto velocemente».

Indubbiamente, aggiunge, «meno acqua si consuma e meno si è esposti a tutti gli elementi di pressione citati. È necessario, dunque, cercare di trovare un equilibrio: abbiamo il consumo dell’acqua da un lato, la gestione di tutto l’impianto dall’altro e c’è sempre anche la questione del costo. Occorre trovare il punto di equilibrio ottimale».

L’equilibrio ottimale

Analizzando i dati del consumo di acqua nel settore cartario negli ultimi decenni sono subito evidenti i passi avanti compiuti dall’industria cartaria in termini di maggiore efficienza nel consumo della risorsa idrica. Le aziende del settore hanno investito da sempre nella tecnologia che consentisse loro di riciclare le acque all’interno del proprio processo, chiudendo il più possibile il ciclo. Secondo i dati Assocarta, mentre alla fine degli anni Settanta erano necessari mediamente 100 metri cubi d’acqua per produrre una tonnellata di carta, oggi si parla di circa 26. Un dato che, negli ultimi anni, si è ormai stabilizzato, a riprova del fatto che si è ormai giunti a un limite tecnologico sotto al quale, almeno al momento attuale, è difficile che si riesca ad andare.

Gli interventi di riduzione dell’apporto di acqua fresca e quindi di chiusura parziale del ciclo delle acque riguardano diversi aspetti. Le possibilità di farlo, riducendo progressivamente il quantitativo di effluenti in entrata, esistono già e sono costituite da interventi che agiscono su diversi fronti. Si tratta spesso di piccoli passi, ognuno dei quali porta però un vantaggio in termine di recupero dell’acqua in circolo. Dalla riduzione della dispersione per evaporazione al recupero del calore, sfruttando il vapore caldo per altre esigenze nel ciclo produttivo, per esempio utilizzando il calore disponibile dalle cappe per asciugare i fanghi; fino al riciclo dell’acqua dopo il trattamento dei reflui.

Sommando tutti questi possibili passi – che le aziende del settore hanno spesso già compiuto –si può arrivare a una soglia minima di ingresso al processo e quindi di consumo di acqua fresca. Occorre considerare, infine, anche i costi dell’intero sistema e gli impatti che il trattamento acque ha sull’ambiente. Secondo le statistiche formulate da Cepi sui dati del 2021, risulta che circa il 90% dell’acqua estratta per produrre carta e cartone è stata restituita alla fonte dopo il trattamento. Questo impone il rispetto di rigorosi limiti di legge. Ad oggi, per esempio, gli inquinanti presenti nelle acque reflue di cartiera – dice Assocarta – sono ormai essenzialmente di origine biologica o naturale, ovvero cellulose, amidi e cariche minerali inerti – per esempio il carbonato di calcio. Negli anni sono stati ridotti il più possibile anche i valori medi di emissione di COD e di solidi sospesi.

A piccoli passi

Sarà difficile arrivare al di sotto delle quote di recupero di acqua e, conseguentemente, di consumo di acqua fresca sinora raggiunte, sottolinea De Almeida, ma i risultati sono già molto interessanti (figura 6). Senza dubbio si tratta di un processo di miglioramento che le cartiere devono compiere in maniera graduale ma costante. «Il primo fondamentale passo è, come si è detto, l’importanza della conoscenza del costo dell’acqua nel momento nel punto di utilizzo. Occorre poi comprendere e restare aggiornati su quali siano i rischi di approvvigionamento di acqua a livello locale, perché è proprio qui che le decisioni delle autorità hanno un impatto. Bisogna farsi trovare pronti alle modifiche alla legislazione». De Almeida ricorda in particolare quanto sia importante porre attenzione a cosa accadrà a seguito della proposta 2022/0344(COD) per la modifica della direttiva quadro per l’azione comunitaria in materia di acque.

Inoltre, prosegue il manager di Afry, «le aziende devono avere un progetto che coinvolga diversi scenari, un programma per arrivare a una riduzione dei consumi e che sia adatto alla propria situazione. È essenziale dotarsi di un sistema di gestione dell’energia e di management system, e soprattutto è importante avere un sistema di gestione dell’acqua con specifici indicatori di prestazione (KPI) e riferimenti rispetto alle condizioni locali». E conclude ricordando che «quando si parla di riduzione il consumo di acqua, non si parla di un processo che prevede grandi modifiche, piuttosto sono necessari tanti piccoli cambiamenti».

Le 6 regole per la gestione acque

1. Conoscere il costo dell’acqua al punto di utilizzo

2. Comprendere i rischi dell’acqua a livello locale: approvvigionamento, contaminazione, player

3. Preparasi ai cambiamenti legislativi, quantificando lo scenario peggiore

4. Disporre di un piano che preveda diversi scenari

5. Disporre di un sistema di gestione dell’acqua: KPI, team e controllo operativo

6. Fare piccoli passi nella giusta direzione

L’industria cartaria nelle sfide globali

Difficoltà politiche ed economiche stanno segnando il trascorrere di questi ultimi anni. Se non è possibile prevedere cosa accadrà nel futuro – anche quello più prossimo – è doveroso imparare da quanto accaduto e da quanto fatto sinora. Le imprese del settore cartario lavorano da anni ai temi poi divenuti importanti obiettivi internazionali, come la decarbonizzazione e la riduzione dei costi energetici. Occorre darle gli strumenti per consentirle di proseguire sul percorso sinora battuto, proteggendone la competitività.

L’anno volge al termine e a vuol tirare le somme dell’andamento degli ultimi mesi la prima considerazione da fare è la stretta attinenza della congiuntura 2023 con quanto accaduto negli ultimi anni. Sono stati anni difficili, in cui gli equilibri mondiali sono stati prima sconquassati da un’epidemia, i cui strascichi hanno poi messo a dura prova la tenuta economica di molti Paesi, poi aggravati da conflitti che, seppur circoscritti in alcune parti del globo, hanno avuto e stanno ancora avendo ripercussioni ben più ampie.

Il quadro geopolitico e quello economico hanno così finito per rendere più evidenti i punti deboli di ogni Paese e – come è ben noto – il tallone d’Achille dell’industria italiana, in genere, e di quella della filiera carta e stampa, in particolare, si chiama energia.

Un tema che non si deve limitare ai confini aziendali, ma che riguarda l’intero Paese e la tenuta della sua capacità competitiva. Se n’è parlato anche al convegno che si è tenuto a Lucca, a cura di Assocarta e Confindustria Toscana Nord, intitolato “La competitività dell’industria cartaria. Tra costi energetici e decarbonizzazione” che, moderato dalla giornalista Silvia Ognibene, ha aperto la tre giorni di Miac 2023.

L’energia che ci manca

Il momento storico che stiamo vivendo non è certo scevro da difficoltà: la guerra russo-ucraina, il danneggiamento del gasdotto tra Finlandia ed Estonia e la recente guerra in Palestina hanno portato, in momenti diversi, a un’impennata dei costi del gas naturale. «Abbiamo vissuto una sequenza di anni complicata e gli ultimi eventi potrebbero aggravare il quadro» ha commentato il presidente di Assocarta Lorenzo Poli «dobbiamo essere coscienti delle eventuali conseguenze». Al momento, precisa, l’allerta è ancora là da venire: l’approccio volumetrico della nazione è adeguato per gli approvvigionamenti, ma a destare preoccupazione è il «ciclo economico breve e rallentato» che si è innestato con la fase recessiva iniziata un anno fa con lo sgonfiamento della bolla post pandemica. «Ora la recessione e la diminuzione dei consumi mondiali sono da gestire».

L’industria cartaria italiana, spiega il presidente, è più in difficoltà rispetto a quella di altri Paesi e molto dipende proprio dal costo energetico.

Le stime del settore parlano di un costo del gas che nei primi sette mesi del 2023 è stato di 624 milioni di euro, un costo che ha inciso sul fatturato per circa il 12% – tra il 2020 e il 2022 l’incidenza del costo del gas sul fatturato è passata dal 4,2% al 30,2% – l’energia elettrica ha raggiunto, a settembre, un prezzo medio mensile di circa 116 euro/MWh – più alto rispetto a Francia, Germania e Spagna – mentre le quotazioni dei crediti di emissioni di CO2 nei primi mesi dell’anno si sono assestate su una media di 85 €/ton – i valori medi di partenza nel periodo 2019-2020 erano ben più bassi, ovvero 25 €/ton.

Tutto questo si traduce in un affanno della competitività delle nostre imprese o meglio, come afferma Poli, in una «apnea competitiva» che «diviene concorrenza sleale se consideriamo le aree extra UE, come Turchia, Asia e il continente americano, dove i costi energetici sono più bassi e le conseguenze del conflitto ucraino sono minime».

I dati e la resilienza del settore carta

I nostri punti di forza, tuttavia, ci salveranno. «Siamo forti e resilienti» afferma il presidente. Nonostante le difficoltà, l’industria di casa nostra ha continuato a investire pur nella difficile congiuntura che stiamo vivendo e «siamo ancora il secondo produttore europeo dopo la Germania» con il 10,2% dei volumi complessivi di carta prodotta in Europa e il 11,4% dei volumi europei di utilizzo di carta da riciclare. Mentre ci confermiamo al primo posto nella produzione di carta per l’utilizzo domestico e sanitario.

Non solo, eccelliamo anche in un altro dato, quello del riciclo di materiali cellulosici. «Il raggiungimento dell’obiettivo di riciclo del 85% per gli imballaggi in carta è ormai un dato consolidato, largamente in anticipo sulle scadenze europee» sottolinea Poli. Dopo i massimi storici raggiunti nel 2021, il tasso di circolarità si è collocato nel 2022 sul 62% mentre quello di raccolta è stato del 61,7%, dopo aver raggiunto il valore massimo del 70,8% nel 2020.

«Sono stati anni difficili ma siamo consapevoli che non si potrà andare avanti così».

I dati del settore dei primi sette mesi del 2023 parlano chiaro: la produzione complessiva è calata del 19,4% rispetto ai volumi dello stesso periodo dell’anno 2022 che si sono mantenuti sostanzialmente stabili e che aveva invece registrato un debole +0,6% sul 2021; anche la stima del fatturato – metà del quale deriva dall’export – parla di un calo del 24,5%, però sul valore in forte rialzo dei sette mesi 2022 che aveva registrato un +53,5% sui dati dell’anno precedente. Meno produzione, dunque, per via anche di una diminuzione della domanda interna di prodotti cartari: -18,5% nella prima metà dell’anno, rispetto al +11,9% registrato nello stesso periodo del 2022 sul 2021.

Entrando poi più nello specifico dei diversi comparti del mondo cartario, il segno meno accomuna la produzione di ognuno di loro. I dati dei primi sette mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente parlano di un -15,6% per la produzione di carte e cartoni per imballaggio, con volumi di poco superiori al periodo pre pandemico; di un più contenuto -2,4% per le carte tissue e di un -43,8% per la produzione di carte per usi grafici. Quest’ultima risulta più che dimezzata rispetto ai volumi dello stesso periodo del biennio 2018-2019, ovvero del periodo pre-Covid, ed è riconducibile in sostanza alle riconversioni di impianti che si sono avute negli ultimi anni a favore della realizzazione di prodotti maggiormente richiesti dal mercato.

Spazio per investire e avere strumenti strutturali

Ciò che l’industria di casa nostra chiede è quindi di poter mantenere la propria competitività sia sul tema energetico, rispetto ad alcuni Paesi come gli Stati Uniti, sia su quello dei costi rispetto, per esempio, all’Oriente, anche in considerazioni degli obiettivi ambientali che ci siamo dati in Europa e che mostrano un’asticella posta a livelli sempre più elevati.

Al Governo il settore chiede che nei bilanci delle aziende sia lasciato lo spazio per poter investire, di perseguire quell’aggiornamento tecnologico continuo che l’ha sempre caratterizzato. «Siamo al massimo della sostenibilità sulle materie prime, utilizziamo molte materie prime riciclate e quelle vergini sono totalmente certificare, abbiamo sempre avuto il migliore approccio alla cogenerazione e quindi alla migliore produzione di energia, a basso impatto e a maggiore efficientamento. Pertanto chiediamo che ci venga permesso di investire».

Però per poterlo fare, sottolinea Poli, «c’è bisogno di strumenti strutturali che consentano di sostenere le imprese energivore italiane, soprattutto quelle del settore cartario che è il primo consumatore di gas del Paese. È essenziale una politica industriale che metta le aziende della nostra filiera nelle stesse condizioni competitive dei nostri concorrenti europei ed extraeuropei». Ed entrando più nello specifico espone le richieste al Governo dell’industria cartaria italiana ovvero: «una misura “ponte” come quella dei crediti d’imposta, una “garanzia assicurativa” verso altre di medio periodo» e ancora «non mettere in difficoltà le imprese energivore andando a modificare a ritroso i termini di utilizzo dei crediti di imposta 2023». Il riferimento, spiega, è «a una gas release, dedicata ai settori industriali – rispetto al quale è fondamentale rimuovere il cap previsto per legge – e a una electricity release, con la previsione di meccanismi che accelerino gli investimenti in decarbonizzazione. Inoltre, le risorse raccolte con le quote ETS devono tornare all’industria nella misura prevista dalle norme europee per finanziare la decarbonizzazione».

Obiettivi non penalizzazioni

Sulla questione decarbonizzazione e sulle difficoltà che le aziende devono affrontare per tradurre in investimenti concreti gli obiettivi di una transizione energetica non più rinviabile interviene anche Tiziano Pieretti, vice presidente di Confindustria Toscana Nord.

Ad oggi, il “Fit-for-55” – il pacchetto legislativo che mira a ridurre le emissioni di CO2 dell’UE del 55% entro il 2030 – prevede che nel giro di sei anni si decarbonizzi il 62% delle aziende in termini complessivi. L’impatto in termini globali, spiega Pieretti, sarà minimo se si pensa che l’Europa nel suo complesso pesa meno del 10% sulle emissioni globali e il manifatturiero europeo il 2,7%. Ciò significa che le misure previste da qui al 2030 avranno un impatto sulle emissioni totali del globo del 1,35%.

Perché la decarbonizzazione sia efficace, dunque, è importante che tutti se ne occupino, a livello mondiale, e che non si penalizzino le imprese che hanno lavorato in questo senso, agevolando chi sinora non ha fatto nulla. Negli anni l’industria cartaria si è data da fare, ancor prima che la decarbonizzazione diventasse un obbligo europeo, anche per la necessità di ridurre i consumi energetici e i costi a questi legati. Ora occorre consentirle di continuare su questa strada.

Nello specifico del territorio che rappresenta, Pieretti spiega che anche «il distretto cartario di Lucca e Pistoia risente, come tutto il settore a livello italiano, del gap dei costi energetici che penalizza le imprese nazionali. I forti investimenti effettuati negli anni dalle imprese lucchesi, in direzione della decarbonizzazione da un lato, del potenziamento dell’autoproduzione dall’altro, hanno portato risultati positivi, che ci stanno aiutando a gestire questa fase già complicata e probabilmente destinata a diventarlo ancora di più» dice. «Con l’aprirsi di un nuovo fronte di guerra è facile prevedere che i prezzi di gas ed energia elettrica, sensibilissimi alle crisi internazionali, possano vivere una nuova stagione di impennate. È fondamentale quindi che, a livello nazionale, venga fatto tutto il possibile per sostenere le imprese». E, facendo eco al presidente di Assocarta, cita i crediti di imposta, le gas release ed electricity release, il sostegno alla decarbonizzazione «anche attraverso i proventi ETS, maturati negli scambi di quote di emissione». E aggiunge «sarebbe importante anche consentire e normare adeguatamente le comunità energetiche per il settore industriale».

Tra le possibili leve competitive in grado di aiutare il settore cita lo sviluppo ulteriore delle energie rinnovabili – in primis fotovoltaico – con investimenti in infrastrutture idonee, l’uso delle biomasse, già fruttate con ottimi risultati in altri Paesi, e la tanto contestata termovalorizzazione dei rifiuti, tra cui anche gli scarti di pulper e i fanghi che derivano della depurazione delle acque di cartiera, che consentirebbe la generazione di energia da questi materiali. È indispensabile, afferma Pieretti, decarbonizzare facendo innovazione tecnologica non solo di stabilimento, ma di rete e cambiando il paradigma con cui sinora abbiamo considerato la produzione e l’uso dell’energia, incoraggiando la creazione di comunità energetiche e l’implementazione del concetto di “prosumer”, in cui produzione e consumo si fondono nello stesso soggetto. «Quello dell’energia» dice in ultimo «è un capitolo troppo importante per trascurare le opportunità che ci sono: non possiamo permettercelo da nessun punto di vista, né economico né ambientale».

Il punto di GSE

Che il fabbisogno di energia elettrica e termica rivesta un ruolo determinante nella gestione e mantenimento di competitività dei processi produttivi è sottolineato, durante il congresso, anche da Paolo Arrigoni, presidente del GSE. È necessario tutelare la competitività delle imprese trovando un modo per produrre e distribuire energia in modo stabile e a bassi costi. La situazione non è facile e l’Italia deve affrontare maggiori difficoltà rispetto ad altri Paesi europei. Il gap con Francia e Germania, ricorda Arrigoni, è sempre più ampio, se nel periodo pre-Covid era del 15%, ora è salito al 30%. Senza contare che l’Italia soffre anche di una condizione di dipendenza per quando riguarda l’approvvigionamento energetico: oltre il 70% dell’energia che utilizziamo ha provenienza estera, il che significa essere dipendenti dai Paesi da cui la importiamo anche politicamente.

Certamente la transizione energetica è importante e deve essere compiuta, ma è necessario che sia affrontata su più fronti. «È un momento molto delicato per l’Europa» che si è posta obiettivi di neutralità ambiziosi per contenuti e tempistiche, «ma in particolare per l’Italia che vive di un mix energetico limitato e di un costo dell’energia superiore, e questo delta è persino aumentato». Tutto ciò, per altro, in un quadro che i conflitti in Europa e nel Medio Oriente rischiano di aggravare ulteriormente.

L’obiettivo di GSE è di continuare a promuovere la sostenibilità, gestendo gli incentivi per l’energia. In quanto all’industria cartaria, Arrigoni riconosce che il settore «ha sempre prestato massima attenzione all’efficienza dei processi sotto il profilo energetico» e per questo, dice, il gestore lo supporta «con l’erogazione di incentivi sia lato produzione, attraverso la cogenerazione, sia lato utilizzo con progetti di efficienza energetica».

Omet, la passione fa 60

A sessant’anni dalla fondazione, una crescita continua e lo sviluppo di diverse business unit, Omet, azienda italiana che opera nel settore dei macchinari per il tissue converting, dimostra di essere costituita da un team ancora molto affiatato e concentrato su un unico obiettivo: sviluppare nuove tecnologie a servizio del proprio mercato. In un’intervista esclusiva, Marco Calcagni ci accompagna in questi primi 60 anni della storia dell’azienda.

Come insegnano le storie delle aziende di successo, all’inizio di tutto, in quel “C’era una volta…” che con cui cominciano i bei racconti, c’è la passione. In questo caso quella per l’innovazione, che prese forma in un garage – divenuto poi la prima fabbrica – con l’impegno e la voglia di imparare e di conquistare il proprio posto nel mercato. Nacque così, 60 anni fa, Omet.

L’evoluzione di 60 anni
L’azienda di Lecco, ora presente in tutto il mondo, nasce dunque il 1° febbraio 1963 e, da allora, non si è più fermata. Oggi è attiva nei settori stampa, tissue converting, movimentazione e cosmesi, impiega oltre 400 dipendenti e vanta un fatturato consolidato che supera i 130 milioni di euro.
Il suo principale mercato di riferimento è quello della trasformazione del tissue per il quale progetta e costruisce macchine per la lavorazione della carta ad uso domestico e igienico sanitario, e per le etichette.
Da quel lontano 1963 l’azienda cresce insieme alle richieste del suo mercato. Negli anni Settanta costruisce il primo vero stabilimento e continua a investire sulle persone e sulla tecnologia. Con il tempo continua a prosperare e all’inizio degli anni Ottanta crea, sempre a Lecco, un nuovo complesso industriale che permette di dividere gli spazi tra le due divisioni macchine. È però nel decennio successivo, quando i confini nazionali non bastano più, che nascono le filiali estere: in Germania con Omet Nord GmbH, in Spagna con Omet Ibéricas e persino in Cina con Omet Suzhou. Negli stessi anni l’azienda crea una rete di collaborazione con diversi agenti in tutto il mondo e, intanto, cresce anche nella divisione sistemi con Omet Systems in Motion che diventa un’esponente di rilievo nel mercato italiano ed europeo dei sistemi di cuscinetti speciali.
La linea di continuità e di crescita procede ininterrotta con l’ingresso nel nuovo millennio, sia per la realtà italiana sia per le filiali estere. Dal 2007 prende il via una produzione in Cina dove l’evoluzione della divisione cinese di Omet Systems in Motion porta alla fondazione dell’azienda Suzhou Omet Mechanical Co. Ltd. E ancora, nel 2012, viene attivato un Technology center e una Showroom in cui è possibile testare e assistere a dimostrazioni pratiche del funzionamento delle macchine Omet. Infine, nel 2021, a Molteno (LC) viene inaugurata la nuova sede produttiva di Packaging Printing Business Division e, due anni dopo, giunge il momento di soffiare su 60 candeline.

Ai doverosi festeggiamenti per un sessantennio di storia, che si sono tenuti durante l’open house organizzata dall’azienda lo scorso ottobre, non potevamo mancare. Ne abbiamo approfittato, non solo per rivisitare con piacere la sede lucchese di Omet, OT Lucca, che si trova a Montecarlo (LU), ma anche per intervistare una persona che ha contribuito a scrivere l’interessante storia di questa realtà italiana, Marco Calcagni, sales & marketing director di Omet.

Quest’anno come azienda raggiungete un traguardo di tutto rispetto: compite 60 anni. Quali sono le pietre miliari che hanno identificato la storia di Omet in questo lungo periodo?
«Le pietre miliari per me si identificano con l’aver mantenuto quello stile familiare che ci è stato trasmesso dal fondatore di Omet, quindi collaborando sempre come un’unica squadra, coinvolgendo tutte le persone, sia nell’affrontare le nuove sfide, i nuovi problemi e le difficoltà, sia nel godere dei risultati raggiunti dall’azienda. E questa per me è la più grande soddisfazione, perché abbiamo creato un team formato da tante persone che lavorano insieme a un obiettivo unico: sviluppare nuove tecnologie e servire il mercato, seguendo i clienti su tutte le loro necessità».

Si parla tanto di Made in Italy e di solito si pensa al cibo, alle automobili di alta gamma, alla moda, però anche la tecnologia delle aziende come la vostra è una parte del saper fare italiano…
«Esattamente. Tutta la nostra produzione è realizzata in Italia, è appunto “Made in Italy”. L’intera ingegnerizzazione è fatta all’interno del Paese e crediamo molto nella capacità dei nostri tecnici di trovare e realizzare le giuste soluzioni, ma non solo, anche di costruire processi produttivi innovativi».

Quanto incide la tecnologia di Omet e italiana in genere all’estero? Quanto siamo conosciuti e apprezzati per questo aspetto?
«Sicuramente siamo molto apprezzati per la fantasia, perché siamo capaci di risolvere problemi che spesso gli altri non sono altrettanto rapidi a districare. Mentre, a mio parere, non siamo abbasta conosciuti per quanto riguarda la nostra capacità di creare anche dell’alta qualità tecnica. Spesso in questo senso si pensa alla Germania, ma l’Italia non ha nulla da invidiarle sotto il punto di vista della tecnica e della costruzione, vuoi dei particolari meccanici, vuoi delle macchine – del resto come costruttori di macchine, Ferrari insegna che siamo al top – e oggi il nostro Paese può davvero posizionarsi come leader ideale nella tecnologia».

Le ho chiesto del passato, le ho chiesto del presente, le chiedo quindi del futuro: dove si vede e dove vede Omet da qui a qualche anno?
«Il futuro è difficile da immaginare. Stiamo costruendo, come dicevo, un team che guarda sempre alle necessità del mercato e quindi che guarda al futuro. Pensiamo in grande e siamo convinti di dover essere sempre più presenti e sempre più vicini al mercato, in particolar modo all’estero. A questo scopo stiamo aprendo in varie parti del mondo alcune filiali, dotate anche di magazzini, per essere vicini ai clienti e per fornire un servizio in loco. Lo abbiamo già fatto negli Stati Uniti, in India e in Cina. Prevedo quindi che l’azienda Omet avrà ottime possibilità di crescita in funzione, appunto, delle necessità che il mercato svilupperà. Stiamo introducendo anche una serie di nuovi prodotti e di nuove tecnologie che, riteniamo, creeranno anche qualche rivoluzione».

Se potesse tornare indietro, di questi 60 anni di Omet cosa cambierebbe?
«Mi ha fatto una domanda difficile. Molto difficile. Forse niente; lo spirito è la cosa più importante. I problemi ci sono e, a volte, si finisce per affrontare le cose in maniera poco serena, però la realtà dei fatti è che i risultati ci sono stati e continuano ad esserci. Nella nostra azienda si è sempre costruito passo dopo passo e vorrei che si continuasse in questo modo perché i voli pindarici non servono, bisogna costruire tutte le aziende su solide fondamenta. Occorre, in sostanza, essere pragmatici».

 

Valmet riunisce Services, Automation e Flow Control

Si riuniscono in un’unica sede le divisioni Service Paper, Board e Tissue, Automation e Flow Control di Valmet. La nuova sede unica che riunisce nel nord Italia le business unit prima dislocate in altre cittadine si trova a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. All’inaugurazione era presente, accanto al management giunto dalla Finlandia anche Pia Rantala-Engberg, l’Ambasciatrice finlandese in Italia.

Un unico gruppo, un unico punto di riferimento, un’unica sede. Lo scorso 9 maggio 2023 è stata inaugurata la nuova sede di Valmet per il nord Italia. Si trova a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, in una posizione di facile accesso per i rapidi collegamenti con le maggiori arterie del capoluogo lombardo, che conducono anche agli aeroporti della città, e con la metropolitana cittadina.
Nella nuova sede sono convogliate tre unità del gruppo prima dislocate in città diverse, Valmet di Como che si occupa del Service Paper, Board e Tissue; la sede di Assago, in provincia di Milano, deputata all’Automation e quella di Cinisello Balsamo, sempre nel milanese, che si dedica al Flow Control. Tutte sono già pienamente operative nella nuova sede.

Sviluppare sinergie

Una scelta non solo per razionalizzare gli spazi ma anche per favorire l’interazione e lo scambio tra parti della stessa azienda che altrimenti avrebbero poche occasioni di interazione. Nel grande piano open space lavorano ora, fianco a fianco, gli esperti delle vendite, quelli delle operazioni e le diverse funzioni di supporto che solitamente collaborano nelle tre business area, il service, l’automazione e il flow control.
Lo spazio, spiegano alla Valmet, è stato progettato appositamente per favorire la sinergia tra i vari reparti e proprio la centralità del lavoro di squadra è stata alla base della scelta progettuale. A tale scopo il grande open space comprende aree specificamente progettate per la condivisione di idee e l’incontro tra i colleghi delle diverse linee di business. Il nuovo assetto rispecchia del resto la politica interna che il gruppo persegue da sempre e che Marko Lassila, vice presidente vendite per l’area Semea (South Europe, Middle East, and Africa) di Valmet, ha ricordato.
Una politica improntata non solo alla ricerca e allo sviluppo tecnologico dei propri prodotti e soluzioni, ma anche a creare team che sappiano lavorare in partnership ed essere così più efficienti al proprio interno e, di conseguenza, nell’approccio al mercato e alla clientela.

Sguardo internazionale

L’evento è stato l’occasione per riunire non solo i dipendenti delle diverse business unit del gruppo, ma anche la dirigenza finlandese, venuta a Milano appositamente, e l’Ambasciatrice finlandese in Italia, Pia Rantala-Engberg, che ha sottolineato il legame di collaborazione reciproca che caratterizza i rapporti tra le imprese finlandesi e la Lombardia. «Sono fiduciosa che l’attuale dinamico ambiente imprenditoriale lombardo continuerà a dare a Valmet un ottimo punto d’appoggio sul mercato italiano» ha dichiarato l’Ambasciatrice.
In collegamento web è poi intervenuto anche il presidente e CEO di Valmet, Pasi Laine.
A rappresentare il settore cartario italiano, uno dei mercati di maggiore interesse per il gruppo finlandese, vi era invece Massimo Ramunni, vicedirettore generale di Assocarta e segretario di Aticelca, che ha descritto e spiegato ai presenti i numeri chiave dell’industria cartaria italiana.

Le anime di Valmet

Le business unit di Valmet si dividono in macro aree nelle quali si sviluppano le diverse anime del gruppo.
Services – offre al mercato servizi flessibili e capaci di seguire i processi produttivi delle aziende clienti durante l’intero loro ciclo di vita.
Flow Control – si occupa di fornire tecnologie e servizi di controllo del flusso mission-critical per diversi settori di processo.
Automation systems – le soluzioni di automazione che propone vanno dalle misurazioni singole ai sistemi di automazione di processo a livello di stabilimento.
Pulp and energy – si occupa di soluzioni tecnologiche per la produzione di cellulosa ed energia, oltre che per la conversione della biomassa e il controllo delle emissioni.
Paper – fornisce linee di produzione complete, ricostruzioni di macchine e componenti di processo per la produzione di carta, cartone e tissue.

Digital index: a che punto siamo

La strada da percorrere verso una vera ed efficace digitalizzazione del Paese è ancora lunga, ma alcune tappe sono state raggiunte. Con il conseguimento del 17% degli obiettivi previsti nel PNRR per la digitalizzazione e gli ingenti fondi europei ancora a disposizione, l’Italia si colloca tra gli Stati membri più attivi in questo ambito. Crescono, in particolare, connettività e integrazione delle tecnologie digitali, ma resta ancora un forte gap sulle competenze digitali.

L’Italia digitale è imprescindibile da un’Europa digitale. La strada da percorrere è ancora lunga, ma alcune tappe sono state raggiunte. Dall’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società – Desi (Digital economy and society index), che dal 2014 riassume gli indicatori sulle prestazioni digitali dell’Unione europea tracciando i progressi dei diversi Stati membri, inizia a giungere qualche riscontro positivo; si tratta solo di primi segnali che indicano però che si è imboccata la giusta direzione.

Il nostro Paese ha completato il 17% degli obiettivi previsti per la digitalizzazione nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), una quota che lo pone in testa a tutti gli altri membri dell’UE. Permane ancora un gap rispetto ad alcuni Paesi europei, ma la nuova fase nell’attuazione dell’Agenda Digitale dell’Italia apre a nuove opportunità. Entro la fine del 2023 si prevede di raggiungere nuovi obiettivi, anche molto ambiziosi.

Di questo si è discusso durante il convegno “Il digitale chiama: l’Italia risponde?”, organizzato dall’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

L’Italia e il digitale

L’Italia sta cambiando il proprio modello di sviluppo, si è detto al convegno, anche grazie ai fondi del PNRR e del Next Generation EU, che insieme hanno fornito al Paese un totale di 48 miliardi di euro. L’intenzione è di arrivare a investire il 37% di tutte le risorse europee dedicate alla trasformazione digitale, ovvero una cifra ben più elevata degli altri Paesi. La strada da percorrere però, si è detto, è ancora lunga. Secondo il Desi, l’Italia sul fronte del digitale nel 2022 si colloca al diciottesimo posto in Europa su ventisette Paesi membri, guadagnando due posizioni rispetto alle misurazioni dell’anno precedente. Si è fatto molto su fronte della connettività e dell’integrazione delle tecnologie digitali, spiega Francesco Olivanti, ricercatore dell’Osservatorio Agenda Digitale. I risultati ottenuti riguardano un set ristretto di indicatori, quali la copertura 5G, che interessa ormai oltre il 95% del Paese; la diffusione del cloud e la fatturazione elettronica, che sono utilizzate abitualmente in particolare nel mondo delle imprese.

Di contro permangono ancora alcuni punti deboli rappresentati, in particolare, da due indicatori: la digitalizzazione dei servizi pubblici e il cosiddetto capitale umano, nel quale si distinguono, da un lato, le competenze digitali dei cittadini – che pure sono migliorate molto negli ultimi anni, soprattutto rispetto all’utilizzo di internet – e, dall’altro, il reperimento di competenze avanzate. Su entrambi gli indicatori l’Italia risulta ancora lontana persino dalla media europea. Si sta lavorando però su questi aspetti, per esempio, spiegano durante il convegno, il Paese comincia finalmente a concretizzare un modello GaaP ovvero “Government as a Platform”. Si tratta di un modello di sviluppo ed erogazione di servizi pubblici digitali, in cui la PA – pubblica amministrazione – diventa una piattaforma di servizio a supporto dell’innovazione del Paese.

Entrando più nel dettaglio dei dati del Desi, Olivanti spiega come l’Italia risulti venticinquesima per diffusione di competenze digitali, una posizione immutata rispetto all’anno precedente di rilevazione; settima per connettività, in questo caso con un miglioramento di ben sedici posizioni rispetto al 2021; ottava per digitalizzazione delle imprese, guadagnando due posizioni; e diciannovesima per digitalizzazione della PA, perdendo in questo ambito una posizione.

La digitalizzazione regionale

Guardano poi all’interno del Paese emergono le differenze regionali. Olivanti riporta i risultati che l’Osservatorio Agenda Digitale ha ottenuto calcolando un Desi regionale e se ne rileva un divario tra le regioni del Mezzogiorno e quelle del Centro – Nord. È nella suddivisione tra le diverse zone del Paese che si acuiscono le difficoltà già riscontrate con i dati generali dello stivale. Le dimensioni su cui l’Italia è più in difficoltà nell’Indice di digitalizzazione sono anche quelle con i maggiori divari regionali, ovvero i servizi pubblici digitali e il capitale umano. Un dato significativo, sottolinea Olivanti, che spiega come sia possibile colmare la distanza che ci separa ancora dagli altri Paesi europei solo riducendo le disuguaglianze interne al nostro.

Non solo, confrontati ancora una volta con le regioni simili – “gemelle” – nel resto d’Europa, le nostre risultano in ritardo, persino quelle del Centro e del Nord che sono, al nostro interno, prime nella digitalizzazione. Tutte le Regioni europee “digital twin” delle nostre fanno meglio rispetto all’utilizzo complessivo di internet e vincono il confronto su quasi tutti gli indicatori considerati, con l’eccezione dell’accesso alla banda larga.

Le opportunità di uno sviluppo del digitale sono fondamentali per il futuro dell’Italia, il Paese deve rispondere in modo rapido ed equilibrato, ma deve farlo con assoluta compattezza interna. «Ora è necessario tradurre in realtà le ambizioni del PNRR» ha dichiarato Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation, «portando a termine nei tempi previsti gli interventi di digitalizzazione e accelerando sugli ambiti più critici, come lo sviluppo di competenze digitali tra la popolazione. Dobbiamo dedicare i prossimi mesi a raccordare visioni, risorse e sforzi che, se non ben allineati, rischiano di far perdere tempo ed energie cruciali».

Strategia nazionale

La Commissione europea ha stanziato per i Piani nazionali di ripresa e resilienza dei vari Stati membri un totale di poco meno di 500 miliardi di euro, di cui il 26% è destinato alla trasformazione digitale dell’Europa.

Dei 500 miliardi totali il nostro è il Paese che ne usufruisce maggiormente, ricevendo il 39% delle risorse stanziate, pari a 191,5 miliardi di euro. La maggior parte di questo denaro è un prestito da restituire – il 64% dell’intera cifra – il restante è a fondo perduto. Nel nostro PNRR sono state previste sei missioni:

1- digitalizzazione e innovazione

2- transizione ecologica

3- infrastrutture e mobilità sostenibile

4- istruzione e ricerca

5- inclusione e coesione

6- salute.

Di questi stanziamenti, al trasferimento digitale l’Italia ha destinato 48 miliardi di euro. Ad ogni modo, al Paese servono interventi strutturali e per spendere le risorse a nostra disposizione sono previsti 134 investimenti, 63 riforme, ben 213 milestone e 314 target, spiega Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale e membro della Segreteria tecnica per l’attuazione del PNRR presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Serve una strategia strutturata; ogni sei mesi la Commissione europea verifica il raggiungimento di milestone e target previsti, e a fronte del loro raggiungimento eroga una quota del finanziamento complessivo. Se non ottenessimo uno solo dei risultati promessi, precisa Gastaldi, perderemmo sia le risorse del periodo sia tutte quelle successive.

Al momento l’Italia ha implementato il 18% di milestone e target del proprio Piano nazionale ed è il Paese più avanti nella realizzazione degli obiettivi relativi alla trasformazione digitale. In particolare, all’interno dello stanziamento delle risorse destinate a tale trasformazione, sono state individuate quelle che il direttore ha definito “sotto sfide” e sulle quali il Paese si sta concentrando: government ovvero la PA, imprese, tecnologie avanzate, ricerca e connettività.

Anche in merito allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) l’Italia ha impostato la propria strategia accanto a quella europea. In particolare, spiega Giulia Maragno, ricercatrice dell’Osservatorio Agenda Digitale, si è posta, per il prossimo triennio, obiettivi su tre aree strategiche di intervento che riguardano la formazione di competenze, la ricerca e le applicazioni. Un programma che interessa da vicino anche il mondo delle imprese, chiamate a diventare player fondamentali nello sviluppo futuro del Paese. Sono stati individuati alcuni settori prioritari di intervento, tra i quali vi è appunto anche la manifattura. L’Italia, spiega Maragno, mira a fare dell’AI un pilastro a supporto della transizione 4.0 delle imprese, a sostenere la crescita di spin-off innovativi e di start-up, a promuovere il go-to-market delle tecnologie AI, a supportare le imprese nella certificazione dei prodotti AI e a promuovere campagne di informazione sull’intelligenza artificiale per le imprese.

«Il PNRR mette a disposizione risorse senza precedenti per la trasformazione digitale: la sua rilevanza impone un’attenta gestione del momento» conclude Gastaldi. «È importante non fermarsi e raccordare le risorse del PNRR a quella degli altri strumenti disponibili per sostenere la trasformazione digitale del Paese, per esempio Horizon Europe».

L’industria cartaria europea, la questione gas naturale

Il mercato del gas si è rivoluzionato come mai ci si sarebbe potuti aspettare. A causa del concatenarsi di una serie di fattori, già di per sé inusuali, lo scenario è mutato nell’arco di ventiquattro mesi. A pagarne il conto è un’intera economia e, in particolare, quella che si pensava ormai consolidata del vecchio continente. Il gas naturale rimane il tallone d’Achille dell’industria manifatturiera europea, soprattutto per i settori “energy intensive”.

Unica strada percorribile per la sopravvivenza è dotarsi di nuove strategie.

All’interno dell’industria manifatturiera, il cartario è tra i settori più “energy intensive”. Protagonista assoluto il gas naturale che rappresenta la parte più consistente della spesa energetica di questa industria. I dati Assocarta dicono che nel 2021 il consumo complessivo di gas delle cartiere italiane si è aggirato attorno ai 2,7 miliardi di metri cubi.

L’aumento vertiginoso del suo costo ha messo in crisi molte cartiere, tanto che diverse tra loro sono state costrette a sospendere o comunque a rallentare la produzione – il 30% della capacità produttiva cartaria, secondo un’indagine campionaria effettuata da Assocarta a marzo del 2022. Il peso del costo del gas sul fatturato del settore era aumentato già nel 2021 del 400% rispetto al 2020 (Figura 1), per poi peggiorare nel 2022.

1. Il costo del gas naturale è passato dai 10,4 euro/MWh del 2020 a 45,8 euro/MWh del 2021, con un aumento pari al 343%. Il grafico riporta i prezzi gas Italia al PSV (punto di scambio virtuale), dati in euro/MWh – elaborazioni Assocarta su dati Platts (fonte Assocarta)

Gas: la corsa più pazza del mondo

I dati che Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, ha riportato al convegno inaugurale di Miac 2022 parlano chiaro. «Si stima» dice «che nei primi nove mesi di quest’anno la bolletta del gas del settore cartario abbia superato di oltre il 95% quella dell’intero 2021, pari a oltre 1,3 miliardi di euro, cinque volte superiore a quella del 2020 – che è stata di 265 milioni di euro. Tra il 2020 e il 2022 l’incidenza sul fatturato del costo del gas è passata dal 4,2% al 47%». Un rincaro che, avverte Assocarta, rischia di mettere in crisi non solo le industrie produttrici di carta ma persino l’economia circolare del Paese, in quanto il gas è il vettore energetico usato proprio per riciclare la carta.

Dal 2020, il famigerato anno della pandemia da Covid-19, ci sono stati diversi fattori che hanno influito sul costo del gas: la ripresa economica, la siccità in America Latina e in Asia, i problemi legati alle attività manutentive. Tutto questo ha causato il primo rialzo dei prezzi post pandemia, con elevati livelli raggiunti dal costo del gas molto prima dell’invasione dell’Ucraina ad opera della Russia. Con la guerra c’è stato poi il venir meno delle forniture russe che ha fatto lievitare i prezzi. Il record lo si è registrato a marzo 2022 con i 126,6 euro/MWh.

In questo stato di cose e in base a quanto fanno ipotizzare i numeri del mercato – ha spiegato Antonio Michelon, direttore e office head Italy di Afry, durante il convegno Miac Energy 2022 – ciò che ci si deve aspettare è ancora un prezzo del gas a livelli molto elevati, senza dimenticare il rischio di un’ulteriore riduzione delle forniture di gas dalla Russia all’Europa (Figura 2).

2. Serie storica dei costi medi annui di gas naturale. Consegna gas al PSV (punto di scambio virtuale) – fonte Assocarta

Una dinamica dei prezzi fuori controllo che è stata la medesima per tutta Europa, tanto che per l’Italia il valore del differenziale di prezzo con gli altri Paesi europei ha assunto un peso meno significativo.

Se questo vale per il gas, vi è poi la questione energia elettrica (Figura 3). In Italia persiste una condizione di maggiori prezzi rispetto ad altri Paesi europei e lo stretto legame tra produzione di energia elettrica e utilizzo del gas a tale scopo ha fatto sì che, ad ogni euro al megawattora di aumento del gas, corrispondesse un aumento di 2 euro dell’elettricità. Questo, dice Michelon, è vero in tutti i Paesi in cui si faccia ricorso a tecnologie che utilizzano il gas per produrre energia elettrica.

3. Serie storica dei costi medi annui di energia elettrica. Prezzo dell’energia elettrica (PUN) registrato nella Borsa elettrica, trasporto, dispacciamento, oneri accessori e imposte esclusi – fonte Assocarta

I costi energetici nel loro complesso, che da sempre rappresentano circa il 30% dei costi operativi di produzione della carta, nelle attuali condizioni di mercato si avvicinano al 50%. Il drastico aumento dei costi dell’energia ora potrebbe falsare le dinamiche di mercato. I dati inoltre suggeriscono che in Europa tutti i produttori di carta sono esattamente nella medesima situazione, senza differenze tra un Paese e l’altro. Il prezzo che la Germania paga per il gas – prosegue il direttore di Afry – è il prezzo che paga anche l’Italia. Anzi a livello competitivo i produttori di carta italiani hanno un vantaggio in più, dovuto alle misure di efficientamento energetico che negli anni sono stati capaci di introdurre, proprio per fare fronte a costi energetici più elevati che altrove.

Un gas da “guerra fredda”

La bilancia tra domanda e offerta totale di gas in Italia negli ultimi anni si è assestata tra i 70 a 75 miliardi di metri cubi (bcm) annui. La Russia, prima dell’invasione dell’Ucraina, copriva il 40% di questa richiesta di gas, la stessa percentuale di copertura della domanda europea, spiega Michelon. Quindi il volume che arrivava in Europa dalla Russia prima della guerra variava tra i 150 e i 180 bcm.

Nel 2022, la disponibilità di gas russo è diminuita a causa della guerra in Ucraina: le importazioni in Italia – nei primi nove mesi dell’anno – si sono dimezzate rispetto allo stesso periodo del 2021, ma rappresentano ancora il 19% della fornitura totale, mantenendo quindi un ruolo chiave nell’approvvigionamento di gas del nostro Paese. Alla riduzione delle importazioni si è dovuto sopperire, da un lato, con un aumento della fornitura di gas dalla Norvegia e dall’Azerbaigian, dall’altro, incrementando anche la quantità di GNL, il gas naturale liquefatto.

Un cambiamento negli equilibri di mercato che ha interessato tutto il vecchio continente e che nei prossimi anni vedrà beneficiarne, tra gli altri, gli Stati Uniti d’America, un Paese che potrebbe diventare un forte concorrente dell’Europa anche in termini di produzione di carta e cartone.

Gli USA, ha spiegato Michelon, sono diventati negli ultimi dieci anni grandi produttori di gas grazie al “fracking” o fratturazione idraulica, la tecnica utilizzata per l’estrazione di gas naturale. È ipotizzabile ritenere che saranno proprio le forniture di gas a stelle e strisce a sostituire le russe quando queste verranno decurtate ulteriormente.

Il tema diventerà poi quello di una più ampia concorrenza, perché minore costo del gas e dell’energia in genere significa anche avere un più basso prezzo produttivo.

Ripensare alle strategie energetiche

Se le previsioni di un’ulteriore decurtazione o di un’interruzione totale delle importazioni dalla Russia dovessero avverarsi, lo scenario ipotizzato da Afry è di un nuovo assetto dell’approvvigionamento di gas, con però qualche difficoltà, soprattutto per l’Italia che, nonostante la diversificazione dell’approvvigionamento, è ancora dipendente dal gas russo. Potrebbe venirsi a creare uno squilibrio tra domanda e offerta di 10 miliardi di metri cubi. Questo, prosegue Michelon, costringerebbe il Paese a reperire l’equivalente di 10 bcm da altre fonti oppure a ridurre drasticamente i consumi.

Diventa quindi indispensabile che anche le imprese studino una nuova e lungimirante strategia di approvvigionamento energetico.

Intanto il Governo italiano – più espressamente il Mite (Ministero della transizione ecologica) con Roberto Cingolani, durante la legislatura Draghi – ha annunciato piani, da attuarsi nel periodo tra agosto 2022 e marzo 2023, che dovrebbero portare a un risparmio di 8,2 miliardi di metri cubi di gas. Circa 6,1 bcm verrebbero risparmiati nella distribuzione, vi sarebbe poi una riduzione di 2,1 bcm di elettricità prodotta da gas, utilizzando diversi combustibili: 1,8 bcm di gas sostituiti da carbone e petrolio, e 0,3 bcm da biocarburanti.

Mancherebbero da coprire ancora poco meno di 2 dei 10 miliardi di metri cubi di gap. Quest’ultima parte potrebbe essere recuperata operando tagli nel settore industriale.

Una condizione che deve fare pensare certo, ma che non deve preoccupare l’industria cartaria in modo specifico, afferma di direttore di Afry. I dettagli non sono stati ancora definiti, ma le ipotesi sono due: la scelta di riduzione uniforme della fornitura di gas a tutti i settori industriali oppure quella di riduzioni che tengano conto di alcuni parametri quali, per esempio, il numero di dipendenti per consumo di gas, quindi la capacità di un dato comparto di creare e mantenere occupazione, o ancora l’intensità del valore aggiunto economico della domanda di gas, in sostanza quanto PIL per metro cubo di energia utilizzata un settore è in grado di produrre. In ogni caso, sottolinea Michelon, l’industria cartaria e cartotecnica non sarebbe più a rischio rispetto ad altre industrie di vedere razionate le proprie forniture energetiche, considerando il PIL prodotto e l’indotto che muove, pur con un elevato consumo energetico.

Ancora una volta è una questione di strategia. Tutte le industrie “energy intensive” dovrebbero rivedere la propria strategia energetica e di decarbonizzazione, in grado di considerare le diverse sfide di breve, medio e lungo termine che si stanno profilando all’orizzonte.

Cosa aspettarsi

Inutile farsi illusioni, nei prossimi mesi la nostra industria sarà chiamata a operare in uno scenario in cui prezzi dell’energia saranno elevati, conclude Michelon. Sarà necessario rivedere la strategia di approvvigionamento, con una maggiore fermezza nel fissare un prezzo del gas che non sia libero o soggetto a eventuali ritocchi, implementare misure di efficientamento energetico, puntando al ricorso a combustibili e vettori differenti, come l’idrogeno, e alla realizzazione di impianti e macchine che siano progettati per consumare meno energia. Esistono tecnologie ideali per percorrere la strada della decarbonizzazione, tecnologie già disponibili che possono aiutare le imprese ad abbassare il consumo energetico. Dobbiamo implementare tutto questo.

L’immagine forte di un settore essenziale

Forte del valore dei propri prodotti, del livello delle proprie tecnologie e della capacità della propria filiera, il settore cartario italiano si conferma tra le eccellenze europee. Si scontra però con le difficoltà del momento e chiede, per superarle, interventi strutturali e politiche unitarie e condivise.

Con un tasso di riciclo del 85% la filiera italiana a cui il comparto cartario appartiene si riconferma un’eccellenza europea. L’Italia è, non a caso, il secondo Paese in Europa per produzione di carta e cartone, e per utilizzo di carta da riciclare; davanti a noi c’è solo la Germania (Figura 1).

1. La produzione mondiale di carte e cartoni nel 2021 – Composizioni %. Elaborazioni Cepi su dati Cepi, Risi, AF&PA, JPA, Pppc, Bracelpa (fonte Assocarta)

Nel 2021 la produzione nazionale di carte e cartoni ha superato i 9,6 milioni di tonnellate, in crescita del 12,5% rispetto all’anno precedente, mentre il fatturato si è attestato su 8,18 miliardi di euro con un +28,6% sul 2020, il valore più elevato in assoluto. Inoltre è stato calcolato che ogni minuto il comparto cartario italiano ricicli 12 tonnellate di carta e nel 2021 ne sono stati riciclati 6 milioni, 800 mila tonnellate in più rispetto al 2020 (Figura 2).

2. Le materie prime utilizzate dall’industria cartaria in Italia. Elaborazioni Assocarta su dati Istat e stime

Una filiera di valore, quindi, che per di più, rappresenta l’1,4% del PIL. Questi sono i numeri grazie ai quali Lorenzo Poli, presidente di Assocarta, al convegno inaugurale di Miac 2022, ha potuto esordire sottolineando l’immagine forte del settore, quella appunto «del secondo produttore europeo di carta». L’industria cartaria «è un bene nazionale» sostiene «che deve essere difeso proprio perché è una delle colonne portanti del sistema industriale e produttivo italiano».

Chi scende e chi sale

I dati di Assocarta dicono che il buon andamento del settore nel 2021 (Figura 3) è stato trainato principalmente dal comparto dell’imballaggio (+14,7%) e, in particolare, delle carte e cartoni destinati alla produzione di cartone ondulato (+17%), cresciute grazie allo sviluppo del commercio online ma anche alle nuove capacità che tra 2020 e 2021 sono entrate in attività. Un andamento positivo che si è confermato anche nel primo trimestre del 2022 (+4,5%), poi sensibilmente ridottosi in estate, con un -5,9% sui volumi registrato a luglio rispetto allo stesso periodo del 2021. Questa frenata ha portato il dato dei primi sette mesi dell’anno a una crescita modesta del settore, pari allo 0,3%. La produzione di carte e cartoni per imballaggio ha continuato però a guidare le dinamiche positive del settore, pur scendendo nel mese di luglio del 4%, mentre le carte e cartoni per cartone ondulato sono diminuite del 7,5%.

3. Il fatturato per comparti dell’industria cartaria italiana nel 2021. Stime Assocarta

Le carte per usi grafici con il loro +21,4% nel 2021 avevano fatto registrare un recupero, per quanto parziale considerando il -26,5% del 2020 sull’anno precedente e dovuto in parte all’effetto lockdown e in parte alla riconversione, a fine 2019, di un importante impianto destinato alla produzione di carte e cartoni per cartone ondulato. Nella prima parte del 2022 segnano invece una riduzione del 9,9%.

Nel 2021 il segno più ha interessato anche le altre specialità, con una crescita del 13,5% in ampia ripresa sui dati dei dodici mesi precedenti; per poi tornate con il segno meno nel 2022 con un calo del 17,4%.

E se la controtendenza nel 2021 si è registrata nella produzione di carte per usi igienico-sanitari, che aveva segnato un -3,6%, venendo però da un 2020 dove era cresciuto del 3,3%; il 2022 conferma un tissue in calo con un altro -3,6%.

Servono interventi strutturali

Numeri a parte, come risaputo il periodo è decisamente complicato e, sostiene Poli, è il momento in cui vanno prese decisioni importanti. Il Governo e il Parlamento nei mesi scorsi hanno approvato misure di emergenza, in attesa che si realizzino interventi più strutturali, e hanno fornito alle aziende energivore gli strumenti per affrontare la competizione internazionale – dalla riduzione degli oneri di sistema elettrici e gas ai crediti di imposta riconosciuti a parziale compensazione degli oneri sostenuti per l’acquisto di gas e per la componente elettrica –, nonostante le evidenti difficoltà dovute agli aumenti esponenziali dei costi energetici. Ora però occorre fare di più. «Adesso auspichiamo che dal Governo appena insediato ma, soprattutto, dall’Europa siano posti in essere cambiamenti strutturali, perché non si può andare avanti in emergenza». L’emergenza, dice Poli, si sta trasformando in una nuova realtà e occorre trovare un altrettanto nuovo equilibrio. Per fare questo servono strumenti strutturali che siano interni al Paese ma conformi all’Europa.

Senza dubbio poi «sono necessarie misure a livello europeo per ridurre i costi energetici ed evitare che un singolo Paese, come la Germania, adotti interventi a livello nazionale o introduca un cap a livello di singolo Stato, che modificano la competitività in Europa e minano la stessa Europa sotto il profilo economico e politico». Ambigue posizioni concorrenziali interne all’Unione sono situazioni che non possiamo permetterci, piuttosto occorre una forma di competizione compatta e di unità dell’Europa.

Il distretto della Lucchesia

La situazione che il settore sta vivendo a livello nazionale si rispecchia, in una dimensione inferiore ma parallela, sul principale distretto cartario d’Italia, quello di Lucca. Ne ha parlato, sempre all’apertura della fiera, Tiziano Pieretti, presidente della sezione Carta e cartotecnica di Confindustria Toscana Nord e vicepresidente di Assocarta. Quelli del distretto cartario sono dati importanti, ha ricordato. Si parla di un numero elevato di aziende e di addetti: 88 imprese che rappresentano la meccanica cartaria, accanto alle quali si contano centinaia di aziende – 243, stando ai dati aggiornati a settembre 2022 – del comparto carta e cartotecnica, che occupano 7.582 persone.

Il distretto rispecchia il settore nel suo insieme sia come conformazione sia come andamento. «È caratterizzato da tre macro aree: la produzione di carta per uso igienico sanitario, quella di carta per il packaging e la meccanica. Il distretto rappresenta per il settore del packaging il 40% del volume nazionale, mentre per quanto riguarda il comparto tissue arriva a rappresentare il 60%».

Anche nei numeri che ne delineano l’andamento economico vi è un allineamento con il settore nel suo complesso. «I primi sei mesi dell’anno nel distretto abbiamo registrato un +1,1% di produzione di carta e un +5% per il comparto delle macchine». Nel ciclo economico dell’ultimo anno e mezzo circa, è il comparto del packaging ad avere avuto un’accelerazione particolarmente elevata, legata in particolare al fatto che molti prodotti – non solo del settore cartario – si siano completamente convertiti al riciclo.

Al momento, ricorda ancora Pieretti, «il 30% della carta prodotta viene esportata» soprattutto – dicono i dati del 2021 – in Europa, con la Francia come primo mercato al 22%, «mentre della meccanica viene esportato il 65%, anche se annoveriamo al nostro interno aziende che esportano addirittura al 90% della propria produzione», in questo caso i mercati di riferimento sono Europa (52%), America (27%), Asia (13%), Africa (5%) con gli Stati Uniti come primo Paese di destinazione che importa il 17% della produzione di meccanica cartaria del distretto.

Insicurezza energetica e valore tecnologico

Di allineamento si parla anche in termini di problematiche. «Il distretto cartario di Lucca non sfugge, naturalmente, ai gravi problemi che stanno affliggendo il settore a livello italiano» spiega Pieretti. «Attualmente quello dell’energia è il problema di gran lunga più serio che stiamo affrontando, un problema grave per i suoi potenziali effetti anche a medio termine. Perdere competitività e quote di mercato rispetto ai nostri concorrenti esteri significa imboccare una strada che difficilmente potrebbe essere reversibile anche quando, in un tempo che speriamo non sia troppo lontano, la situazione si sarà normalizzata. L’aggravio sui prezzi non può superare un certo livello: se accadrà questo, per gli acquirenti diventerà conveniente ricorrere a forniture provenienti da Paesi che fino a ieri erano impensabili, data l’incidenza dei costi di trasporto. Sono equilibri complessi che incidono su flussi commerciali importanti».

L’energia rimane comunque il problema principale del settore. «Il forte impatto dei costi energetici sull’economia italiana sta minando, alla base, anche l’economia circolare, oltre che aprire il mercato domestico al dumping ambientale con l’arrivo sul territorio europeo e italiano di prodotti cartari che costano meno a livello energetico ma soprattutto ambientale» ha aggiunto Poli. Non solo «alcuni impianti cartari, in questo momento, sono fermi e altri stanno considerando di farlo a motivo del caro energia. Ma tale situazione, oltre che fermare la produzione, porterebbe anche al collasso della gestione della raccolta della carta che, non potendo più essere utilizzata in cartiera, richiederà ulteriori costi per la sua gestione e stoccaggio. Una situazione di emergenza rilevata anche dal primo riciclatore di cartaceo in Europa, la Germania, che potrebbe impattare sul nostro sistema industriale e sociale richiedendo un intervento immediato delle autorità competenti».

L’energia è sempre stato un problema per le cartiere, un fattore chiave e uno dei costi principali, «per tale ragione» ha proseguito Poli «abbiamo sempre coltivato il risparmio energetico e l’evoluzione tecnologica». Quella della carta, dice, non è solo un’industria “energy intensive” ma anche “energy extensive”, che fonda da sempre la propria competitività sull’evoluzione tecnologica. «Su questo» dice il presidente di Assocarta «ci dobbiamo concentrare». La politica energetica italiana ha finito sempre per sacrificare le imprese italiane nella competizione con le altre nazioni europee e questa condizione ha spinto l’industria del Paese a sviluppare prima e meglio di altri tecnologie per l’efficientamento e il risparmio energetici; un esempio su tutti è la cogenerazione.

La competizione quindi, anche quella extra-europea, che può fare temere le imprese italiane è una mera questione di costi dell’energia.

Occorrono misure strutturali. In questo il settore ha lavorato a stretto contatto con la politica anche per la strutturazione di strumenti, come l’“electricity release” e il “gas release”.

Le risorse non sfruttate

L’industria intanto non resta ferma. «I settori energivori, come quello cartario, stanno adottando delle strategie per affrontare i temi della decarbonizzazione e dei costi energetici, spingendo sugli investimenti e utilizzo di biometano e bioliquidi. Ma stiamo puntando anche sull’elettricità verde e sulle Comunità Energetiche Industriali» ha aggiunto il presidente di Assocarta. È necessario supportare investimenti tecnologici che porteranno all’utilizzazione di idrogeno e di tutte le tecnologie che guardano avanti, ma si dovrebbe anche creare un canale preferenziale per i sistemi che portano alla termovalorizzazione degli scarti di produzione, così come già avviene nel resto d’Europa. Secondo i dati Assocarta, l’utilizzo termico dello scarto pulper prodotto in Italia consentirebbe di quasi dimezzare il consumo di metano per le cartiere del comparto, rendendo il settore ancora più competitivo.

«Il processo che le amministrazioni nazionali, regionali e locali dovrebbero fare è semplicemente un accertamento del rispetto delle norme nella realizzazione degli impianti» ha aggiunto Pieretti. «Gli imprenditori non hanno mai proposto un impianto che non rispettasse le norme. La preclusione di certe tecnologie, già applicate in Europa, non aiuta, soprattutto in un momento in cui fare è diventato estremamente importante e urgente».

È essenziale poter avere più soluzioni per la produzione di fonti alternative di energia, realizzate con le migliori tecnologie già disponibili, e poter applicare le migliori tecniche di pirolisi, di gassificazione, di trasformazione al syngas. Ci sono infinità di tecnologie, ma che su una parte di queste sia dato un diniego aprioristico non aiuta.

Inoltre occorre intervenire sulle autorizzazioni per gli impianti per le energie rinnovabili che sono ancora lunghe e faticose da espletare, così come puntare alla realizzazione di comunità energetiche. «Un provvedimento a costo zero» dice in ultimo Pieretti «che porterebbe benefici significativi».

Decarbonizzazione, un programma per il clima

Individuare le azioni da compiere per fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici e ridurre l’impatto che le proprie attività hanno sul pianeta, preparandosi a un futuro diverso ma possibile. Un noto fornitore ha approntato il proprio percorso verso la decarbonizzazione. E la parola d’ordine è: filiera.

Nell’ambito delle iniziative di contrasto ai cambiamenti climatici che i diversi Paesi stanno mettendo in campo, anche a livello globale, ci sono azioni concrete che l’industria può e deve perseguire. Valmet è tra le realtà che si stanno già muovendo in questo senso. L’azienda si è data target interni molto precisi e ha stilato un dettagliato e ambizioso programma per il clima, volto alla riduzione delle proprie emissioni di CO2.

Visione d’insieme

Lanciato nel marzo del 2021 il nuovo programma per il clima di Valmet si intitola “Forward to a carbon neutral future” ed è stato stilato in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con l’Accordo di Parigi – stipulato durante la Cop 21 del 2015 – che si sono prefissi di contenere l’aumento della temperatura globale a un massimo di 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali.

Nel corso dell’ultimo decennio l’approccio al tema della sostenibilità è fortemente cambiato, «si è assistito allo sviluppo di un concetto di sostenibilità culturale che è passata dal considerare la sicurezza nelle operazioni fino alla gestione ambientale all’interno delle attività operative» afferma Laura Puustjärvi, head of Sustainability di Valmet che ha presentato il programma della multinazionale finlandese al Congresso Aticelca 2022. «Un concetto che si è evoluto e oggi si parla di sostenibilità come approccio olistico che copre tutti i diversi aspetti dalla catena del valore delle imprese, non più soltanto le attività operative dell’azienda ma anche come queste attività e persino le catene di fornitura sono gestite. E ancora come sono affrontati gli eventuali aspetti negativi che, dal punto di vista sociale e ambientale, vengono a crearsi nella realizzazione dei servizi, dei prodotti e di qualunque cosa si fornisca».

Nell’ambito di questo più generale approccio, l’obiettivo è permettere il conseguimento di un processo di produzione della carta che sia totalmente decarbonizzato.

Una transizione studiata

«Il cambiamento climatico e il riscaldamento globale hanno un impatto fortissimo sulle attività operative delle aziende e su come le stesse fanno business» prosegue Puustjärvi. «Puntano a introdurre il controllo dell’impronta del carbonio, trasformando quindi produzione e cicli produttivi molto rapidamente, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili, aumentando l’efficientamento energetico e spingendosi sempre di più verso fonti energetiche “CO2 free”. Nella nostra azienda riteniamo che la tecnologia sia fondamentale in questa fase di transizione». Il programma sul clima “Forward to a carbon neutral future” ha quindi lo scopo di spingere la transizione verde non solo nelle attività operative interne ma anche presso collaboratori e fornitori – sono oltre 20 mila in più di 50 Paesi nel mondo – e aziende clienti.

L’approccio adottato è di tipo scientifico. L’intero programma, spiega la responsabile, è fondato su dati e analisi dati, con target validati anche da enti indipendenti che mirano a ridurre le emissioni lungo tutta la catena di fornitura. L’elemento fondamentale, però, è il raggiungimento della riduzione delle emissioni di CO2 senza il ricorso alla compensazione.

Carbon neutral: esigenza di mercato e normativa

Ci si muove sul filo sottile che separa rischio e opportunità. L’esigenza di rispettare target di sostenibilità ambientale e di transizione verde rappresenta per il settore cartario sia una sfida che una grande opportunità di business.

I driver principali della transizione verde provengono da diversi fronti. Innanzitutto i portatori di interesse ovvero la comunità finanziaria, le banche, gli investitori e gli analisti che stanno facendo pressione affinché le aziende possano presentare la propria storia ESG (environmental, social and governance). Target climatici e di riduzione delle emissioni di CO2 sono sempre più presenti anche negli accordi che si stipulano con le banche, «stanno davvero diventando la norma» dice Puustjärvi «e consentono di ottenere margini migliori».

Non solo, anche i consumatori esigono prodotti che abbiano un’impronta ambientale ridotta, «richiedono prodotti carbon neutral e noi in questo settore siamo pronti a dare loro quello che vogliono». Diverse ricerche di mercano mostrano come i consumatori, soprattutto nel nord Europa, siano disposti persino ad accettare maggiorazioni di costo per avere questo tipo di prodotti, di conseguenza «anche i nostri diretti clienti nei Paesi nordici sono disponibili a pagare un po’ di più per assicurarsi da noi che le tecnologie che gli forniamo siano davvero carbon neutral. Abbiamo clienti che non comprano nulla che utilizzi energie fossili». Una transizione cominciata negli ultimi anni.

Ma i driver sono anche il prezzo della tonnellata di CO2: «quando arriva vicino ai 100 euro per tonnellata, ridurre la dipendenza dal combustibile fossile diventa opportuno».

Anche dal punto di vista normativo si stanno articolando principi e raccomandazioni più strutturate che sono orientate alla sostenibilità delle aziende e che ora diventano dei regolamenti nazionali a cui ottemperare. «L’Europa è molto unita nell’affrontare il problema del cambiamento climatico e del riscaldamento ambientale» ricorda Puustjärvi. «In Finlandia abbiamo l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2035, in Svezia c’è un target simile, l’Unione Europea in generale ha il target di diventare carbon neutral entro il 2050. L’Italia pianifica di ridurre le emissioni di CO2 del 33% entro 2030 con 80 miliardi di euro di fondi dell’Unione Europea per supportare questa transizione». Dunque un processo in corso praticamente in tutti i Paesi europei.

Le aziende devono capire cosa fare per poter operare concretamente questa transizione e fare la loro parte.

Obiettivi concreti e soluzioni possibili

Il programma climatico “Forward to a carbon neutral future” che Valmet si è data fissa obiettivi per l’intera sua catena del valore, incluse le sue operazioni e attività, la catena di approvvigionamento e la fase di utilizzo delle proprie tecnologie. L’intenzione è di raggiungere una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 nelle proprie attività e del 20% nella catena di approvvigionamento entro il 2030, rispetto ai valori di riferimento che sono quelli dell’anno 2019. Nell’utilizzo delle proprie tecnologie, l’azienda punta al raggiungimento di un ulteriore taglio del 20% dei consumi energetici rispetto all’attuale portafoglio tecnologico.

«Valutiamo ogni aspetto, da produzione e trasporto dei componenti che utilizziamo a come li lavoriamo e, ancora, al modo con cui li trasportiamo nuovamente verso i nostri clienti, fino a come questi usano le nostre soluzioni». È stato calcolato, spiega la responsabile, che circa il 95% dell’intera impronta della catena di valore sia prodotto proprio nella fase di utilizzo delle tecnologie, per tale ragione diventa fondamentale continuare a investire in ricerca e sviluppo, «ed è quello che stiamo facendo» dice. Nel 2021 Valmet ha investito 98 milioni di euro in R&S, per realizzare nuovi prodotti e tecnologie, per sviluppare l’offerta esistente affinché possa diventare più efficiente in termini di consumo di energia e di acqua, e per ridurre la propria impronta di carbonio. L’azienda ha lanciato anche “Beyond Circularity”, un nuovo programma che investe ulteriori 40 milioni di euro per la transizione verde e la riduzione dell’impronta ambientale. «Ciò che vogliamo fare è creare un ecosistema, stringendo partnership che permettano questa transizione per tutta l’industria e per tutto il settore». L’obiettivo finale, aggiunge, è consentire processi di produzione di carta e cartone che siano al 100% carbon neutral entro il 2030, «sviluppando nuove tecnologie ma anche facendo affidamento su quelle che già abbiamo e sulle quali stiamo lavorando proprio per permettere questo cambiamento a partire da oggi».

Intervenire sulla catena del valore

Oltre a rendere più efficienti le parti del processo cartario più impattanti – in primis la sezione asciugatura che, ricorda Puustjärvi, rappresenta la parte più energivora di tutto il ciclo di produzione della carta, assorbendo circa l’83% della richiesta energetica complessiva –, Valmet ha studiato soluzioni per tutta la catena produttiva.

«Vogliamo ridurre le emissioni nella nostra catena di fornitura del 20% utilizzando acciaio riciclato al posto dell’acciaio primario che determina il 90% in più di impatto di CO2 rispetto al riciclato».

Inoltre, prosegue, «tra i 20mila fornitori a cui ci rivolgiamo, abbiamo anche identificato i “top fifty” che sono i principali fornitori e abbiamo calcolato le emissioni della catena del valore degli ultimi 10 anni. Impegnando questi fornitori a ridurre le proprie emissioni, anche noi saremo in grado di ridurre ulteriormente il nostro impatto».

Lo stesso è stato fatto sul fronte logistica. «Anche nel segmento dei trasporti stiamo consolidando e pianificando meglio la nostra quota di spesa verso fornitori che già oggi ci forniscono trasporti “low carbon”, utilizzando per esempio flotte che ricorrono a fonti rinnovabili.

Abbiamo in progetto anche di efficientare ulteriormente l’energia nelle nostre sedi, sostituendo nelle nostre operazioni le fonti fossili con energie rinnovabili, per ridurre così le emissioni dell’80% entro il 2030. Infine ci curiamo anche di come le persone si recano sul posto di lavoro quotidianamente, se usano macchine ibride, il trasporto pubblico oppure auto elettriche; siamo in grado di supportare i nostri dipendenti perché anche loro possono ridurre le proprie emissioni mentre si recano al lavoro».

Nessuno sa come sarà il mondo in termini energetici nel 2030, come avverrà la transizione verde e quali saranno in futuro le soluzioni disponibili, «per questa ragione» conclude Puustjärvi «dobbiamo tenere sotto controllo la situazione e capire come muoverci».

SKF, politiche virtuose di manutenzione

Le sfide del manifatturiero si affrontano con una strategia manutentiva che si avvalga di pratiche efficaci, tecnologie e know-how dei fornitori. Scopriamo come “rigenerare” garantisca impatti economici e ambientali notevoli.

Avere processi produttivi che siano più efficienti e che sappiano guardare ai temi della sostenibilità è importante per ogni impresa. A maggior ragione in un periodo come l’attuale in cui questioni quali i prezzi delle materie prime, dell’energia e il livello di un’inflazione crescente passano dall’essere delicati a cruciali.

Per poter progettare e applicare una politica interna che consenta di raggiungere obiettivi di efficientamento e di sostenibilità dei processi bisogna strutturare una strategia mirata che sia però, anche, strategia manutentiva.

Ne ha parlato al Congresso Aticelca 2022 Pierluigi Prete, key account manager and P&P industry leader di SKF Industrie.

«Vogliamo rendere le sfide delle aziende le nostre sfide, e vogliamo essere misurati per questo» Pierluigi Prete, key account manager and P&P industry leader di SKF Industrie

Gli asset e il ciclo di vita delle macchine

La strategia manutentiva di un’azienda per essere efficace deve avvalersi di una serie di elementi «pratiche efficaci, tecnologie opportune e deve attingere a piene mani al know-how che posseggono i produttori delle macchine, gli utilizzatori delle stesse e i fornitori». In tal senso, spiega Prete, SKF ha creato programmi strutturati volti al miglioramento delle performance dell’impianto e dei processi produttivi in generale. La modalità di intervento si esplica in tre step: effettuare un’analisi delle esigenze delle aziende e misurarle, studiare soluzioni apposite, impostare una manutenzione strutturata.

I primi elementi da considerare quando si punta all’efficientamento di un processo produttivo sono gli asset, ovvero gli impianti.

Nella valutazione di dove e come intervenire vanno analizzati tutti gli elementi che intervengono nel ciclo di vita di un macchinario: «si guarda alla gestione e alla lubrificazione, a come viene effettuata e a come può essere migliorata; si verifica se esista una diagnostica, se ci sia l’acquisizione del dato e se quel dato sia interpretato correttamente». Un aspetto quest’ultimo molto importante in quanto, grazie a tale interpretazione, possono essere fornite ai team di manutenzione le indicazioni per poter intervenire in maniera tempestiva. «Si guarda però anche ad altri elementi quali, per esempio, l’apporto dell’ingegneria delle applicazioni e degli uffici tecnici, e la capacità di reazione della supply chain». Ma si deve prendere in considerazione anche a un’altra possibilità, utilizzare un tipo di pratica che Prete definisce “virtuosa” e che punta al riutilizzo dei materiali: il ricondizionamento.

Rigenerare e ricondizionare

SKF, in questo ambito, ha implementato due nuovi programmi: ReconOil, per la rigenerazione degli oli industriali, e SKF Bearing ReMan, per il ricondizionamento dei cuscinetti (Figura 1).

1. Pratiche virtuose nell’ambito dell’economia circolare

Il primo, afferma Prete, è un servizio che permette la rigenerazione dell’olio industriale. «Nell’utilizzo lineare dell’olio normalmente sono evidenti tre step» spiega. «L’olio usato in macchina è sottoposto innanzitutto a una certa degradazione che avviene per contaminazione oppure per ossidazione o, ancora, per il consumo degli additivi all’interno dell’olio stesso, che sono gli elementi che ne assicurano la funzionalità. In caso di degradazione ovviamente occorre intervenire con una sostituzione. Già in questa fase si verifica un impatto dal punto di vista economico, legato ai costi di approvvigionamento dell’olio, ma anche alla capacità produttiva del processo. Alla sostituzione segue la fase di smaltimento, per la quale, oltre all’impatto ambientale che si genera, l’azienda deve affrontare dei costi».

La soluzione proposta da SKF permette di eliminare tutte queste incombenze, rigenerando l’olio e dandogli quindi una nuova vita. La rigenerazione avviene attraverso un processo di filtraggio innovativo: RecondOil. Il processo è strutturato in tre fasi: la prima di miscelazione, la seconda di decantazione e l’ultima fase di separazione e filtrazione fine. «Il sistema interviene con un doppio concetto di filtrazione: meccanica e chimica. All’interno dell’olio usato viene aggiunto un booster ovvero una sostanza che crea aggregati di particolato e di prodotti di ossidazione, questi aggregati subiscono un fenomeno di coalescenza in cui si legano l’uno all’altro e creano una serie di piccole gocce che, per decantazione, vanno a fondo del serbatoio. Terminato questo processo di natura chimica, che è impostato in base alla viscosità dell’olio e al suo livello di contaminazione, inizia una filtrazione di natura meccanica. L’olio decantato è portato in un altro serbatoio a cui è aggiunta una polvere di cellulosa che viene omogeneizzata con l’olio. A questo punto l’olio viene fatto passare attraverso una superficie ricoperta da un foglio di carta sul quale, per effetto della polvere di cellulosa, si crea una sorta di letto filtrante. In questo modo anche i residui di booster o di particolato che non erano riusciti a decantare precedentemente riescono a essere eliminati».

In termini pratici significa ottenere vantaggi degni di nota, sia dal punto di vista della riduzione dei costi sia da quello dell’impatto ambientale. A tale proposito Prete riporta i dati di un’analisi di LCA condotta da un istituto indipendente di ricerca ambientale svedese: lo studio ha rilevato che utilizzare un litro di olio con un approccio lineare genera circa 3.800 kg di CO2 equivalente, l’utilizzo invece di questi sistemi riesce ad abbassare il livello di emissioni del 96% circa.

La soluzione in un Box

Tra le soluzioni di SKF, nelle realtà di processo come quella del settore cartario trova maggiore impiego RecondOil Box (Figura 2).

2. Il sistema RecondOil Box di SKF Industrie

Si tratta di un sistema montato a bordo macchina che permette di eliminare dall’olio le microparticelle e le nanoparticelle (Figura 3).

3. Montato a bordo macchina, RecondOil Box è in grado di eliminare micro e nanoparticelle dall’olio

«Può dare grandi vantaggi, per esempio, nell’area delle seccherie in cui i cuscinetti dei cilindri sono lubrificati ad olio. La lubrificazione di un cuscinetto» spiega Prete « crea un velo di olio con uno spessore massimo di mezzo micron, che separa i corpi volventi e le piste. Avere quindi particelle di dimensioni macrometriche crea sfaldature e successive fratture dei cuscinetti. Mentre le nanoparticelle fungono da catalizzatore per l’ossidazione dell’olio, favorendola, per cui si genera un aumento della viscosità dell’olio e si formano lacche e sedimenti che possono ostruire i dotti di lubrificazione. Una condizione che può portare al guasto del cuscinetto e del sistema di lubrificazione. Avere un olio che è costantemente rigenerato dal sistema montato a bordo macchina permette, quindi, di avere una minore usura dei componenti» (Figura 4).

4. Tecnologie tradizionali confrontate con il processo DST (Double Separation Technology) di SKF

L’utilizzo circolare dell’olio – ovvero la sua rigenerazione – rispetto a un utilizzo lineare dunque comporta vantaggi in termini sia di costi operativi dell’impianto sia di impatto ambientale, con meno emissioni e meno smaltimento, e infine può generare un vantaggio sull’efficacia del processo produttivo (OEE, overall equipment effectiveness). Meno guasti significa avere anche meno fermi, meno interventi manutentivi e un incremento della vita utile dei componenti con una riduzione degli investimenti per l’acquisto di nuovi.

Ricondizionare i cuscinetti

Altro servizio offerto alle imprese è SKF Bearing ReMan, il ricondizionamento dei cuscinetti. Una pratica che permette di allungare la vita operativa del cuscinetto e di avere un rimando, ancora una volta, sui costi operativi. Un impatto, prosegue Prete, che sarà maggiore a seconda del tipo di cuscinetto con cui si avrà a che fare. «Se parliamo di un cuscinetto di dimensioni importanti per un monolucido piuttosto che per una shoe press, considerando che il prezzo di un ricondizionato è circa il 50 o 60% rispetto a quello di un cuscinetto nuovo, è chiaro quale sia l’impatto dal punto di vista dei costi operativi». Ma non è solo una questione di risparmio, «il ricondizionamento del cuscinetto è anche un valido strumento di indagine e di interpretazione delle eventuali anomalie di funzionamento della macchina. I carichi passano attraverso questi elementi quindi opriamo un’analisi dalle tracce di lavoro del cuscinetto e riusciamo a capire se ci sia qualche problematica di funzionamento del macchinario». Questo consente agli ingegneri di SKF di collaborare con i team di manutenzione delle imprese per risolvere poi tali problematiche.

Anche il ricondizionamento si sviluppa in più fasi: all’analisi, con un’ispezione visiva e verifica del magnetismo residuo, seguono una classificazione secondo la ISO 15243:2017 dei danneggiamenti che sono occorsi al cuscinetto e la redazione di un report che viene consegnato all’azienda cliente la quale deciderà, in base alle informazioni ricevute, se proseguire o meno con la pratica (Figura 5).

5. Gli esperti analisti di SKF esaminano i cuscinetti e definiscono il processo di ricondizionamento più appropriato per ripristinarne le condizioni di efficienza operativa

Se il cliente accetta si passa alla fase di ricondizionamento: ne esistono di diversi livelli in base alla necessità che alcuni componenti debbano essere rilavorati piuttosto che sostituiti (Figura 6).

6. I cuscinetti sono inviati a SKF per essere rigenerati e restituiti come nuovi

Terminato questo processo, il cuscinetto viene rimontato e misurato in tutte le sue componenti. In ultimo, ottiene una marcatura che gli consente di avere una tracciabilità unica, viene indicata la zona di carico potenzialmente migliore con la quale debba essere rimontato in macchina e viene effettuata un’ispezione finale a termine della quale viene redatto un certificato. Il documento garantisce il rigenerato come pienamente conforme a un cuscinetto nuovo e riporta la stima precisa e puntuale del risparmio in termini di emissioni che la pratica ha consentito di ottenere rispetto all’acquisto di un nuovo cuscinetto. Un elemento che, sottolinea Prete, può essere utilizzato dall’azienda cliente per dimostrare il proprio impegno nella riduzione delle emissioni indirette.

Anche il ricondizionamento, infine, ha un impatto ambientale notevole, «si stima che ricondizionare un cuscinetto porti a un risparmio in termini di emissioni di circa il 90%. Non solo, si è calcolato un utilizzo di energia che è tra il 60 e il 95% in meno rispetto alla produzione di uno nuovo cuscinetto, generando, oltretutto, anche una produzione inferiore di scarti». E Prete riporta un esempio concreto, «un cuscinetto che trova impiego, molto frequentemente, negli impianti di produzione della carta è il 230/630, dal quale ricondizionamento si riescono a risparmiare circa 957 kg di CO2».

Senza dubbio le sfide del settore manifatturiero sono tante, dice in ultimo l’ingegnere, «ciò che ci proponiamo di fare come SKF è di collaborare con le imprese nella definizione di una strategia manutentiva, dando indicazioni, condividendo il nostro know-how e fornendo soluzioni tecnologiche e pratiche virtuose».

 

Articolo tratto da Industria della carta, ottobre 2022

Il riciclo della carta e le microplastiche

Le microplastiche, piccole e leggere, sono ubiquitarie e si trovano in tutte le fonti terrestri, atmosferiche e idriche, impattando negativamente su ambiente e salute umana. Qual è l’apporto dei prodotti cartari da questo punto di vista? Uno studio preliminare di Innovhub SSI ha cercato di indagare su questi aspetti.

Definite nel 2019 da Echa – l’Agenzia europea per le sostanze chimiche – come particelle solide con dimensioni micrometriche e contenenti polimeri a cui possono essere stati aggiunti o meno degli additivi, le microplastiche sono caratterizzate dall’essere persistenti nell’ambiente, in quanto non biodegradabili, e sono suscettibili di ulteriori degradazioni fino a dimensioni nanometriche. Possono essere, inoltre, facilmente ingeribili dalla fauna ittica e terrestre, quindi trasferibili attraverso la catena alimentare.

Costituiscono dunque un pericolo per l’uomo e considerare la loro presenza o il loro possibile trasferimento attraverso i prodotti è una preoccupazione che deve interessare anche il settore cartario.

Innovhub SSI ha presentato al Congresso Aticelca 2022 uno studio preliminare condotto presso i propri laboratori sulla presenza delle microplastiche nei prodotti cartari e sul loro potenziale rilascio da parte di componenti polimerici presenti nei prodotti durante il processo di riciclo.

Le microplastiche e i settori produttivi

Le microplastiche possono essere suddivise in due grandi categorie: primarie e secondarie. «Le primarie sono progettate con una funzionalità specifica per essere introdotte in prodotti commerciali, per esempio le microbits nei prodotti esfolianti cosmetici. Mentre le secondarie si generano dal deterioramento di plastiche di grandi dimensioni oppure da tessuti sintetici, con processi di deterioramento di diversa natura: per irradiazione di luce ultravioletta, abrasione fisico-meccanica o per via termica». A spiegare questa differenza è Alessia Aprea, ricercatrice senior Area Seta-tessile di Innovhub SSI, che spiega come il settore produttivo che principalmente impatta sul rilascio di microplastiche nell’ambiente sia quello dei tessili sintetici, il quale è stato calcolato produca il 35% di tutte le microplastiche rinvenute fino a ora negli oceani. Per quanto riguarda il settore cartario, invece, non esiste uno studio sistematico che dia una percentuale precisa di quanto sia il rilascio.

Il problema è l’impatto delle microplastiche su ambiente e salute umana, «avviene per due tipologie di danni, diretti e indiretti» afferma la ricercatrice, «i danni diretti derivano dall’ingestione delle microplastiche; mentre gli effetti indiretti sono dovuti a tossicità per eventuale presenza di microinquinanti come additivi per fluorurati, interferenti endocrini o inquinanti organici persistenti, inoltre le microplastiche possono agire – sempre per via indiretta – come vettori di virus e batteri. Si stima che vengano ingerite dall’uomo circa 11mila particelle all’anno».

Le norme

Dal punto di vista della legge, ad oggi non esiste una normativa specifica sulle microplastiche; «concernente a questo argomento, c’è la normativa europea recepita in Italia con il decreto legge 196/2021 che riguarda la limitazione nell’uso delle plastiche monouso e che ipotizza che il limitare la produzione di macroplastiche possa ridurre il rischio di rilascio di microplastiche secondarie. La legislazione europea, sempre attraverso Echa, sta promuovendo intanto l’introduzione della restrizione dell’utilizzo intenzionale, quindi di microplastiche primarie intenzionalmente aggiunte nei prodotti». La previsione, spiega Aprea, è che la legge possa entrare in vigore nella seconda metà del 2022 e «prevederà una serie di restrizioni all’immissione di microplastiche, da sole o in miscele, all’interno di prodotti commercialmente utilizzati. Inoltre sono previsti anche obblighi di fornire istruzioni per l’uso e lo smaltimento, e l’obbligo di monitoraggio dell’efficacia di queste istruzioni, proprio per contribuire alla riduzione del rischio di rilascio di microparticelle». Saranno previsti ovviamente dei periodi di transizione, precisa Aprea, in modo che ogni azienda abbia la possibilità di adeguarsi a quanto stabilito. «Le limitazioni prevedono un uso intenzionale con concentrazione non superiore allo 0,01% in peso di particelle con un raggio dimensionale compreso tra 1 nm e 5 mm, e di microfibre comprese tra 3 nm e 15 mm. Non verranno considerate microplastiche i polimeri naturali, sempre che non abbiano subito alcuna modificazione chimica se non l’idrolisi, i polimeri biodegradabili e polimeri con solubilità in acqua maggiore di 2 g/l. Ovviamente sono previsti dei prodotti in deroga: quelli per cui non si ritiene ci sia un effettivo rilascio nell’ambiente di microplastiche; i prodotti o settori già regolamentati da altre normative; oppure nel caso in cui l’impatto socio-economico nell’introdurre la limitazione sarebbe troppo gravoso per le aziende o il settore produttivo».

Il momento delle analisi

Come determinare quindi la presenza e il rilascio di microplastiche? Anche in questo caso il problema è la mancanza di un metodo ufficiale standardizzato. «Ci sono linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità e diversi tavoli a livello degli standard ISO e CEN che riguardano principalmente la determinazione delle microplastiche, sia qualitativa che quantitativa, però soprattutto nel settore tessile che, come detto, è uno dei settori maggiormente coinvolti in questa problematica» precisa Aprea e spiega che quello di analisi delle microplastiche è un processo multistep. Nello specifico prevede: una preparazione del campione, un’estrazione successiva e purificazione attraverso diverse tecniche – che vanno adattate alla tipologia di campione –, una filtrazione su appositi filtri e l’identificazione e quantificazione delle particelle polimeriche. «Queste sono tutte le tecniche analitiche utilizzate, per quanto siano state indicate come migliori tecniche la microscopia infrarossa e la microscopia Raman, perché consentono di analizzare le particelle da un punto di vista sia morfologico sia di caratterizzazione chimica».

Innovhub si è dotata del microscopio infrarosso con cui ha effettuato le prime analisi di microplastiche, iniziando a valutare anche campioni provenienti dal mondo della carta.

Le microplastiche nel settore carta

Si è detto che le microplastiche sono contaminanti ubiquitari, quindi come tali è ragionevole e probabile che possano entrare anche nel processo cartario. «In realtà la potenziale immissione all’interno di questo processo può avvenire da moltissime fonti» spiega Graziano Elegir, responsabile Area Carta/Seta-tessile di Innovhub SSI, «dall’acqua in entrata, dalle impurezze della materia prima, fino ad arrivare alla logistica e ai macchinari, e persino a microplastiche potenzialmente presenti in additivi chimici o derivanti dalla frammentazione di prodotti multimateriali o di coating di natura sintetica durante il processo di riciclo». Tutte queste potenziali fonti possono generare un accumulo all’interno del processo produttivo e un possibile rilascio non intenzionale, «in tutti questi casi quindi si deve parlare di microplastiche secondarie ovvero non intenzionalmente immesse. Inoltre il rilascio può essere in aria, acqua, ma anche presente in scarti e fanghi di processo». Al momento non è dato capire se tutto questo costituisca un serio problema per il settore cartario, per il quale, spiega Elegir, ci sono ancora pochi dati, «esiste una stima abbastanza recente dell’istituto finlandese VTT – Technical research centre of Finland – che parla di un rilascio da parte dei processi inferiore al 2%; numeri molto più bassi rispetto a quanto presente in altri settori». Una problematica che però sarà sempre più di interesse è il rilascio di microplastiche dal prodotto finito.

Da questo punto di vista, vi sono due punti importanti da considerare: un potenziale rilascio di microplastiche nel contatto alimenti e un rilascio nei processi di compostaggio da prodotti a base carta ma multimateriali, per esempio quelli con una laminazione in plastica. «Questo è un aspetto abbastanza critico» dice Elegir «che andrà studiato molto bene. Negli impianti di compostaggio si ha una disintegrazione del materiale e quindi, a seguito della frammentazione e biodegradazione della parte carta, resta la problematica di cosa accada alla parte plastica che può subire delle modificazioni meccaniche, ovvero una parziale degradazione, e portare a un rilascio non intenzionale all’interno del compost che è poi utilizzato come ammendante nel suolo. Un problema dunque da monitorare». In teoria, precisa il responsabile, negli impianti di compostaggio dovrebbero entrare solo le carte accoppiate con polimeri biodegradabili, ma purtroppo non è così.

Altra problematica è rappresentata dai prodotti chimici: nel settore carta se ne utilizzano molti, per quanto una larga parte di tali polimeri è solubile in acqua e non è solida.

Lo studio prelimilare

Lo studio condotto da Innovhub si è posto alcuni precisi obiettivi: verificare la potenziale presenza di microplastiche nel processo di riciclo, capire quali tipi di polimeri possano essere rilasciati sotto forma di particelle solide e capire se queste siano o meno microplastiche. «Abbiamo analizzato diversi campioni, alcuni in cui ci si aspetta la presenza perlomeno di plastiche e altri prodotti neutri in cui non era ipotizzabile trovare qualcosa. Su scala di laboratorio abbiamo mimato il processo di riciclo, utilizzando il metodo per la riciclabilità UNI 11743; abbiamo trattato i campioni con gli step di processo previsti dal metodo, quindi con tutti gli screen che permettono di eliminare una larga parte di eventuali frammenti; e ci siamo concentrati sulle acque di processo nelle quali restano le particelle più piccole non intercettate dagli screen o durante la formazione del foglio. L’acqua è stata poi trattata direttamente o con pretrattamenti prima di effettuare l’analisi in Microscopio FTIR». Nelle acque di cartiera spesso vi è un’elevata concentrazione sia di materiale inorganico sia di fibre fini. È stato quindi necessario, spiega Elegir, procedere con pretrattamenti che consentissero la sedimentazione del materiale inorganico.

I risultati

I risultati sulle carte sono stati diversi. Sulla carta politenata: «abbiamo trovato 5 particelle per litro di soluzione che potevano essere classificate come microplastiche, con una dimensione intorno ai 60 micron e ciò che abbiamo rilevato è stato polietilene, coerentemente a quanto ci si aspettava da una carta di questo tipo». Si è detto come non vi siano limiti soglia definiti, ma se confrontato con quanto rilevato nei lavaggi del tessile, 5 particelle in un litro sono un valore piuttosto basso. Inoltre «abbiamo fatto un rapporto tra il peso di polietilene che avevamo all’interno del prodotto spappolato e quanto ne trovavamo in peso, e ragioniamo dalle parti per milione alle parti per bilione. Quindi molto poco rispetto a quanto materiale avevamo in partenza».

Sulla carta da stampa patinata, invece, non è stata rilevata alcuna microplastica.

Mentre la carta tissue ha dato qualche problematica in più. «Abbiamo trovato della poliammide» prosegue Elegir. «Ovviamente non è la stessa che troviamo nelle fibre tessili, ovvero il nylon; un’ipotesi potrebbe essere che possa derivare da altri tipi di poliammidi presenti nelle resistenze a umido». Quindi per quanto non si possa definire con esattezza di cosa si tratti, c’è qualcosa di rilasciato probabilmente dalle resine per la resistenza a umido; anche in questo caso, però, a livello numerico è sempre poco.

Sul cartoncino da riciclo contenente parecchia lignina, invece, al momento non si è riusciti a ottenere risultati coerenti, non è determinabile.

Quelli raccolti da Innovhub sono solo risultati preliminari, «sicuramente l’analisi delle microplastiche è piuttosto complessa e richiede, almeno per quanto riguarda il nostro laboratorio, un’ulteriore messa a punto dei metodi, in particolare per i pretrattamenti. C’è bisogno di verificare ancora la ripetibilità della misura e di analizzare anche la possibilità di contaminazioni ambientali». Tuttavia delle considerazioni possono già essere fatte: le quantità di microplastiche trovate sono sostanzialmente trascurabili. Certamente si dovrà procedere negli studi, «c’è bisogno di indagare più a fondo, studiare l’influenza di tempi di spappolamento, valutare l’accumulo su scala di laboratorio, e trovare un metodo per ricircolare le acque e valutare il potenziare accumulo. Oltre ovviamente ad analizzare campioni reali di acque e di fanghi di cartiera per verificare poi, su scala reale, cosa davvero accade».